Il 23 gennaio scorso la Federazione Italiana Rugby ha rinnovato per altri tre anni l’accordo di collaborazione con l’Esercito Italiano. A Roma, di fronte all’Olimpico la Rete Rugby Popolare esprime dissenso.
Quella di sabato 7 marzo allo stadio Olimpico è stata una vittoria storica per la nazionale di rugby, che fino ad ora non era mai riuscita a imporsi con l’Inghilterra in oltre trent’anni di confronti. All’interno della gloriosa giornata, tuttavia, l’Italrugby è stato anche oggetto di aspre critiche. Gli All Reds, squadra romana la cui selezione femminile gareggia in serie A, si è presentata insieme alla Rete Rugby Popolare all’ingresso allo stadio al fine di contestare l’accordo recentemente siglato tra lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano e la Federazione Italiana Rugby (FIR).
L’intesa vorrebbe riconoscere valori comuni tra il mondo dell’ovale e quello militare, insistendo su “lealtà, sacrificio e lavoro di squadra”, ma anche “coraggio, disciplina, rispetto delle regole e impegno al servizio della collettività”. L’accordo non prevede alcun sostegno economico allo sport, ma serve a promuovere le Forze Armate attraverso contesti propri della società civile. In particolare, si prevedono attività di rappresentanza e iniziative specifiche per garantire visibilità internazionale, come la dedica di una partita del Sei Nazioni, o la partecipazione alle gare sia con spazi espositivi e promozionali intorno allo stadio, sia all’interno del cerimoniale prepartita.
Sabato, davanti allo spettatore giunto all’Olimpico si parava la presenza massiccia e impattante dell’Esercito Italiano. Decine di stand pullulavano di soldati di ogni reparto offrendo attività di ogni tipo: incontri informativi, esibizioni di droni, dimostrazioni di diverse apparecchiature, allenamenti con i paracadutisti, il simulatore di un elicottero… era persino allestita una vera e propria parete di arrampicata. Dopodiché, una volta sugli spalti, il tifoso assisteva alla Fanfara dei Bersaglieri, alle dimostrazioni pirotecniche e a uno stuolo di militari a circondare le bandiere inglese e italiana stese sul prato. Poi la Banda dell’Esercito ha suonato l’inno. Solo allora la partita poteva cominciare.
Non è la prima volta che era organizzato uno spettacolo di questo tenore. Anzi, un anno fa, calarono i paracadutisti della Folgore dal cielo recando le insegne delle Forze Armate e della FIR. Il Protocollo di Intesa firmato il 23 gennaio scorso non costituisce infatti una novità, ma è il rinnovo della precedente convenzione del 2023. A tre anni di distanza, tuttavia, in un periodo storico che vive l’attualità della guerra, la percezione è cambiata. E il clima di corsa al riarmo e acceso militarismo preoccupa.
Nel volantino distribuito dalla Rete Rugby Popolare durante la contestazione si critica l’espressione di valori condivisi tra rugby ed Esercito, sottolineando la differenza tra allenamento e addestramento, o tra rispetto e obbedienza. Sono inoltre citati e rinnegati puntualmente alcuni passaggi del comunicato congiunto di FIR e Forze Armate. In particolare, all’affermazione che mette in relazione lo spirito di sacrificio rugbistico alla professione militare, gli sportivi rispondono scrivendo che “il vero sacrificio è quello delle piccole società che faticano a trovare campi e pagare le trasferte”, riportando anche l’esempio di giocatrici che devono prendere ferie per giocare in nazionale. Lo stampato prosegue e si conclude denunciando la crescita della spesa militare e rivendicando, oltre al diritto allo sport, quello della sanità e dell’istruzione.
Le giocatrici e i giocatori della Rete dicono di ritenere “inaccettabile” che lo sport sia utilizzato come “spazio di promozione e legittimazione delle Forze Armate”. Fanno notare che lo sport come risorsa pubblica sta attraversando una fase di difficoltà, con tante società costrette a chiudere a causa di cali di iscritti e minori finanziamenti pubblici: “invece di investire risorse nella corsa agli armamenti, crediamo sia urgente destinare maggiori fondi allo sport di base, alle strutture sportive e alle attività sociali che lo sport può generare”. Alla propaganda militare rispondono di voler oppore una concezione di sport come luogo di incontro, inclusione e solidarietà, dichiarando di ritenere necessaria una riflessione pubblica sul rapporto tra istituzioni sportive e apparati militare. Infine, dichiarano: “crediamo che il rugby, ma proprio lo sport in generale, non ha nulla a che fare con la guerra”.







