Da tempo si denunciano i processi di militarizzazione che a più livelli nell’ambito della formazione, dell’istruzione e della ricerca stanno trasformando le parole e determinando scelte e azioni di quelle stesse istituzioni che in una democrazia dovrebbero difendere principi e valori presenti nella nostra Costituzione. Come nel caso dell’articolo 11, ovvero il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli o l’articolo 33 della Costituzione che prevede la libertà della ricerca e dell’insegnamento e che negli anni è stato trasfigurato per legittimare scelte di autonomia e libertà che nei fatti hanno escluso la centralità degli studenti e delle studentesse, limitando il potenziale emancipativo dell’istituzione universitaria sempre più legata a logiche economiche, sempre meno accessibile, sempre meno autonoma.
La scelta di accogliere le logiche della militarizzazione e i capitali che porta con sé è una chiara scelta politica, una visione del mondo che orienta la formazione e la ricerca e produce un capitale umano non libero di scegliere, ma inserito all’interno di un ingranaggio in cui egli è vittima e al contempo complice. Una condizione che, chi vive del proprio lavoro, subisce ogni giorno: la vulnerabilità del lavoratore data da contratti precari e mal pagati e dal bisogno stesso di lavorare per vivere, limita un pensiero critico e la stessa costruzione di argini a questi processi. Nel campo della ricerca in particolare emerge con chiarezza questa dinamica, laddove il ricercatore per lavorare necessita di finanziamenti che sempre più sono garantiti dal mondo militare e sempre meno dallo Stato che nella ricerca ha da tempo scelto di non investire.
Questa è la premessa necessaria per introdurre una questione che ha riscaldato l’Università degli studi di Firenze, ovvero l’invito al gruppo Thales, controllato dal governo francese e partecipato dall’impresa bellica Dassault ai carrer days. I career days sono eventi di incontro e placement organizzati dalle Università con il mondo del lavoro. Si tratta di momenti centrali nella logica dell’Università, che concepisce queste giornate come fondamentale opportunità per l’incontro tra domanda e offerta. Si tratta di eventi sponsorizzati con entusiasmo dall’istituzione universitaria, momenti in cui si invitano studenti neolaureati e dottori di ricerca provenienti da tutti gli ambiti di studio e ricerca a partecipare per farsi conoscere da aziende, studi professionali e cooperative che hanno posizioni aperte. Una vetrina per queste ultime che hanno l’opportunità di far conoscere il loro lavoro: vendute come occasioni di formazione e crescita per chi cerca lavoro, queste giornate sono infatti anticipate da corsi di formazione in cui provare a “costruire il proprio futuro” attraverso percorsi che hanno come aspirazione quella di guidare gli studenti all’acquisizione di conoscenze e competenze per un ingresso efficace nel mondo del lavoro, supportandoli dalla redazione del curriculum vitae alla comunicazione efficace nei colloqui di lavoro fino all’utilizzo dei social per la ricerca di lavoro. Durante uno di questi career days (che si è tenuto il 23 marzo), l’Università degli studi di Firenze ha deciso di invitare una realtà, il Gruppo Thales, partecipato dall’impresa bellica Dassault, ovvero dall’undicesimo produttore di armi a livello globale e il quarto in Europa, con proventi legati alla vendita di armamenti pari a circa 8 miliardi di euro nel 2023.
La scelta dell’Università degli studi di Firenze è stata prontamente denunciata da chi da anni dentro l’Università monitora e si mobilita per contrastare la logica bellica che trova negli accordi di collaborazione con istituzioni israeliane e in generale con il mondo delle industrie militari, la concreta realizzazione del progetto di militarizzazione della formazione e della ricerca. Nell’appello lanciato nella settimana precedente l’evento emerge la totale contrarietà di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti dell’Università di Firenze al coinvolgimento di industrie belliche negli eventi istituzionali dell’Ateneo.
È bene evidenziare, per dare un quadro trasparente di ciò che è avvenuto, come nella giornata di domenica 22 marzo si è saputo che la Thales non sarebbe stata presente il 23 marzo durante il career day, per decisione dell’Ateneo. Non vi è stata una comunicazione ufficiale, ma il nome della Thales non compariva più tra gli invitati. La questione però non viene cancellata come si fa con il nome di Thales nelle locandine, ma rimane centrale per la comprensione della trasformazione del mondo accademico, a partire dalla relazione tra Università e mercato del lavoro. L’invito dell’Università degli Studi di Firenze non è un errore o un fulmine a ciel sereno, slegato da altri processi: sembra infatti essere diventata una prassi di molti Atenei quella di approvare circolari sul dual use e immaginare formazioni specifiche del personale e al contempo invitare ai propri eventi, legittimandole, imprese che le armi le producono e che rappresentano la plastica rappresentazione della logica militare che sempre più si insinua nei nostri immaginari. La questione può essere letta a partire dal potente contributo di Lancione (Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca, 2023), in cui in rapporto agli accordi di collaborazione tra Politecnico di Torino e Leonardo s.p.a., il docente evidenzia come questa relazione tra Università e soggetti produttori di armi o, meglio ancora, “anche di armi, ma non solo”, che hanno anche relazioni con il governo di Israele rappresenti un pericolo su più piani. Piani di cui è bene tenere conto.
