Y., dottorandɘ in storia dell’arte, è attivista di Mi Riconosci?, associazione nata come collettivo nel 2015 per denunciare le condizioni di lavoro e di accesso alle professioni nel settore culturale, nel quadro della mancata attuazione della Legge Madia 110/2014. Il collettivo ha pubblicato due libri: Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano (2021), una descrizione puntuale dell’evoluzione e delle caratteristiche del lavoro culturale in Italia, con particolare attenzione al sistema delle esternalizzazioni e Comunque Nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani (2023), un censimento delle statue pubbliche italiane dedicate a figure femminili.
Partiamo dalla vertenza più importante in corso nel contesto locale, quella degli Uffizi.
Parliamo di uno dei musei più importanti e più visitati del mondo, anche a livello di incassi, perché negli ultimi anni il prezzo dei biglietti è aumentato in maniera esponenziale. La vicenda nasce dal rinnovo dell’appalto per i servizi aggiuntivi (in questo caso biglietteria, prenotazioni, e servizi museali) che è stato vinto da CoopCulture, un vero e proprio colosso in Italia che la fa da padrona nel settore esternalizzazioni. Con il passaggio al nuovo gestore una decina di lavoratori ‘storici’ – con un’anzianità anche di 18/20 anni – è stata lasciata a casa. Gli altri, pur assunti a tempo indeterminato, sono stati riassorbiti a condizioni profondamente mutate, in particolare con l’introduzione del part-time orizzontale. Di fatto hanno subito una vera e propria rivoluzione delle turnazioni: una riorganizzazione imposta modificando le condizioni contrattuali preesistenti, in contrasto con le tutele previste dalla normativa vigente – anche nel quadro definito dal Jobs Act. Il part-time orizzontale, che dovrebbe funzionare con orari fissi, prestabiliti e non modificabili (se non dietro preavviso e in maniera limitata), viene invece applicato distribuendo le ore su tutta la settimana, riduce il reddito e vincola a una presenza continua, senza reali margini per integrare con altre attività lavorative o organizzare tempi di vita e familiari. Di conseguenza se imponi queste condizioni facilmente impedisci al lavoratore di vivere una vita soddisfacente e questo non dovrebbe accadere. Parliamo di persone che avevano firmato un contratto a tempo indeterminato con condizioni precise e che oggi si trovano a viverne altre. La cosa più grave è che stanno riassumendo nuove persone a chiamata: in pratica risparmiano riempiendo con lavoro precario i vuoti che hanno loro stessi creato. È vergognoso.
È in corso una vertenza. Come sta andando?
Adesso Unione Sindacale di Base (USB) si sta occupando dei lavoratori riassunti con il part-time, mentre Sudd Cobas segue i lavoratori che sono stati lasciati a casa, si stanno muovendo molto bene insieme. Dopo il presidio del 1° marzo, con lo sciopero del 31 marzo chiamato da USB si è inaugurata la settimana di mobilitazione a cura di Sudd Cobas, che vede la partecipazione di molte realtà solidali.
Il caso Uffizi ripropone il nodo della esternalizzazione dei servizi. Com’è nato il fenomeno?
Nasce tutto dalla cosiddetta legge Ronchey (L 4/1993 n.d.r.), che introdusse l’esternalizzazione dei servizi aggiuntivi nei musei statali. È da lì che è partita l’esternalizzazione dei servizi aggiuntivi. Inizialmente si trattava ‘solo’ – anche se non era affatto poca cosa – di attività come caffetterie, bookshop, guardaroba, vale a dire tutti quei servizi complementari alla visita offerti dal museo. Con il tempo, e soprattutto con il ministro Franceschini, il perimetro si è ampliato fino a includere servizi che aggiuntivi non sono, come la didattica e la mediazione culturale. Il problema è strutturale: affidare a un soggetto privato la gestione di attività prima svolte direttamente dal pubblico significa esporle a logiche di profitto. E infatti le gare vengono spesso aggiudicate al ribasso, con un impatto diretto sul costo del lavoro e, di conseguenza, sulle condizioni dei lavoratori. Uno dei metodi più diffusi per abbassare il costo del lavoro è l’applicazione del CCNL ‘Multiservizi e Pulizie’, al momento uno dei contratti nazionali peggiori che esistano, che certo non riconosce la specificità e la qualificazione del lavoro culturale. Il risultato è che spesso persone con una formazione specialistica si trovano impiegate con retribuzioni e tutele non adeguate.
