A partire dal caso milanese, il dibattito sull’urbanistica ha riportato in primo piano la questione della partecipazione civica nelle scelte sulle trasformazioni urbane: una pratica necessaria, ma oggi sostanzialmente soppressa.
Nel rapporto tra amministrazione locale e popolazione, termini come “ascolto”, “partecipazione”, “dialogo” e “incontro” si rivelano spesso fuorvianti: svuotati del loro significato originario, ne conservano esclusivamente la forma. Non si tratta di partecipazione reale di chi viene amministrato alle decisioni che riguardano la città, ma di una finzione che serve a legittimare scelte già prese.
Un esempio perfetto viene dalla storia recente dell’amministrazione fiorentina. Con il sindaco Renzi si affermò una retorica populista, quella delle cento luoghi, in cui la partecipazione era forma e non sostanza. Nei dieci anni di Nardella quei termini furono in larga parte accantonati: le decisioni venivano prese dalla giunta perché «ci hanno votato», come ha avuto modo di ribadire anche di recente. Un assegno in bianco.
La giunta Funaro sembra invece oscillare tra due atteggiamenti contraddittori, in una sorta di schizofrenia politica. Da un lato, una chiusura netta rispetto alle proposte della cittadinanza. Le richieste di moratoria sui cantieri, il ripensamento di spazi come le Officine Grandi Riparazioni, le proposte alternative elaborate da comitati e associazioni, tutto questo ha ricevuto risposte negative, spesso accompagnate da un attacchi e derisioni dei proponenti che si occupano criticamente della trasformazione urbana. Anche i cittadini di San Gallo che hanno aperto le proprie case agli amministratori non hanno ricevuto visite, né ascolto.
Dall’altro lato, la stessa giunta pubblicizza percorsi partecipativi che però non incidono su nulla di rilevante. Emblema di questa idea di partecipazione è la consultazione sul nome da darsi al nuovo ponte tra Bellariva e l’Albereta: ai cittadini è stato chiesto di scegliere tra una rosa di nomi, mentre su ogni decisione sostanziale (percorsi, tipologia di veicoli, etc.) la decisione era già stata presa. Quando la partecipazione si riduce a questo, alla scelta di un nome, non di una scelta sostanziale, il termine perde ogni senso e diventa uno strumento per smentire le critiche di chiusura senza doverle affrontare davvero.
L’assessora all’urbanistica Biti ha rifiutato in modo categorico di modificare alcuni aspetti fondamentali del governo sulle grandi aree di trasformazione, offrendo in cambio alcuni incontri con alcuni comitati. Ma che questi incontri possano produrre un reale beneficio per la città è già stato escluso dalle dichiarazioni della stessa assessora su qualsiasi proposta di “moratoria urbanistica”. Ciò che rimane è un utilizzo strumentale della partecipazione: un salvagente lanciato non ai cittadini, ma all’amministrazione stessa, per tenersi a galla tra critiche che in città si levano da vari fronti, anche molto diversi tra loro.
Di fronte a questo scenario, in un momento in cui il dibattito sull’urbanistica fiorentina si è riaperto e una nuova sensibilità civica si sta manifestando, la domanda è ineludibile: se alle proposte più impattanti, i veri cambiamenti, viene sistematicamente risposto no, cosa resta per la partecipazione?
Come Laboratorio politico perUnaltracittà, che da anni analizza i processi di trasformazione urbana tenendo come punto di riferimento il bene di chi la città la vive, e non di chi la usa, non intendiamo prestarci a questo gioco. Non parteciperemo agli incontri-vetrina né ci lasceremo dividere tra buoni, cioè chi va a Palazzo Vecchio, e cattivi. Insieme ad altre realtà del tutto indipendenti, continueremo il nostro lavoro di analisi e diffusione del pensiero critico, rivendicando indipendenza di giudizio e l’assenza di qualsiasi interesse da perseguire in un rapporto che, con questa amministrazione, non può che restare sterile.
perUnaltracittà
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