Il 19 marzo 2026 è stato organizzato dalla parlamentare Stefania Ascani un incontro a Roma con molti comitati e associazioni pacifiste; l’iniziativa si è tenuta nella sala dei gruppi parlamentari della Camera. Si riporta il testo, coordinato nella stesura da Carlo Volpi, della piattaforma del Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo.
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Ringrazio per l’opportunità di intervenire in questa sede istituzionale per portare il punto di vista del movimento pacifista e, in particolare, del Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo.
Il Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo, oltre a gestire un presidio permanente per la controinformazione e la raccolta di firme contro il riarmo, la leva, il comando NATO a Firenze, ha consentito a tutte le organizzazioni e ai comitati di manifestare in piazza le proprie posizioni, anche in relazione a crisi specifiche, come quelle in corso in Ucraina, Palestina, Iran, Cuba e Venezuela. La sua attività si è concentrata sulla lotta al riarmo, intesa anche come prospettiva di sottrarre non solo risorse umane, ma anche tecnologiche e finanziarie alle politiche di guerra.
In particolare, è stata data enfasi al rifiuto della guerra da parte dei lavoratori: dai lavoratori della logistica ai portuali e ai ferrovieri, fino ai lavoratori degli aeroporti. Un ruolo rilevante è stato svolto anche dai lavoratori della stessa Leonardo, che si sono mobilitati contro l’aggiramento della legge 185 per l’invio di armi a Israele e all’Ucraina. A questi si affiancano gli insegnanti che rifiutano la militarizzazione della scuola e gli “scienziati contro la guerra”, che hanno espresso il loro dissenso, soprattutto rispetto alle vessazioni che subiscono nell’applicazione delle leggi sull’ordine pubblico, che interferiscono sulla libertà di comunicazione nei partenariati internazionali.
Il Coordinamento ha inoltre svolto un ruolo attivo in occasione delle elezioni regionali toscane, fungendo da catalizzatore per una serie di movimenti non solo pacifisti, ma anche legati ai diritti ambientali e sociali. Questi ambiti risultano connessi dalla considerazione che l’investimento nelle armi comporta un peggioramento delle politiche sociali e una riduzione delle risorse disponibili per la sanità e per la tutela del territorio. In collegamento con altri movimenti, sono state quindi elaborate proposte che sono state in parte recepite anche da alcune forze politiche partecipanti alle elezioni regionali.
Oggi il concetto di partecipazione sembra esprimersi sempre più attraverso la presenza forte di movimenti altamente specializzati e competenti su problematiche specifiche. Se, da un lato, non si sono più viste mobilitazioni di massa paragonabili a quelle del 2003 — fatta eccezione per le iniziative a sostegno della libertà della Palestina e della Sumud flottiglia — dall’altro si è sviluppata una rete di comitati e organizzazioni capaci non solo di leggere le problematiche, ma anche di formulare proposte operative.
Queste realtà esprimono un livello di conoscenza e competenza elevato, che tende a sopperire alla mancanza di una rappresentanza politica capace di dare piena attuazione e sbocco alle istanze dei movimenti.
Negli ultimi anni il movimento pacifista ha espresso con chiarezza la propria contrarietà ad alcune scelte strategiche compiute dalle istituzioni europee e da gran parte dei governi del continente.
In primo luogo, abbiamo espresso la nostra opposizione alla progressiva risposta armata alle tensioni sviluppatesi nelle aree post-sovietiche, tensioni che hanno origine anche nel mancato processo di integrazione della Russia all’interno di un progetto europeo più ampio e inclusivo. Riteniamo che la scelta di privilegiare lo strumento militare abbia contribuito ad aggravare conflitti e diffidenze reciproche invece di favorire soluzioni politiche e diplomatiche.
In secondo luogo, abbiamo contestato l’incremento esorbitante della spesa militare a scapito di altre priorità fondamentali per la sicurezza reale dei cittadini europei.
