Abbiamo appreso con sconcerto che il Laboratorio di Sanità Pubblica dell’Azienda USL Toscana Nord Ovest, che avrebbe dovuto effettuare per tutte le USL toscane le analisi sulle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) presenti nelle acque potabili (come previsto dal D.Lgs. n. 18/2023 e dal D.Lgs. n. 102/2025), a distanza di due mesi dall’entrata in vigore di tali leggi non è in grado di realizzarle, poiché non è tutt’oggi dotato della strumentazione necessaria e non ha neppure predisposto alcuna convenzione con laboratori di altre regioni o con laboratori privati.
Ricordiamo che queste sostanze hanno gravi effetti sulla salute umana, alcune sono già state dichiarate cancerogene e tutte sono interferenti endocrini. Non possiamo quindi esimerci dal domandare all’ex Assessore regionale alla Sanità Bezzini quali siano state le falle nel nostro sistema sanitario che hanno prodotto un ritardo a dir poco inconcepibile, tale da impedire il rispetto di norme nazionali. Vorremmo inoltre sapere cosa intenda fare l’attuale Assessore Monni per risolvere in tempi brevi la situazione esistente e per individuare le responsabilità che hanno determinato questo grave stato di cose.
Le istituzioni devono inoltre affrontare il rischio che incombe sulla risorsa acqua in relazione ai cambiamenti climatici. Le piogge intense concentrate in brevi periodi di tempo impediscono infatti una ricarica efficace delle falde, aggravando ulteriormente i problemi legati all’inquinamento. Lo strumento fondamentale è il Piano di Tutela delle Acque, il cui rinnovo è stato avviato nel 2024 con l’allora Assessore all’Ambiente Monni, attraverso una procedura che ad oggi non risulta ancora conclusa. In primo luogo ci saremmo aspettati un’autocritica, dal momento che il precedente Piano non ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato, registrando anzi un peggioramento dello stato di tutte le acque superficiali fino a quelle di falda, inoltre il Piano attualmente in discussione evidenzia una carenza informativa estremamente rilevante: la totale assenza di qualsiasi riferimento quantitativo sui prelievi d’acqua nella nostra Regione.
Sappiamo che il consumo pro capite di acqua potabile (afferente al Servizio Idrico Integrato) dei cittadini toscani è tra i più bassi d’Italia; tuttavia non è chiaro se ciò sia dovuto a una reale coscienza ecologica e al rispetto dei continui appelli a non sprecare questa risorsa oppure al peso crescente delle tariffe.
Dall’altra parte non troviamo traccia dei dati relativi ai prelievi da acque superficiali e da falda effettuati dal settore industriale e agricolo, prelievi che sono autorizzati proprio dagli organi regionali, eppure esistono industrie, come quelle energetiche, con fabbisogni idrici estremamente rilevanti. Basti pensare agli impianti geotermici dell’Amiata, dove si registra un importante abbassamento della falda acquifera, oppure al sito ENI di Stagno a Livorno, così come alle industrie chimiche, la Solvay di Rosignano da sola consuma una quantità di acqua quasi pari al consumo del Servizio Idrico Integrato della Conferenza Territoriale n. 5 Toscana Costa. A questo si aggiungono i principali distretti industriali toscani – tessile, cuoio e cartario – anch’essi caratterizzati da consumi molto elevati. Prelievi altrettanto rilevanti si registrano nelle aree di agricoltura intensiva, come nel florovivaismo pistoiese, in Valdichiana e nelle aree della costa.
Eppure la Direttiva europea 2000/60/CE, così come il Decreto del Presidente della Giunta Regionale n. 51/R del 2015, prevedono programmi e misure finalizzati al controllo delle diverse pressioni cui sono sottoposti i corpi idrici, quali i prelievi, gli scarichi di origine puntuale e le fonti diffuse di inquinamento. Nel Piano di Tutela delle Acque la Regione dovrebbe farsi carico di questa grave lacuna informativa e, qualora emergessero criticità legate al deficit idrico, attuare misure affinché anche i settori industriali e agricoli adottino politiche di risparmio della risorsa idrica e di restituzione dell’acqua in condizioni adeguate.
Vogliamo inoltre sottolineare che, per la tutela della risorsa acqua, sarebbe necessario individuare all’interno dei bacini imbriferi e delle aree di ricarica della falda specifiche zone di protezione. Ci auguriamo quindi che il nuovo Assessore colmi queste lacune e porti finalmente a compimento un Piano di Tutela delle Acque realmente efficace.
Non possiamo infine non citare l’Annuario dei dati ambientali della Toscana 2025 dell’ARPAT, presentato pochi giorni fa, dal quale emerge che lo stato chimico dei fiumi è “non buono” nel 45% dei corsi d’acqua monitorati; le acque sotterranee risultano scarse nel 38% dei casi; e, per quanto riguarda le acque destinate alla potabilizzazione, oltre alla categoria A3 – che indica acque non buone – ARPAT segnala che il 38% ricade addirittura nella categoria Sub A3, cioè acque che necessitano di deroghe per poter essere utilizzate a fini idropotabili. Infine, per quanto riguarda i PFAS, il 48% delle acque superficiali monitorate risulta fuori norma rispetto agli standard di qualità ambientale.
