Come laboratorio perUnaltracittà abbiamo firmato, sostenuto e rilanciato l’appello di InStabile, il teatro tenda sull’Arno che in 6 anni di attività artistica e sociale ha fatto vivere e letteralmente trasformato un’area abbandonata vicino al ponte di Varlungo.
InStabile si trova oggi in una situazione di grave incertezza, che mette a rischio la continuità delle sue numerose attività, che vanno dai corsi di teatro, circo, musica e danza, ai concerti di world music e rassegne di circo contemporaneo, fino a jam session e molto altro. La sopravvivenza stessa di questo prezioso progetto sembra ora a rischio, visto che gli uffici comunali hanno richiesto la rimozione della tensostruttura e non hanno ad oggi dato indicazioni chiare su come risolvere eventuali ulteriori adeguamenti tecnici, oltre a quelli già realizzati.
Da qui la raccolta firme per chiedere trasparenza, dialogo e soluzioni concrete con l’amministrazione comunale e gli uffici tecnici, che non hanno mai risposto alle ripetute richieste di incontro.
Da qui la partecipatissima giornata del 29 marzo in cui hanno preso parola molte realtà fiorentine del mondo della cultura e dello spettacolo, e sono intervenuti anche rappresentanti di vari partiti e associazioni.
Anche noi siamo intervenuti e lo abbiamo fatto perché riteniamo prezioso questo spazio, le cui attività sono in sintonia con quell’idea di città che abbiamo sempre sostenuto. Ormai lo sappiamo, la città contemporanea – e le cosiddette città d’arte più di tutte – è diventata un mezzo per estrarre profitto da parte dei grandi fondi immobiliari e finanziari. E’ l’ormai noto sistema del capitalismo estrattivista, su cui c’è un’ampia bibliografia critica.
A Firenze sperimentiamo in concreto che cosa comporti questo processo. Lo vediamo nelle cosiddette aree di trasformazione, da Costa San Giorgio all’ex Ospedale San Gallo, o nelle rare zone non edificate come le ex Officine Grandi Riparazioni dietro alla stazione Leopolda sui cui 42.000 mq incombe un progetto di nuove costruzioni per residenze di lusso. O, ancora, nelle vie e nelle piazze di un centro storico espropriato alla cittadinanza e dato in mano a griffes e fondi immobiliari.
La chiamano rigenerazione, si chiama speculazione.
Insieme, anzi direi specularmente collegato a questo fenomeno, assistiamo all’erosione degli spazi di aggregazione fuori dal circuito del mercato, al restringimento di una fruizione libera dello spazio urbano fisico e sociale.
In questo quadro, è importante che esistano spazi come l’InStabile – e come le altre realtà culturali presenti nella giornata del 29 marzo – perché offrono occasioni di incontro e di socialità, di scambio e condivisione. Sono luoghi che producono cultura diffusa fuori dai circuiti dei grandi eventi, dimensioni sociali che contrastano l’individualismo che ci sta opprimendo e favoriscono, al contrario, una dimensione collettiva.
Un’amministrazione comunale dovrebbe riconoscere il valore di queste esperienze indipendenti che oggi stanno affrontando sfide che mettono a dura prova la loro fragilità, dovrebbe sostenerle, non ignorarle o, peggio, complicar loro l’esistenza. Come ha fatto finora il comune di Firenze, con le sue mancate risposte, le assenze e le indicazioni poco chiare, costringendo persino InStabile a dover ricorrere al Tar. Il 31 marzo, dopo mesi di attesa, ci sarà finalmente un incontro con le istituzioni, nel corso del quale si spera che i nodi irrisolti vengano sciolti e che InStabile possa proseguire la sua programmazione con tranquillità.
L’amministrazione deve comunque sapere che InStabile non è solo, ma è sostenuto da molte realtà sociali e culturali di questo territorio che lo ritengono una ricchezza e vogliono che questo spazio vitale rimanga non solo aperto, ma che abbia anche una sua solida continuità.
Ornella De Zordo
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