In realtà per i lavoratori del settore della cultura esisterebbe un CCNL appropriato, che è quello di Federculture. È un buon contratto, che prevede non solo una retribuzione adeguata ma anche le giuste tutele. Tuttavia è poco applicato, proprio per effetto della competizione al ribasso tra operatori. Ci sono anche casi positivi: proprio a Firenze la cooperativa che gestiva i servizi aggiuntivi dei musei civici applicava il CCNL Multiservizi; nel bando successivo, però, è stata introdotta una clausola che imponeva al nuovo gestore l’applicazione del CCNL Federculture, e così è avvenuto. Questo dimostra che, quando lo vogliono, i comuni e i committenti pubblici possono vincolare le gare a condizioni contrattuali più adeguate e dignitose.
A questo si aggiunge un ulteriore livello di complessità. Oggi nei musei statali non ci sono solo i ‘ministeriali’ – i dipendenti del Ministero –, e il personale assunto dalle cooperative; c’è anche il personale di Ales S.p.A., che è la società in-house del Ministero della cultura. Quest’ultima, pur essendo interamente partecipata pubblicamente, assume spesso con contratti temporanei per coprire carenze strutturali di organico, finendo di fatto per svolgere funzioni che dovrebbero essere garantite stabilmente dall’amministrazione. Per fare un esempio a noi vicino, nella Soprintendenza di Firenze, Pistoia e Prato, operativa fino a pochi mesi fa, l’organico avrebbe previsto nove storici dell’arte, a fronte di un territorio molto esteso e di un patrimonio rilevantissimo. Nel 2023, però, ce n’erano solo quattro in servizio e i vuoti erano colmati in parte tramite Ales, che di tanto in tanto assume, magari per un anno tramite partita Iva, una persona che fa le veci di un funzionario. Proprio questo ufficio ha subito di recente una radicale riorganizzazione, con l’eliminazione della Provincia di Pistoia, e siamo in attesa della revisione delle piante organiche, con l’auspicio che ne derivi anche un intervento sul piano delle assunzioni.
E i concorsi?
Al momento si stanno facendo, sono bloccate anche le graduatorie. Nel 2022 è stato bandito un concorso per funzionari proprio per fronteggiare le carenze di organico, a cui si aggiunge il problema del turn-over: nel caso della soprintendenza, due dei quattro storici dell’arte erano prossimi alla pensione. Il concorso metteva a disposizione tanti posti ma non avrebbe comunque risolto tutti i vuoti. In ogni caso la graduatoria (mai resa pubblica) è rimasta ferma – si è costituito anche un comitato, il CISDA, per promuovere il suo completo assorbimento – ed è in scadenza il prossimo 30 maggio: centinaia di idonei non sono stati chiamati e adesso si ripresenta il problema.
L’accesso al lavoro retribuito è sempre più complicato.
Sì, e va tenuto conto che per tutti i funzionari di soprintendenza – non solo per gli storici dell’arte come me, ma anche per gli archeologi – è richiesto il terzo livello di studi, che significa il dottorato o la scuola di specializzazione. Quella del funzionario di soprintendenza non è solo la figura funzionariale meno pagata di tutti i ministeri, è anche l’unica per la quale è richiesto questo livello di formazione, mentre negli altri ministeri si può accedere con la laurea magistrale. Per gli storici dell’arte poi non esiste un profilo professionale univocamente riconosciuto. Gli elenchi nazionali dei professionisti dei beni culturali, istituiti dal Ministero della Cultura nel 2019, hanno provato a inquadrarne compiti e funzioni, ma questo strumento è rimasto sostanzialmente lettera morta perché non viene utilizzato. Queste criticità, unite all’assenza di un’associazione di categoria, hanno favorito una progressiva e sostanziale svalutazione della professione, anche a livello economico. Basti pensare che nello stesso concorso funzionari già citato, a giudicare gli storici dell’arte c’erano archeologi, bibliotecari e architetti, mentre i direttori dei musei più importanti sono sempre più spesso professionisti con altra formazione, talvolta nemmeno attinente al settore culturale.