Allo stesso modo abbiamo denunciato il progressivo indebolimento del welfare europeo, accompagnato da uno spostamento di risorse pubbliche verso il finanziamento dell’industria bellica, presentato come strategia di rilancio della produttività industriale. A nostro avviso si tratta di una scelta miope, che sacrifica investimenti sociali e civili in favore di una logica di riarmo che concentra ancora più la ricchezza e distrugge definitivamente il modello di benessere diffuso che caratterizza più di ogni altro aspetto la civiltà europea..
Abbiamo inoltre espresso preoccupazione per la sistematica elusione delle norme europee che regolano l’esportazione di armamenti verso aree di conflitto, norme che dovrebbero rappresentare un presidio minimo di responsabilità internazionale.
Il movimento pacifista ha anche criticato la politica delle sanzioni illegali ed unilaterali perseguita dalla Unione Europea e l’adesione supina a regimi di sanzioni unilaterali promossi dagli Stati Uniti d’America, sanzioni che in molti casi non trovano una piena legittimazione nel diritto internazionale e che finiscono per compromettere l’autonomia politica ed economica europea.
Un ulteriore motivo di critica riguarda la progressiva rinuncia dell’Europa a sostenere in modo adeguato il ruolo delle Nazioni Unite nel dare efficacia alle proprie risoluzioni nelle diverse aree di crisi. Il sistema multilaterale fondato sull’ONU dovrebbe restare il principale strumento per la gestione delle controversie internazionali.
Infine, abbiamo espresso contrarietà verso interventi militari presentati come operazioni di peacekeeping o di supporto umanitario ma che, nella sostanza, finiscono spesso per tutelare interessi geopolitici ed economici egemonici e addirittura neo-coloniali.
Il Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo nasce proprio con l’obiettivo di promuovere azioni collettive e contribuire a influire sulle scelte politiche in questa direzione.
Riteniamo che sia oggi necessario fare un passo ulteriore: non limitarci a indicare ciò a cui siamo contrari, ma chiarire anche quali siano le proposte che avanzeremmo qualora la nostra rappresentanza politica potesse incidere sulle decisioni a livello nazionale ed europeo.
Il primo concetto che riteniamo necessario sviluppare è un ampliamento della nozione stessa di difesa e sicurezza. Difesa non significa soltanto protezione da minacce militari provenienti da altri Stati. Oggi esistono minacce molto più concrete e pervasive che riguardano direttamente il futuro della popolazione italiana, europea e dell’intera umanità.
Pensiamo innanzitutto agli effetti dei cambiamenti climatici sui territori, alla crescente frequenza di eventi estremi e alla necessità di rafforzare le capacità di previsione, prevenzione e gestione dei disastri naturali.
Pensiamo inoltre alla minaccia rappresentata dalle epidemie ricorrenti e dalle emergenze sanitarie globali, che richiedono sistemi sanitari forti, accessibili, inclusivi. ricerca scientifica orientata al bene comune e capacità di cooperazione internazionale.
Un’altra sfida riguarda l’invecchiamento della popolazione e la conseguente pressione sui sistemi sanitari e di assistenza. A ciò si aggiunge il problema del crollo demografico in molti paesi europei e delle difficoltà nel mantenere livelli adeguati di sviluppo economico e di coesione sociale.
Infine, vi è il tema della gestione dei flussi migratori, spesso affrontato in modo disordinato e strumentalizzato dalla diffusione di ideologie xenofobe e razziste invece che governato con strumenti razionali, cooperativi e rispettosi dei diritti umani.
Ultimo ma non ultimo la dipendenza da attori tecnologici monopolisti.
Alla luce di queste sfide, riteniamo che l’attuale aumento della spesa militare debba essere profondamente ridimensionato a favore di investimenti destinati a queste priorità di sicurezza reale.
Per quanto riguarda i rapporti internazionali, riteniamo che sia nell’interesse dell’Italia e dell’Europa ricostruire relazioni normali con grandi attori globali come Russia e Cina. In particolare, riteniamo che debba essere riaperta la prospettiva di una integrazione cooperativa con la Russia nello spazio europeo.
In questa prospettiva, andrebbero privilegiate forme di scambio e cooperazione basate su grandi reti continentali strategiche, riducendo la dipendenza dalle rotte marittime globali controllate prevalentemente dalle potenze anglosassoni. In prospettiva, immaginiamo anche processi di progressiva smilitarizzazione dei mari chiusi, come il Mediterraneo e il Baltico.
