Lo scorso lunedì 23 marzo, mentre il NO vinceva al referendum costituzionale e al governo Meloni, in Provincia di Prato è stato firmato un accordo storico tra il sindacato Sudd Cobas, l’azienda che assumerà i nove lavoratori in sciopero dell’ex-stireria Alba (fornitore) e i committenti Patrizia Pepe, Dixie e Canadian. Un accordo che per importanza sembra richiamare il 2016, quando il SI Cobas riuscì in una simile impresa “apripista” nel mondo della logistica con la vertenza TNT, costretta a internalizzare centosessantacinque lavoratori tra Milano e Torino invece che ad appaltare il lavoro a cooperative fittizie.
Per fare questo è stata necessaria una lotta di quasi duecento giorni e notti fatta di picchetti mobili e permanenti contro la proprietà dell’Alba, assemblee interne al sindacato e aperte al territorio, presidi davanti e dentro ai negozi dei committenti in centro a Firenze, tavoli di trattativa, resistenza al logoramento anche durante il Ramadan. Finora i brand erano sempre riusciti a schivare o a ripulirsi da queste accuse con dichiarazioni, certificazioni od operazioni di facciata, ma stretti tra lotte sindacali transnazionali più che decennali e ultimamente anche da Direttive europee sul “dovere di diligenza” (2024/1760) e dalle inchieste della Procura di Milano, il vento sembra stare cambiando.
Si tratta infatti del primo “tavolo di filiera” in risposta a una crisi aziendale (in questo caso dovuta alla conquista dei diritti dei lavoratori) nel tessile-abbigliamento, un accordo storico perché per la prima volta dal quinquennio ‘48-’53 del secolo scorso, la classe operaia torna ad avanzare a partire dal distretto pratese sul terreno della conquista di “una vita più bella” nel cuore della produzione del territorio, che ieri era il tessile e che oggi è l’abbigliamento pronto moda, territorio che da allora è il principale produttore di tessile-abbigliamento in Europa.
Ottanta anni fa la controffensiva padronale alle conquiste operaie, insieme probabilmente all’assenza di grandi investitori come valeva invece per le grandi città del Nord Italia, aveva portato a Prato a smantellare il modello della grande fabbrica fordista ancor prima che si affermasse. Certo c’erano il Fabbricone, la Briglia e qualche altra fabbrica da centinaia di operai, ma il territorio manteneva ancora le sue radici nella mezzadria, nel telaio in casa e nella bottega dell’artigiano.
Dopo un processo di internalizzazione del lavoro iniziato alla fine dell’Ottocento, nel secondo dopoguerra la forza lavoro veniva nuovamente esternalizzata, con licenziamenti di massa e l’offerta di prendersi un telaio per lavorare conto terzi. Nel 1946 iniziarono i tentativi di licenziare i sindacalisti più attivi (della Cgil), e nel ‘47 l’affondo: il lanificio San Martino licenzia duecentodue dipendenti su un totale di trecentosessanta. Era il primo di una lunga serie: il lanificio Figli di M. Calamai, il lanificio Lenzi & C. di Gabolana ecc. ecc.
La classe operaia più combattiva, numericamente inferiore rispetto alle grandi città ma comunque dequalificata e “massificata” (gli operaisti parlavano infatti di “operaio massa”), rispose con una catena di scioperi e di occupazioni senza precedenti nella storia di Prato, in un movimento che si susseguì attraverso vertenze successive fino al ‘53, quando iniziò la fase discendente che si esaurirà sempre più negli anni Sessanta. Il contoterzista era ormai una componente sociale significativa, che tuttavia finì per funzionare (ma anche lì ci furono belle battaglie) sulla base di meccanismi imprenditoriali (definiti anche “autoimprenditoriali” per indicare l’accettazione del proprio ruolo subordinato all’interno della filiera).
Da allora la classe operaia faticò ad essere soggetto politico, laddove il conflitto si trovò imbrigliato entro dinamiche di estrema frammentazione sociale (si parla infatti di “microconflittualità”) decisa dai padroni e a cui essa non era più abituata: il conflitto nella cosiddetta fabbrica diffusa (e dai Settanta in tutto il territorio). I “padroni” assistettero con relativa indifferenza alla nascita dei distretti industriali, finché negli anni Settanta, mentre nel le lotte nel tessile portate avanti nel Nord-Est e un sindacato nazionale forte (Cgil) conquistavano un ottimo Contratto Nazionale, con la crisi del modo di produzione fordista, non si scoprì in Prato un modello. Più in generale, Prato e i distretti industriali italiani si trovarono, da realtà considerate anacronistiche, in ritardo sul modello di sviluppo, a rivestire un ruolo di riferimento in tutto l’Occidente per chi volesse investire sulla strategia della fabbrica diffusa.
Ieri il modello si basava sullo sfruttamento di immigrati dal Sud Italia e dal Veneto; dagli anni Ottanta in poi si è basato, su quello di migranti provenienti dalla Cina e poi anche dal Pakistan, dal Bangladesh, ecc. Le logiche della rendita immobiliare hanno fatto in modo che gran parte delle case sovraffollate dove si insediarono i primi negli anni Sessanta e Settanta siano le stesse poi abitate dai cinesi: quelle del Macrolotto 0, poi Chinatown.
Lunedì 23 marzo 2026 una nuova classe, di operai “diffusi” (gli operaisti parlavano di “operaio sociale”) in una fabbrica metropolitana (Alquati scriveva di “iperindustria”), sostenuta da un’ampia comunità di lotta, è riuscita a far sedere al tavolo niente meno che i brand, il corrispettivo odierno dei padroni delle varie San Martino, Calamai ecc. e a conquistare una presa di responsabilità concreta contro lo sfruttamento dei lavoratori all’interno della propria filiera. È la prima volta che succede nel tessile-abbigliamento da allora, quando la filiera si trovava maggiormente integrata all’interno della fabbrica.
Se chi legge mi concede un po’ di entusiasmo, le lotte del Sudd Cobas sembrano riecheggiare in qualche modo, pur su scala ancora limitata, un modo di fare sindacato che si richiama niente meno (e contemporaneamente niente più), che al primo movimento operaio, perché sono simili alcune dinamiche del capitale che le ha scritte, e contro il terreno del nemico, nonostante tutto, a Prato oppressi da tutto il mondo trovano oggi più che mai il coraggio di riorganizzarsi.
Se chi legge mi concede anche uno (spregiudicato) gioco di parole, Mario Tronti ebbe a dire a proposito degli anni Settanta che «il rosso all’orizzonte c’era: solo che non erano i bagliori dell’aurora, ma del crepuscolo». Nella foto è stato catturato il tramonto della serata di festeggiamento della vertenza Alba di domenica scorsa, al duecentesimo giorno di picchetto. Ma se da Montemurlo volgiamo lo sguardo verso Est, verso Prato, la Piana e chissà Firenze, a ben guardare si intravede, se non ancora un rosso, quello stesso bell’arancione.
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