Parlando delle prospettive lavorative, conviene ricordare che, se da un lato nei musei si è progressivamente affermata la figura dei “mega-direttori”, dall’altro non esistono i ruoli intermedi: oltre ai pochi curatori/conservatori, resta sostanzialmente la sorveglianza. Nelle soprintendenze, sotto ai soprintendenti, esistono di fatto solo i funzionari – e si torna così al nodo dei concorsi. Nei musei è quindi molto difficile lavorare se non tramite le cooperative che si occupano di didattica o sorveglianza, che chiaramente non è quello a cui ambisce chi si è formato per anni – e ricordiamo che formarsi costa!
Recentemente però sono usciti nuovi concorsi del Ministero della cultura.
Negli ultimi mesi è uscito questo concorso pubblico del Ministero, che prevede 1.800 posti per personale di sorveglianza e 300 per la nuova misteriosa figura dell’assistente tecnico, che non abbiamo mai sentito e che nel bando non viene nemmeno descritta chiaramente in termini di funzioni. Trattandosi di un inquadramento lavorativo di minore responsabilità rispetto a quello del funzionario, sembra scontato che finalmente il titolo di accesso sarà questa volta la laurea e che si terrà conto dei titoli di studio posseduti dai partecipanti. Sbagliato. Basta il diploma di scuola superiore, salvo poi essere valutati su diritto amministrativo, contabilità, diritto dell’Unione europea, normativa beni culturali, archeologia, storia dell’arte, museologia, tutela del patrimonio, oltre a inglese, informatica, logica e quesiti situazionali: tante materie con dei quiz a crocette in una sola prova. Certo, il bando richiede nozioni, ma appare evidente che ci sia una contraddizione tra i requisiti di accesso e le competenze richieste. L’impressione è che ci si trovi davanti agli ennesimi concorsi pensati per assumere persone formate, sotto-inquadrandole e dunque pagandole meno.
Curioso, in un paese in cui il Ministro della Cultura ha preso la laurea triennale in filosofia dopo la nomina…
L’idea che si ha di queste professioni è profondamente distorta. Chi prende decisioni spesso non ha alcuna percezione di cosa significhi un percorso di formazione specialistica: anni di studio, investimento economico e lavoro non retribuito o sottopagato. La retorica del “tanto può farlo chiunque” legittima così un duplice meccanismo: da un lato si comprimono i costi, pagando meno chi è qualificato; dall’altro si ricorre a personale non formato, con l’idea che “tanto si impara sul campo”.
Tra gli esempi recenti più clamorosi c’è il concorso per l’abilitazione alla professione di guida turistica, a cui si sono iscritte circa 27mila persone, il doppio di quelle che già esercitano. Anche in questo caso il requisito d’accesso era il diploma, ma la selezione si è basata su un nozionismo esasperato: domande su dettagli minimi di opere e beni distribuiti su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dall’ambito operativo. Eppure una guida deve conoscere in profondità il proprio territorio: se lavora in Toscana, non ha senso valutarla su particolari di una chiesa pugliese o di un museo friulano. Lo stesso problema si riscontra anche in altri concorsi tecnici, dove si richiedono dati puntuali e facilmente reperibili – come l’anno esatto di una dichiarazione UNESCO – invece di competenze reali.
Tutto questo presuppone un’idea molto riduttiva del lavoro in ambito culturale.
C’è questa idea che lo storico dell’arte possa farlo chiunque: è un pregiudizio decisivo. Ogni anno escono bandi su bandi per volontari, o per tirocini pagati 300 euro al mese…
…Quello dei tirocini è un serbatoio praticamente inesauribile…
Sicuramente. Un nodo cruciale è quello delle scuole di specializzazione, che riguarda il nostro settore. In teoria dovrebbero funzionare come le specializzazioni in medicina, ma con una differenza sostanziale: in medicina si è retribuiti e si entra subito nel lavoro; qui, invece, si paga per formarsi ulteriormente. Fino a qualche anno fa la scuola di specializzazione era il percorso principale per accedere alle soprintendenze. Oggi però il quadro è cambiato: il terzo livello richiesto per il ruolo di funzionario comprende anche il dottorato, equiparato alla specializzazione. Questo ha indebolito ulteriormente il senso di un percorso che resta oneroso e difficile da conciliare con un’attività lavorativa: a meno di non avere un impiego molto flessibile – o di essere già interni al Ministero, con permessi dedicati – frequentare è complesso.
