Un passato da preservare. Gli archivi distrutti e ricostruiti di Gaza

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L’eccezionalità nel territorio palestinese, occupato da Israele dal 1967, sta nella durata, ma non solo. Di solito quando una parte in conflitto invade ed occupa l’intero territorio dell’altra parte, il conflitto si risolve nel giro di qualche anno con la pace e il ritiro delle truppe. In Palestina, invece, le pratiche sono volte a frammentare il territorio, attraverso i bypass road o i muri. In questo modo si è cercato anche di frammentare le comunità, separando Gaza dal resto. Rispetto alla Cisgiordania, a Gaza tra il 2004 e il 2005 è avvenuto il disengagement: ovvero Israele ha deciso di smantellare le colonie e ritirare le truppe. Per Israele questo significava la fine dell’occupazione; secondo questa logica non avrebbe avuto le responsabilità tipiche della potenza occupante, ad esempio occuparsi delle scuole, degli ospedali, del cibo.

Ma per gli internazionalisti, questo non è sufficiente: “un territorio è occupato quando la potenza occupante esercita un controllo effettivo”. La giurista Alessandra Annoni ricorda che la Striscia di Gaza condivide quasi tutti i confini con lo stato di Israele; anche lo spazio aereo, le acque internazionali, il registro dei residenti, la somministrazione di energia elettrica e carburante sono controllate da Israele. Pur da remoto, Israele ha continuato a esercitare un controllo effettivo sulla popolazione di Gaza. Nel luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha certificato che la Striscia di Gaza è un territorio occupato, senza soluzione di continuità,  dal 1967. “L’intera occupazione del Territorio palestinese è un illecito”, spiega la giurista. “perché impedisce l’esercizio del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, perché si è tradotta in un regime di segregazione razziale o apartheid, dove ai palestinesi è precluso il passaggio su alcune strade e vengono imposte pesanti limitazioni ai diritti fondamentali”, continua. Pertanto secondo la Corte Internazionale di Giustizia, l’occupazione deve terminare.

Un altro aspetto atipico di questa occupazione è che essa interessa un territorio che, per lo meno nel 1967, non era statale, ma su cui insiste il diritto del popolo palestinese ad autodeterminarsi, cioè a dar vita a un proprio Stato. “Questo complica la qualificazione del conflitto a Gaza, perché non è immediatamente evidente se si tratti di un conflitto armato internazionale o di un conflitto armato non internazionale. La Corte penale internazionale lo considera un conflitto misto, al contempo interstatale (Israele c. Stato di Palestina) e non internazionale e (Israele c. Hamas)”, dice la giurista. 

Tra il passato e il presente, ci sono le proiezione del futuro. “Al momento c’è una febbre verso l’archivio”, dice Maria Chiara Rioli, storica. La parola archivio si riferisce sia alle istituzioni che ai documenti stessi: ha un’estensione molto larga. “Anche i volontari non violenti sono espressione di archivio”, spiega. “Così come l’archivio ottomano di Istanbul o d’Egitto oppure gli archivi degli studi fotografici delle famiglie. Sono storie diverse di esili ma anche di ripartenza”, prosegue Rioli. Spiega che nel 1948 circa 130 mila documenti sono stati distrutti, così tra il 1949 e il 1950 l’Unrwa, attraverso un mandato temporaneo – sulla base di un’idea che i tempi potessero essere brevi – crea un archivio fotografico che oggi è accessibile in modo libero online, dove oltre alle foto si trovano anche molto film. Nel 1982 durante l’invasione del Libano da parte di Israele vengono distrutti altri documenti politici sulla liberazione della Palestina, così rinasce l’attenzione verso gli archivi. “Oggi l’Unrwa cura un archivio che continua ad essere nutrito perché anche le archiviste, insieme alle giornaliste e alla popolazione, hanno continuato a lavorare, rispondendo alle richieste dei ricercatori”, spiega Rioli. Gli archivi di Gaza sono stati trasferiti ad Amman dove è in corso una digitalizzazione per paura della chiusura improvvisa dell’Unrwa come conseguenza dello stop ai finanziamenti.

Le persone di Gaza, con le loro storie e narrazioni, sono portatrici del tempo presente, registrando e documentando tutto quello che è accaduto in questi anni. “Un signore palestinese all’appuntamento con la Commissione per la protezione internazionale ha presentato un video delle rovine della sua casa, con i giocattoli dei suoi figli. Tutto questo non è solo umanità ma è anche storia perché consentirà di rintracciare le persone responsabili di questo genocidio”, conclude Rioli. Riti etici e storie di nostalgia diventano così futuri possibili.

Ma se questa guerra viene risolta da chi l’ha fatta, senza che vengano attivati meccanismi di giustizia di transizione, che ne sarà dell’accertamento della verità? Chi garantirà la riparazione degli illeciti internazionali commessi?  “Nell’accordo o piano Trump non c’è una parola sul tema dell’accountability – ovvero sul tema delle responsabilità di Israele in primis ma anche di tutti gli altri stati che hanno contribuito agli illeciti e delle persone responsabili della commissione di crimini  internazionali”, dice Alessandra Annoni. Nonostante il fascicolo che ha portato all’emissione da parte della Corte Penale Internazionale di un mandato di arresto nei confronti di Gallant, ex Ministro della difesa di Israele, e del premier Netanyahu, la giurista spiega: “il principale fautore del trattato di pace è anche il più grande ostacolo all’accertamento delle responsabilità individuali. Infatti il Presidente Trump ha adottato un ordine esecutivo che prevede sanzioni nei confronti di giudici e procuratori della Corte penale internazionale e di altre figure, come Francesca Albanese, che collaborano con la Corte sul fascicolo della Palestina”.

Mi viene in mente il proverbio arabo che dice: أكلت يوم أكل الثور الأبيض . In italiano: “tu sei stato già mangiato quanto è stato mangiato il toro bianco”. Si riferisce alla storia del leone e dei tre tori bianco, rosso e nero. All’inizio, il leone va dai tori rosso e nero a chiedere il permesso di mangiare il toro bianco per vivere in pace poiché era il più visibile e gli altri predatori si sarebbero potuti avvicinare. I tori rosso e nero accettano. Passato un po’ di tempo, il leone va dal toro nero per chiedergli il permesso di mangiare il toro rosso. Il toro nero accetta. Infine il leone torna dal toro nero che a quel punto crede di essere diventato amico del leone. Ma il leone gli dice: tu sei stato già mangiato quanto è stato mangiato il toro bianco. “Si riferisce ad un tradimento politico”, spiega Nabil, il mio maestro di arabo. La crudeltà della natura stride con lo stato di diritto. Eppure è così attuale. “In particolare riguarda le correnti filoamericane nella politica dei paesi arabi”, dice il maestro. Ma questo proverbio risuona anche nelle scelte dell’Unione Europea. Non a caso. La morale del proverbio è che per quelli che si avvicinano all’America, ‘tradendo i propri simili’, prima o poi arriverà il loro turno. La striscia di Gaza è piena di gas e la fratellanza non sembra la priorità dei paesi arabi, né la salvaguardia dei diritti umani quella dell’Europa. Da una parte e dall’altra del Mediterraneo, chi sarà il prossimo ad essere tradito, il prossimo ad essere divorato?

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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