Da Firenze all’Algarve: per la speculazione tutto il mondo è paese

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L’Algarve accoglie con un’aria che sporca irrimediabilmente i capelli. E non è la salsedine trasportata dal vento freddo che viene dall’oceano Atlantico, si tratta piuttosto della polvere prodotta dai materiali edili lasciati lungo le strade e che le orde di statunitensi, tedeschi e francesi sollevano sfrecciando nelle loro decappottabili.

Passeggiando per i sentieri a ridosso della scogliera che collegano i vari comuni in questa zona del Portogallo, si perde il conto della quantità di cantieri di futuri resort e boutique hotel, betoniere e gru che riposano silenti nell’indifferenza generale. Ed è difficile tenerne traccia perché le gru, simbolo indiscusso di questa nostra era votata alla speculazione, hanno finito per armonizzarsi ai paesaggi nei quali vengono impiantate. O piuttosto è il nostro sguardo, avendo immagazzinato un numero massimo di immagini di metallici uncini che campeggiano sulle nostre teste, ad essersi assuefatto e, infine, arreso.

A noi che viviamo, osserviamo e piangiamo Firenze, questo fenomeno non è certo estraneo. Ci prendono alla sprovvista le gru di via San Gallo quando le vediamo all’opera all’interno dell’ex Ospedale Militare, e ci abitueremmo alla loro presenza se non fosse per la lotta portata avanti dai comitati di residenti. Lo smantellamento delle gru che da più di vent’anni risiedevano davanti gli Uffizi ha quasi lasciato un senso di vuoto, tanto la loro presenza era stata normalizzata. Ancora, incombe sui cittadini lo spettro di nuovo arrivi, vista la corsa del comune alla svendita di grandi aree pubbliche a fondi speculativi stranieri, come nel caso delle ex Officine Grandi Riparazioni.

La privatizzazione di aree pubbliche è pervasiva. In Algarve, ad esempio, nel 2025 è entrata in vigore una modifica della legge fondiaria che permette la riclassificazione dei terreni rurali in terreni urbani edificabili, con l’obiettivo di creare le condizioni per uno sviluppo abitativo più equo e accessibile. Con la postilla, sollevata da ricercatori e ricercatrici e rappresentanti di associazioni di residenti, che una tale operazione in una zona altamente sensibile e già compromessa come quella dell’Algarve rischia di ottenere il risultato opposto, ossia quello di attirare ulteriori investimenti di fondi private equity immobiliare. Un po’ come la presa in giro del comune fiorentino che, gonfiatosi il petto per l’operazione di social housing conclusa con fondi privati per l’area della Manifattura Tabacchi, ha omesso di precisare che i prezzi calmierati per gli affitti dei 39 nuovi appartamenti dureranno per dodici anni, decorsi i quali si tornerà al mercato libero. Vero, sembra che sarà previsto un diritto di prelazione a favore degli affittuari ad un “prezzo vantaggioso”, ma rimane il fatto che – ancora una volta – il pubblico rompe le fila e arretra difronte al potente ricatto del capitale privato.

Dai paesaggi dell’Algarve alle campagne e alle città toscane, il capitale finanziario si appropria di elementi naturalistici, come i famosi miraduros portoghesi che si affacciano sulle scogliere di falesia, o ancora di edifici di interesse storico un tempo parte del patrimonio pubblico. Il risultato è duplice: una sensazione di straniamento per chi quei posti li ha vissuti e preservati, e al contempo un senso di familiarità dovuto a quel processo di omologazione e assimilazione cui il capitale assoggetta le città.

E così, il golf è divenuto il passatempo maggiormente in auge in questa zona verde del Portogallo. Sport che – come mi conferma Hafiz, che da quattro anni vive qui lavorando tra servizi di ristorazione e app di noleggio auto – i portoghesi odiano e non hanno mai praticato, ma di cui irlandesi e inglesi vanno pazzi.

Insomma, anche in questa parte d’Europa si ritrovano le stesse dinamiche guidate da spietate logiche di profitto: più costruiremo in altezza, maggiori saranno i ricavi. Più verranno soddisfatte le richieste dei turisti danarosi con golf, cooking classes e limoncello spritz, più saranno invogliati a tornare. Ma i costi culturali, economici, ambientali e sociali di tutto questo sono e saranno enormi e ad ammetterlo è lo stesso Hafiz, che dai turisti spendaccioni trae un guadagno diretto.

E allora basta alle gru, agli enormi alveari di cemento che distruggono la costa atlantica, basta agli studentati di lusso e basta speculazione. O finiremo per perdere anche quel briciolo di legittimità che ci lega alla nostra città, ossia il fatto di viverla. Come ci ricorda quel ragazzo americano che in virtù delle migliaia di euro pagate per pernottare in un AirBnb in centro a Firenze, si arroga il potere di lanciare i suoi rifiuti nel giardino privato al piano di sotto.

Il danno e la (s)beffa.

 

 

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Costanza De Caro

Dottoranda di ricerca in European and Transnational Legal Studies presso l’Università degli Studi di Firenze.

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