Pubblichiamo il testo di un interessante intervento fatto il 27 marzo 2026 all’assemblea per lo sciopero tenutasi al circolo Le Lame. Ci pare un ottimo esempio di analisi della situazione politica globale nata dal dibattito tra attivisti,
****
Quando parliamo di USA e Israele non parliamo di una classica alleanza militare. Parliamo di una simbiosi: un processo unico di valorizzazione del capitale, proiezione militare e imperialismo. Il progetto statunitense di riaffermare il dominio del dollaro, con quello del “Grande Israele”, sono in piena continuità. La propaganda spesso ci fa credere che esista una contraddizione tra loro. Oggi non è così.
Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo partire dalle motivazioni economiche della guerra. Russia, Cina e Iran hanno superato gli USA sul piano tecnologico e produttivo con un divario destinato ad allargarsi. La dedollarizzazione era già in atto e per Washington, questa tendenza, equivale alla bancarotta. La guerra allora viene condotta esattamente laddove può rallentare questo processo. Però è una scommessa rischiosa perché, così facendo, quel processo potrebbe addirittura accelerare: gli USA preferiscono rimescolare le carte con la guerra piuttosto che accettare un declino lento ma inesorabile. 
Lo scenario attuale non è una crisi finanziaria classica. È qualcosa di qualitativamente diverso.
Siamo davanti alla chiusura più lunga mai registrata dello Stretto di Hormuz, o meglio, al controllo iraniano dello stretto con la selezione delle navi autorizzate al transito. Dallo Stretto passa di tutto: petrolio, gas, raffinati, fertilizzanti, semiconduttori, materie prime industriali. I prezzi sono già aumentati del 125-150%, con un calo dell’offerta mondiale stimato tra il 20 e il 30%.
Perché allora sui mercati non esplode una speculazione ancora più marcata? Per un motivo controintuitivo: una crisi così profonda, rischia di innescare in tempi brevi una recessione reale, una contrazione della domanda così brusca, da far crollare i mercati e travolgere anche gli speculatori più esposti. Per questo speculano, ma “con prudenza”.
È importante ricordare che gli USA si sono garantiti decenni di egemonia sganciando il dollaro dall’oro e imponendo la propria moneta come riferimento per le transazioni petrolifere: il sistema del petrodollaro. Un meccanismo che ha permesso di gonfiare il debito pubblico a dismisura, di sostenere i consumi interni, cedendo capacità produttiva attraverso il processo di delocalizzazione, compensando con la leva finanziaria.
Un sistema che però starà in piedi solo fino a quando il dollaro manterrà l’egemonia. Un esempio recente. Domenica scorsa Trump minacciava nuove ritorsioni contro l’Iran. Il lunedì mattina ha fatto marcia indietro annunciando “colloqui produttivi”. Nei minuti precedenti l’annuncio, centinaia di milioni di dollari in futures sul petrolio, venivano scambiati con conseguente rimbalzo e ossigeno per la borsa. L’apparente schizofrenia di Trump fa parte di un calcolo speculativo: questo è il gioco cinico che gli USA possono fare con la leva finanziaria, ma è pericolosissimo, sull’orlo di una recessione mondiale.
Questo ci dice altro. Ci dice quanto valga il calcolo costo-beneficio. Questo però non riguarda solo la finanza speculativa: è la base ideologica della dottrina militare occidentale. Gli USA e Israele mettono in conto di subire perdite, ma nel tentativo di infliggerne di maggiori a nemici e concorrenti. L’intero sistema guerra è basato sul calcolo costo-beneficio.
A questa dottrina se ne contrappone un’altra: la dottrina militare dell’oppresso, basata sulla logica del “pericolo percepito” e che, se pur con diversi gradi d’intensità, è stata messa in atto dalla Resistenza palestinese, dalla Federazione Russa, dallo Yemen, dall’Iran e da Hezbollah. È una dottrina militare legata alla guerra difensiva e che in parte è formalizzata addirittura nel diritto internazionale, scritto con le guerre di liberazione e anticoloniali.
La leva finanziaria è anche la base attraverso cui, gli USA, impongono sanzioni ai paesi non allineati. Oggi l’Iran, da decenni sotto sanzioni, attraverso la risposta militare, sta imponendo le proprie. Stanno mostrando quanto l’Occidente viva dello sfruttamento delle risorse globali, privatizzandole, privatizzandone i profitti e redistribuendo, entro i propri confini, il minimo necessario per mantenere la pace sociale. Una pace sociale che oggi potrebbe venire meno.
La crisi infatti potrebbe investire tutte le catene di approvvigionamento: aumento dei prezzi, erosione del potere d’acquisto, chiusure, disoccupazione, recessione nella sua forma più concreta.
L’instabilità però non deve spaventarci. È il terreno su cui costruire mobilitazione e lotta. Lo spazio in cui diventa più evidente lo scontro tra interessi di classe.
Anche in Italia, ogni schieramento, darà la propria risposta alla crisi.
Nonostante il “no” al referendum il processo di accentramento dei poteri e dei capitali non cesserà.
I neofascisti rilanceranno la campagna della remigrazione investendo sulla propaganda sovranista e nazionalista.
Il “campo largo”, si riproporrà come forza di stabilizzazione rilanciando la visione neocorporativa: il “patto tra produttori”, edulcorato dalla retorica sui diritti civili, ma che, in nome del “siamo tutti sulla stessa barca”, legittimerà austerità e sacrifici. Non a caso criticano Trump per l'”illegalità” della guerra, ma non le sanzioni e il riarmo: basta guardare alle dichiarazioni sulla possibilità di tornare a comprare gas o petrolio dalla Russia.
Poi ci siamo noi: coloro che vogliono affrontare la crisi per mettere in discussione il sistema che la produce. Il nostro compito è politicizzare ogni battaglia. Per noi sono strategici la sanità e la scuola, non la meccanica di precisione al servizio dell’industria bellica o i porti per la logistica di guerra. È un ribaltamento delle priorità.
È una rottura degli equilibri che deve arrivare fino ai contrattati collettivi nazionale. Le nostre battaglie contro il carovita, sulle bollette, sulle buste paga, devono indirizzarsi contro il sistema del capitale finanziario occidentale e non assecondare le avventure militari per la riapertura di Hormuz. Una campagna di autoriduzione delle bollette, per esempio, sarebbe importante, ma non dovrebbe essere puramente economica: la nostra ambizione dovrebbe essere quella di trasformarla in una lotta politica contro la privatizzazione dell’intero sistema energetico.
La lotta per il soddisfacimento dei nostri interessi di classe non può basarsi su una nuova era di rapina delle risorse globali, ma deve svilupparsi in sintonia con le lotte anticoloniali.
Ritroviamo qui il senso di una frase letta su tanti cartelli nell’autunno scorso: “Lottiamo per liberare la Palestina, ma è la Palestina che sta liberando noi”.
Redazione
Ultimi post di Redazione (vedi tutti)
- Pisa depredata: un’inchiesta collettiva contro il sacco della città e la rendita finanziaria - 15 Aprile 2026
- Crisi del capitalismo, guerre e lotte di liberazione - 1 Aprile 2026
- No Comando NATO: presidio davanti alla Caserma Predieri - 31 Marzo 2026





