Il ricatto russo: la storia di Zakaria

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“Quando avevo 17 anni ho lasciato il mio paese portando con me un sogno semplice: studiare e costruire un futuro migliore”, comincia così Zakaria, 19 anni, a raccontare la sua storia che di semplice ha ben poco. Originario del Marocco, dopo aver conseguito il diploma, si trasferisce in Russia per proseguire i suoi studi. Stava studiando a San Pietroburgo, quando una sera è scoppiato un banale litigio con un compagno nel dormitorio universitario, finito in Commissariato dove gli hanno confiscato il passaporto fino all’incontro in Tribunale. “Lì mi hanno detto che avevo due possibilità: andare in prigione oppure firmare un contratto di un anno per andare a combattere come soldato nella guerra contro l’Ucraina”, spiega Zakaria che mi manda l’attestato del suo Diploma in Scienze Sperimentali, con indirizzo Fisica e l’opzione Francese, ottenuto a giugno 2024 in Marocco nella provincia occidentale di Oudja; voleva studiare all’Università, non fare il Game sulla Rotta Balcanica.

“Sono dovuto scappare dalla Russia alla Bielorussia, sperando di trovare una strada per arrivare in Europa”. Ma quel viaggio è diventato un altro incubo. “La prima volta che abbiamo provato ad attraversare il confine dalla Bielorussia alla Lettonia, i soldati lettoni ci hanno catturato. Mi hanno picchiato brutalmente, mi hanno rotto entrambe le braccia, mi hanno sparato alla gamba e mi hanno colpito con una pistola elettrica molte volte finché non ho perso conoscenza. Hanno preso i nostri telefoni, il cibo e tutto quello che avevamo, e poi ci hanno respinto di nuovo in Bielorussia”. E’ rimasto nella foresta bielorussa per un mese. “Il freddo, la fame e la paura erano sempre intorno a noi. Ero completamente distrutto fisicamente e psicologicamente. Le mie braccia erano rotte e la mia gamba mi faceva ancora male per la ferita del proiettile”. A 17 anni i ragazzi europei fanno l’Erasmus, Zakaria è stato costretto a ‘bruciare’ i confini; l’alternativa era andare sul fronte di una guerra che l’Europa sostiene da quattro anni. In ogni caso i suoi diritti erano sospesi: senza passaporto, sequestrato dalla Questura non sarebbe neanche potuto tornare in Marocco.

“Per circa una settimana ho vissuto in una profonda depressione. Ho perfino pensato al suicidio”. Nel frattempo la sua famiglia credeva che stesse ancora studiando in Russia: “non avevo il coraggio di raccontare loro la verità. Sentivo di aver perso tutto: la mia salute, il mio futuro e persino la speranza”. E’ questo l’esito delle torture – e dei confini: generare un senso di subordinazione intrinseca e di vergogna. “La tortura include sempre tecniche psicologiche con diversi gradi di sofisticazione, dalla propaganda al lavaggio del cervello”, scriveva la Professoressa Lazreg, esaminando la relazione intima tra la tortura e il dominio coloniale. “Il dolore fisico come strumento per modificare il comportamento è diverso dal portare avanti giochi psicologici con le vittime o iniettare loro pentothal per spezzarne la resistenza” (Lazreg, 2007, p. 61).

Il corpo di Zakaria sembra, pertanto, diventare un campo di battaglia su cui si riversa la governamentalità degli Stati-Nazione, dei neoimperialismi e della guerra. Il suo corpo vulnerabile ha osato sfidare, allo stesso tempo, l’aut-aut della Russia e i confini della fortezza europea, alle cui frontiere la violenza si rinnova inesauribilmente.

“Con entrambe le braccia rotte e senza cure mediche, ho iniziato un secondo tentativo per arrivare in Europa. Non era solo un altro tentativo di attraversare il confine: sembrava quasi una missione suicida. Sapevo molto bene che se mi avessero catturato di nuovo, probabilmente non sarei sopravvissuto questa volta. Il mio corpo era troppo debole. Ma restare lì mi sembrava ancora più pericoloso”, continua Zakaria, che poteva saltare in aria nelle prime linee del fronte del conflitto russo-ucraino oppure poteva morire d’immigrazione lungo la Balkan Route.
“Non è stato solo un viaggio attraverso i confini. È stata una lotta per la sopravvivenza e una lotta per la speranza”, conclude.

Chissà che la storia di Zakaria non sia da monito per l’Europa per capire che la guerra per lə suə figlə potrebbe essere come la tana di Kafka: una trappola senza uscita.

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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