“Il primo è culturale, legato alla legittimazione scientifica che Leonardo ottiene a lavorare col Politecnico e al prestigio politico che il Politecnico ottiene a lavorare con Leonardo. Il secondo è sociale, legato alla prossimità logistica del sapere che viene fatto circolare nella collaborazione. Il terzo è economico ed è legato al tipo di valore di mercato generato dalla relazione tra le parti, e dalla possibilità di profitto che essa attiva” (Lancione, 2023)
Secondo questo schema, nell’invitare un’impresa che lavora nel campo bellico, l’Università svolge un ruolo centrale nella legittimazione dell’impresa stessa: garantire al gruppo Thales (partecipato dall’impresa bellica Dassault) la possibilità di entrare in Università per raccontarsi ai futuri lavoratori, significa immaginare opportunità di lavoro, in un mercato del lavoro precario e competitivo, che abbracciano la produzione bellica. Questa posizione ben si inserisce all’interno delle retoriche dominanti che bombardano il nostro quotidiano e promettono come soluzione alla crisi generalizzata del lavoro, la soluzione del riarmo e della produzione bellica, una concreta e stimolante prospettiva per l’inserimento lavorativo e la crescita del paese. L’unica alternativa possibile. Inoltre, legittimando la presenza del gruppo Thales l’istituzione universitaria favorisce lo scambio di risorse, di dati, di saperi e normalizza la presenza del mondo bellico nello spazio pubblico universitario. Questa attivazione di sinergie che in questo caso nasce a partire dal riconoscimento del valore della presenza di Thales come gruppo che può garantire una buona occupazione, legittima e normalizza la retorica del valore del riarmo e della produzione bellica, costruendo nella prassi l’immagine di una istituzione universitaria sempre più legata e piegata agli interessi economici dominanti.
Come si evidenziava, la scelta dell’Università di Firenze si inserisce in un disegno articolato che nel tempo si sta definendo intorno alla relazione tra accademia e comparto militare. Un disegno che è stato svelato da Altreconomia (https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accorditra-le-universita-e-lindustria-militare/) in una inchiesta fondamentale per comprendere i legami tra mondo accademico e comparto militare. Queste inchieste e i lavori sul tema mostrano come la militarizzazione non possa essere analizzata come processo lineare, ma indagata attraverso un monitoraggio continuo e situato.
Se militarizzare è “dare un carattere” alle cose, allora la scelta di invitare Thales (partecipata dall’impresa bellica Dassault) rappresenta una azione volta alla costruzione e legittimazione di quel carattere, una scelta che non esclude la presenza di chi è parte attiva di un modello di produzione proprio dell’industria bellica. La prospettiva di un lavoro per studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici in realtà in cui la ricerca e la produzione sono orientate dalla logica del riarmo, nell’industria bellica o generalmente nella produzione volta alla costruzione di sistemi di controllo e violazione di libertà e diritti, non può essere parte di un compromesso già scritto e siglato. Non ci sono compromessi quando si parla della scelta tra la costruzione di una società senza armi e quella di una società che intorno alla produzione bellica rinnova la sua ostinata ossessione per il profitto, per la crescita economica.
Dentro e fuori l’Università le voci critiche e contrarie agli accordi, alla prospettiva del riarmo e della produzione bellica continuano a esistere, incontrarsi e agire contro un modello che non deve diventare parte del mondo universitario
Contro la prospettiva di una industria accademico-militare è necessario scegliere con chiarezza che partita giocare e in quale campo stare. Per scegliere da che parte stare, è fondamentale porsi le domande giuste, a partire dal “come immaginiamo la nostra Università?”. Contro la prospettiva di un lavoro che rientra nella stessa logica è necessario porsi contemporaneamente un’altra domanda, fortemente connessa alla prima e quindi chiederci “come immaginiamo il nostro lavoro dentro e fuori l’Università?”.






Ottimo articolo. Proprio in questo periodo, dopo anni di impegno nelle campagne contro gli OGM vecchi e nuovi e dopo che proprio a breve il Parlamento Europeo voterà per la deregolamentazione in materia di OGM, insieme ad altri compagni
stiamo ultimando un lavoro che presto uscirà pubblicato dal titolo “La guerra nel piatto” . Metteremo in evidenza come l’industria della produzione e della distribuzione del cibo sia in stretta relazione con le dinamiche belliche utilizzate come forme di governo. Il ruolo della ricerca accademica è fondamentale in questo processo. Basta guardare come una Fondazione come l’Agritech International Center, di cui anche l’Università di Firenze è fondatrice, unisce nel dual-use ricerca con il meglio dell’imprenditoria multinazionale bellica ( Leonardo e Thales in prima fila) e del neo colonialismo .
Molto interessante il vostro lavoro! Teneteci informat3 e vediamo come contribuire a diffonderlo! magari anche una presentazione…
Purtroppo la ricerca e sviluppo è un pilasto fondamentale del modello capitalistico. Modello che è in generale bellico non solo quando produce armi. Quindi l’ipertrofia del capitale ha investito in primis le università che sempre più lavorano su progetti finanaziti, direttamente o indirettamente (vedi progetti europei), dal capitale. Le università più quotate sono quelle che meglio riescono a concretizzare questa relazione remunerativa non quelle che producono sapere utile alle persone e al pianeta. In questo contesto forse ci dobbiamo domandare se l’università e la ricerca istituzionale sia ancora il luogo adatto dove ri-cercare soluzioni e idee utili all’uomo.