In occasione della presentazione dell’Annuario ARPAT ci ha profondamente deluso, lasciandoci francamente amareggiati, l’intervento del Presidente della Regione Eugenio Giani, che ha attribuito l’intera responsabilità dello stato dell’ambiente e delle nostre acque solo agli stili di vita dei cittadini toscani. Secondo il Presidente, dunque, non vi sarebbero responsabilità degli organi di governo nazionali e regionali nelle scelte strategiche compiute negli anni in materia di politiche ambientali, energetiche, industriali e agricole.
Vogliamo pertanto chiedere al nostro Presidente quante Autorizzazioni Ambientali siano state rilasciate in questi anni con deroghe al D.Lgs. 152/2006 e quanti procedimenti pubblici siano stati attivati per il mancato rispetto delle norme, ricordando anche che alcune regioni, in caso di necessità, hanno introdotto limiti più stringenti rispetto alle normative vigenti.
Stante il fatto che gli assessorati citati non sono stati all’altezza di ottemperare a quanto di loro competenza, riteniamo doveroso ricordare che, quando anche i bracci operativi della Regione – Agenzie ed Enti – manifestano problemi di efficienza, qualunque ne sia la causa (carenza di risorse o di personale, oppure dirigenti non all’altezza del ruolo), spetta al Presidente della Regione intervenire per porvi rimedio, dotandoli degli strumenti necessari oppure rivedendo i criteri di nomina della dirigenza, dal momento che tale responsabilità compete direttamente alla Presidenza della Regione.






Non ho ben capito se si sta parlando di acque potabili alla fonte, ovvero di acque potabilizzate dopo il trattamento depurativo come ad Arezzo.
In merito ai controlli, poi, non mi sorprende che non siano stati eseguiti tempestivamente, tanto i Comuni riscuotono ingenti utili, a seguito della semi privatizzazione, invece di reinvestirli, appunto in servizi di primaria importanza, ma tanto poi, gli investimenti in servizi ed asset nelle aziende semiprivatizzate, ricadono sulle tariffe. Pensare poi che siano stati monitorati solo il 45% dei corsi d’acqua mi lascia ancora più perplesso. E l’altro 55% in che condizioni è? Chi utilizza l’acqua di quel 55% non monitorato e soprattutto dove finisce e falde acquifere impingua? Vogliamo fare un conto, infine, di quanta gente lucra sull’acqua? Rosario Micciche’, Arezzo
Grazie Rosario delle osservazioni. Avverto l’autrice dell’articolo che saprà fornire risposte…
Ecco la risposta al tuo commento da parte dell’autrice dell’articolo: “L’articolo prende in considerazione sia i controlli sull’acqua potabile, di queste da norma di legge sono previsti i controlli interni del gestore del servizio idrico che quelli esterni di controllo delle USL; sia quelli delle acque superficiali o da potabilizzare di competenza di Arpat.
Per quanto concerne i primi dell’acqua potabilizzata al momento non abbiamo fatto accesso agli atti sui PFAS ai gestori del servizio idrico (in Toscana solo Gaia è azienda in house le altre miste pubbliche private, quindi SPA e non sempre ritengono in dovere di rispondere, ma procederemo con una richiesta anche ai gestori) riteniamo che analisi su queste molecole vengano fatte, ma non siamo a conoscenza se su tutte le 24 previste dalla legge nazionale. Mentre le USL che hanno funzioni di controllo allo stato attuale non fanno alcuna analisi
Arpat si occupa delle analisi sulle acque destinate alla potabilizzazione, sotterranee e superficiali:
1) 117 sono i punti di monitoraggio delle acque destinate alla potabilizzazione di queste non abbiamo nell’annuario ARPAT 2025 dati sulla presenza di PFAS
2) 254 stazioni di monitoraggio delle acque sotterranee di queste il 73% contiene tracce di PFAS e il 2% è fuori norma per gli standard di qualità ambientale
3) 221 sono i punti monitoraggio acque superficiali fiumi e torrenti (quindi sono sicuramente monitorati i fiumi, ma non certo tutti i corsi di acqua minori) tra quelli monitorati lo stato chimico è buono nel 55% e non buono nel 45%
4) Solo i PFAS di queste corsi di acqua sono monitorati solo in 105 stazioni, nel 95% ci sono residui di PFAS e il 48% è fuori norma per gli standard di qualità ambientale
Riteniamo pertanto preoccupante la situazione dei nostri corsi di acqua superficiali, sicuramente con ricadute nelle acque di falda e nei suoli e se utilizzate per l’irrigazione nei cibi destinati al consumo umano come pure nei mangimi destinati agli animali”