Il 14 marzo 2026, inserita all’interno della X edizione “Stand Up for Africa. Arte contemporanea per i Diritti Umani”, sarà presentato il lavoro di Mariana Ferratto, artista italo-argentina nata a Roma nel 1976, che vive e lavora a Firenze. Stand Up for Africa è nato da un’idea di Hymmo Art Lab, co-finanziato dalla Regione Toscana, è promosso de sostenuto dall’Unione dei Comuni del Casentino nell’ambito delle attività dell’Ecomuseo del Casentino.
Per la X edizione di SUFA “Arte e cura dei luoghi”, a cura di Pietro Gaglianò, emerge il tema della ‘cura’ più volte adottato dagli artisti nel corso dell’ultimo secolo per mettere in evidenza il proprio ruolo di interpreti tra il mondo delle cose visibili e la possibilità di osservarle, sentirle e anche curarle, da una prospettiva spirituale ma strettamente connessa con la natura e con il reale.
Mariana Ferratto, laureata all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha completato la sua formazione con studi di teatrodanza. La sua ricerca ruota intorno al tema dell’identità nelle sue molteplici sfaccettature. Inizia a sperimentare con le video installazioni e quindi con la video arte, negli anni ha arricchito la sua produzione di altri mezzi: il disegno, collage fotografici e scultura. Ma l’elemento essenziale della sua poetica è il corpo come mezzo attraverso il quale indagare il tema dell’identità personale, la relazione con l’altro e gli stereotipi ad esso associati.
“Non è il materiale quello che mi caratterizza ma la tematica: io lavoro con il corpo, l’essere umano è sempre coinvolto. Sperimento a
partire dal tema dell’identità perché se da una parte ci definisce dall’altra cambia in continuazione”, spiega Mariana. “E’ una continua ricerca non solo capire chi si è, ma anche comprendere perché ci si definisce in un modo piuttosto che in un altro. L’identità cambia in base al contesto e al territorio. Nelle mie opere c’è quindi sempre un percorso di indagine sul tema identitario. Proprio perché non è statico mi consente di spaziare: per me è l’inizio, è quello che mi muove”, continua l’artista.
Mariana è di origine argentina, i suoi genitori sono venuti in Italia come esiliati politici nella seconda metà degli anni Settanta. Questo vissuto personale è diventato collettivo nella mostra di Ferratto, intitolata Libertà Clandestine, presentata alle Murate nel 2025.
Possiamo dire che la migrazione sia diventata un tema di analisi e di pensiero?
“Assolutamente. Già nel 2021 ho presentato un lavoro sugli italiani che sono emigrati perchè mi sembrava che non ci fosse consapevolezza sul fatto che l’Italia è stato un paese di emigrazione. Avevo postato un annuncio su Facebook dove chiedevo se c’erano delle persone italiane all’estero e sono riuscita ad intervistare 15 persone di vari paesi tra cui Germania, Argentina, Inghilterra e Stati uniti” – spiega – “Chiedevo quale fosse la tradizione italiana che hanno portato all’estero e che hanno mantenuto”.
Quel lavoro si chiamava ‘Inciampi’. Cos’è andato storto nella ricostruzione della memoria identitaria fuori dallo Stato Nazione di appartenenza?
“Passando il tempo e allontanandosi dal luogo di origine, ho riscontrato che la tradizione veniva modificata, tanto che oggi un italiano direbbe ‘ma che strano’ ”.
Ribaltando la narrazione dominante, Ferratto ci fa sentire le voci degli emigrati italiani di prima, seconda o terza generazione in spagnolo, inglese o italiano, che hanno adattato e trasformato la tradizione per adattarsi al luogo di arrivo.
“Queste voci – lontane – uscivano dai telai ricamati per richiamare le tradizioni popolari dei territori originari delle persone”, spiega Ferratto.
E’ un inciampo anche la pizza alla griglia che si stente negli audio che hai posizionato nei tomboli d’epoca di un’antica fabbrica di Cosenza?
“Gli argentini cucinano molta carne alla griglia e questo è un esempio di adattamento alla cultura del paese ospitante, a testimonianza di quanto persino l’identità sia inevitabilmente in movimento e in evoluzione”, continua l’artista.
Come si lega questo lavoro con la residenza artistica del Casentino?
“Il Casentino è un territorio che ha ospitato per anni molti centri di accoglienza dove risiedevano soprattutto richiedenti asilo africani. Ora ci sono molte più etnie e l’idea è quella di fare un lavoro che sia l’unione di più culture”.
Come risponde l’arte a questa sfida?
“Io sto facendo un grande arazzo, partendo dal panno di lana del casentino – oltretutto ora stanno chiudendo due fabbriche che fanno il tipico riccio del casentino. Mi piace l’idea che possa diventare quasi un’opera politica”.
Come si sono svolti i tuoi laboratori per arrivare ad una ‘sintesi’ tra culture sull’arazzo?
“Siamo partiti dalla creatura fantastica del Casentino, il ‘Basilisco’: un enorme serpente che riesce a pietrificare con lo sguardo. Durante gli incontri ciascuno ha raccontato le creature fantastiche della propria cultura o della propria infanzia. Le abbiamo disegnate per fare, poi, un’unica grande creatura mostruosa dove ci sono una testa di cane, una di drago e una d’uomo, insieme alle zampe e alle ali. Insomma, si tratta di una composizione che è un pezzettino di ogni creatura che è stata raccontata durante i laboratori, tutta costruita con il panno casentino ritagliato, una grande sagoma di due metri per due”.
Mariana prova a farci uscire dal ‘destino eroico’ in cui siamo rimasti ingabbiati nel secolo dei neonazionalismi in cui è più facile indignarsi per la perdita della cultura locale con l’avvento della modernità, piuttosto che per la cannibalizzazione delle aziende del posto da parte del finanzcapitalismo.
“Ho preso tutti gli audio di quegli incontri: con il QR sarà possibile ascoltare la storia del personaggio dell’arazzo che, in realtà, è venuto fuori dall’incontro tra le varie culture che hanno partecipato ovvero quella algerina, peruviana, brasiliana e, ovviamente, quella italiana. La cultura, a volte, diventa una sorta di trappola, la tradizione diventa qualcosa che incatena: ‘io sono così perché questa è la mia tradizione’. Invece la creatura fantastica, nata dall’unione di tutte le persone che stanno lì attualmente, rappresenta quello che è oggi quel luogo”.
L’arazzo del casentino di Mariana Ferratto fa da monito: nella contemporaneità per emanciparsi pienamente non basta lo scudo che, donato dalla madre Teti, consente ad Achille di sciogliersi dall’abbraccio con il cadavere di Patroclo, ma è necessario tener presente anche i rapporti storici ed economici tra le culture egemoniche e subalterne, tra l’Europa e il Sud Globale, tra il vecchio continente e il capitalismo finanziario.





