7 marzo: corteo a Prato per una città operaia, libera, antifascista

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Il 7 marzo si svolgerà il corteo “Prato operaia, libera, antifascista, convocato in Piazza del Duomo alle ore 15:30.
È un atto di necessaria presenza nei confronti di una ricorrenza significativa per la memoria della città: il 7 marzo 1944 si consumò la deportazione nazi-fascista di 133 operai pratesi, vittime di uno spietato rastrellamento finalizzato alla repressione dello sciopero generale antifascista esploso agli inizi di marzo in numerose città italiane.

Non è un caso che il comitato neofascista Remigrazione e Riconquista — iniziativa congiunta di alcune organizzazioni neofasciste, tra cui CasaPound Italia — abbia indetto una manifestazione nazionale a Prato proprio il 7 marzo 2026.
I neofascisti di Remigrazione e Riconquista, ovvero un coacervo di razzismo, analfabetismo disfunzionale, imperialismo, patriottismo, ignoranza e violenza, stanno iniziando a muoversi per diffondere la loro proposta di legge che propone di  reintrodurre gli abomini della deportazione sotto il nuovo termine “remigrazione”.
Calcando una retorica espressamente fascista, i neofascisti parlano di una «marcia in tutta Italia» che, prima di Prato, ha fatto tappa a Bolzano il 28 febbraio 2026. Il risultato ottenuto nel capoluogo dell’omonima provincia autonoma? Quel giorno a Bolzano ha preso forma un contro-corteo antifascista che si è rivelato essere una delle manifestazioni più grandi mai viste sul territorio.

Così come Bolzano, anche Prato sta insorgendo: la comunità locale e varie organizzazioni conflittuali sociali, sindacali e politiche hanno risposto positivamente all’appello per una convergenza dal basso lanciata da SuddCobas, Comitato 25 Aprile Prato, Collettivo di Fabbrica ex-Gkn. Così, in replica all’impresentabile presenza dei neofascisti in città, il 7 marzo 2026 Prato si mobiliterà per animare una contro-manifestazione antifascista.
Le realtà promotrici del contro-corteo, che da tempo si contraddistinguono per un costante presidio di militanza e presenza nella piana, e nello specifico a Prato, motivano così la necessità di questa manifestazione: «Perché Remigrazione vuol dire deportazione. Perché ogni attacco contro “gli stranieri” è solo un modo per attaccare tutti i lavoratori e le lavoratrici. Perché la classe lavoratrice oggi è multinazionale e la vogliono impaurita, ricattata, divisa. Perché la paura della deportazione serve a difendere lo sfruttamento. Perché l’unica vera lotta allo sfruttamento è quella che fanno fianco a fianco lavoratrici e lavoratori di tutte le nazionalità. Perché Prato già nel 1944 ha conosciuto le deportazioni fasciste. Era il 7 marzo. Erano operai. Erano italiani. Erano colpevoli di sciopero. Perché chi dice “mandiamoli a casa loro” sono gli stessi che “a casa loro” bombardano, sfruttano persone e saccheggiano risorse. Perché Prato è città di immigrati. È città operaia. Quindi è, e rimarrà, città antifascista».

Tutti questi “perché” sono emersi praticamente all’unisono dalle voci emerse dalla partecipatissima assemblea che c’è stata sabato 28 febbraio al Circolo Curiel di Prato. È stato uno straordinario momento di partecipazione dal basso che «ha unito operai protagonisti degli scioperi nel distretto a studenti, docenti, associazionismo, e tanti cittadini e cittadine che ritengono inaccettabile che Prato sia usata come luogo di propaganda per i progetti di deportazione di massa».

La memoria, che si rivela sempre essere uno dei più attuali dispositivi di resistenza, ci ricorda che decine di migliaia di uomini e donne italiane furono arrestate a partire dall’autunno del 1943 per motivi politici e razziali, per poi finire nell’ingranaggio della macchina della morte delle SS naziste. Come riporta la Fondazione Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza, tra i deportati per motivi politici «molti furono arrestati dopo lo sciopero generale realizzato in tutta l’Italia occupata nel marzo 1944. L’arresto e la deportazione dei “politici” fu motivato sui documenti con la dizione schutzhaft (custodia preventiva), appiglio “legale” escogitato dal nazismo per trasferire nei lager i propri avversari, le persone considerate pericolose per la sicurezza del Reich. Lo sciopero generale del marzo 1944, di dimensioni impressionanti per le condizioni in cui si svolse in piena occupazione nazista, organizzato nell’Italia centro-settentrionale dal Comitato di Liberazione Nazionale, e quindi da tutti i partiti antifascisti, ebbe tra le sue finalità quelle di far cessare il trasferimento di mano d’opera per il lavoro coatto in Germania, opporsi allo sfruttamento degli impianti produttivi a favore dell’industria bellica del Terzo Reich e impedire lo smontaggio dei macchinari da parte dei tedeschi, iniziato in alcuni centri industriali. Ma l’obiettivo principale fu quello di contribuire in modo decisivo, attraverso un’opposizione sociale di massa, ad abbattere il nazifascismo. Le parole d’ordine furono: pane, pace, lavoro e libertà».

Prendersi cura della memoria significa affinare la propria visione d’insieme della realtà e dei fenomeni sociali. Significa cogliere gli evidenti e spaventosi parallelismi con il presente: la deportazione nazista è la remigrazione neofascista; la riconversione bellica imposta dal Terzo Reich è la reindustrializzazione nel settore militare imposta dal ReArm Europe; la custodia preventiva nazista è il fermo preventivo dell’ennesimo (il quinto) decreto sicurezza del governo Meloni. E così via.
Per questo nel 2026 come nel 1944 è necessario opporsi in modo determinato alle derive neofasciste e ai regimi di matrice fascista. La piana e tutto il territorio toscano sono chiamate a convergere su Prato nella giornata del 7 marzo.

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Lorenzo Robin Frosini

Lorenzo Robin Frosini nasce a Pistoia e vive a Prato. Laureato in Logica, Filosofia e Storia della Scienza presso l'Università degli Studi di Firenze, aspira ad essere un musicista e un giornalista. Attualmente svolge il ruolo di delegato sindacale e RLS per USB Firenze, e attraversa diversi collettivi dal basso fiorentini come attivista.

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