Nella nostra visione, la fine della guerra in Ucraina sarà possibile soprattutto attraverso un ritorno a relazioni politiche più normali tra Europa e Russia, accompagnato da una riduzione dei fattori di minaccia reciproca. Tra questi fattori rientrano la presenza di armi strategiche e alcune dinamiche di riarmo, in particolare quello tedesco, che rischiano di azzerare le strategie di pace intraprese dopo la Seconda guerra mondiale.
Non siamo contrari, in linea di principio, al processo di integrazione europea. Tuttavia riteniamo che esso possa progredire solo se principi come quelli sanciti dall’articolo 11 della Costituzione italiana – il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – diventino parte integrante delle regole strutturali dell’Unione Europea.
Ciò dovrebbe tradursi in una rinuncia effettiva all’uso della forza per la risoluzione delle controversie internazionali e nell’obbligatorietà del ricorso a strumenti di arbitrato, cooperazione e integrazione reciproca.
Oltre all’abbandono delle illusioni suprematiste il rapporto strategico con le altre aree del mondo dovrebbe ispirarsi ai principi di cooperazione e co-sviluppo. Per avere pace e sicurezza sono necessarie forti politiche redistributive e sociali verso le minoranze e i ceti svantaggiati. Certamente occorrerebbe ribaltare la struttura oligarchica della UE e la sua ispirazione liberista e atlantista.
In questa prospettiva sarebbe addirittura possibile immaginare la creazione di una forza armata europea integrata che potrebbe portare ad una diminuzione vistosa degli investimenti complessivi nella difesa armata. In ogni caso dovrebbe inserirsi in una visione molto più ampia di sicurezza che includa anche la protezione civile, la gestione delle crisi ambientali e sanitarie e la prevenzione dei disastri. Nel concetto allargato di difesa vanno inseriti gli investimenti necessari ad istituire corpi di pace non armati e un servizio di protezione civile integrato e dotato di mezzi e risorse almeno pari a quelli in dotazione alle forze armate.
Riteniamo che le istituzioni italiane debbano assumere una posizione chiara sull’utilizzo delle basi statunitensi e NATO presenti sul nostro territorio, soprattutto nel momento in cui l’attacco di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha provocato un conflitto che si va rapidamente e pericolosamente allargando. Ci sembra estremamente ambigua e codarda la posizione di chi dichiara che l’Italia non è in guerra e allo stesso tempo accorda l’uso delle basi di Sigonella e Aviano “per operazioni di addestramento e logistica americane”. La possibilità che si verifichi un incidente nucleare, in queste condizioni, è sempre più vicina e reale: l’Italia, che non possiede testate nucleari, ne ospita tuttavia più di ottanta nelle basi statunitensi. Crediamo che la popolazione italiana abbia il diritto di conoscere il vero stato delle cose e i pericoli a cui di fatto è esposta.
Un eventuale processo di integrazione militare europea dovrebbe comunque avvenire solo a condizione di una drastica riduzione complessiva delle spese militari e dell’esclusione di interventi militari legati alla difesa di interessi economici o post-coloniali, in particolare da parte di paesi che mantengono ancora relazioni economiche estrattive con regioni del mondo non pienamente emancipate da dinamiche di dipendenza post coloniale.
Infine, riteniamo che le vere strategie di sviluppo e di autonomia europea debbano fondarsi su investimenti nelle energie rinnovabili, nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico autonomo e aperto.
Questo significa non solo ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma anche rafforzare l’autonomia tecnologica dell’Europa rispetto alle grandi potenze globali. In questo quadro diventa centrale una politica industriale orientata all’innovazione, alla sostenibilità e alla cooperazione scientifica.
In sintesi, la prospettiva che proponiamo è quella di una strategia europea di crescita economica, rilancio industriale e costruzione della pace fondata sul disarmo progressivo, sulla cooperazione internazionale e su forti investimenti nella ricerca, nella tecnologia e nelle energie rinnovabili.
Prima il disarmo, il disarmo come strategia.
Carlo Volpi
Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo
19 marzo 2026
Redazione
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