A questo si aggiunge il peso dei tirocini obbligatori, che possono arrivare anche a 750 ore non retribuite. E qui emerge un problema strutturale: questi tirocini non sono solo formativi, ma spesso diventano funzionali al lavoro degli uffici. Durante il mio tirocinio in soprintendenza, ad esempio, la funzionaria ci diceva esplicitamente che la nostra presenza era l’unico modo per portare avanti attività di ricerca. In altre parole, una parte significativa del lavoro viene di fatto sostenuta da tirocinanti non pagati.
Quanto è diffuso il problema della mancata o bassissima retribuzione nel settore?
Qualche anno fa era uscito un bando per il reclutamento di una figura professionale di alto livello presso il Museo Marino Marini di Firenze, che è un museo privato. Facemmo un comunicato stampa chiedendo di cambiare il contenuto del bando, perché per svolgere per un anno quella funzione erano offerti 2.000 euro annui. Era una cifra talmente bassa che all’inizio molti di noi pensavano fosse una cifra mensile.
Questo succede spessissimo. Ci arrivano continuamente segnalazioni riguardanti bandi per figure apicali con grandi responsabilità e moltissimi oneri, a fronte di compensi irrisori, a volte addirittura assenti. Parliamo di bandi promossi da istituzioni pubbliche, per cui ricordo, ad esempio, il bando del Comune di San Casciano per la selezione del coordinatore scientifico del Sistema Museale territoriale del Chianti e del Valdarno fiorentino, la responsabilità di 11 musei per circa 700 euro al mese. Ha chiuso da pochissimo, invece, quello del Comune di Montelupo per il nuovo Direttore Scientifico dei suoi musei; compenso previsto: 1.000 euro al mese.
Mi Riconosci? denuncia correntemente questi bandi sui social e tramite comunicati stampa, ma se ne parla ancora troppo poco. Come non si parla del FAI, perché chiaramente quando si parla di volontariato si deve parlare anche del FAI, in primis del ruolo gigantesco che ha nella diffusione dell’idea che i volontari devono essere orgogliosi di promuovere la conoscenza del patrimonio senza essere pagati, perché stare nel bello è già una ricompensa. Poi ci sono gli apprendisti ciceroni e la retorica per cui la passione finisce per surrogare una professione. E torniamo anche qui a un discorso già fatto.
Sembra il retaggio di una visione elitaria, non ancora superata…
Certo, è una visione del mondo artistico e culturale per certi versi ancora ottocentesca, una roba di classe, diciamolo. Chi allora si dedicava alla storia dell’arte era chi aveva i mezzi economici per farlo. Anche oggi fare una professione culturale, specialmente storia dell’arte, resta elitario, perché ti porta a tanti anni di precariato, ma denunciare questo sistema significa ammettere i propri privilegi e costa ammetterlo. Ma poi a un certo punto tocca dover aggiustare il tiro e quindi arrivare ad un compromesso. Nel mio caso ho la scuola di specializzazione, tra un po’ anche il dottorato, ma probabilmente ad un certo punto dovrò accettare di entrare come sorvegliante ministeriale per avere il contratto a tempo indeterminato e poter mettere un punto fermo.
Quali sono, in generale, le condizioni di lavoro delle persone che lavorano nel settore culturale?
Nel corso degli anni sulle condizioni dei lavoratori Mi Riconosci? ha curato diverse indagini, la più recente delle quali, uscita l’8 marzo scorso, è dedicata alle discriminazioni e alle molestie nei luoghi di lavoro e formazione. Sono strumenti molto utili, perché in un settore molto frammentato come il nostro le indagini sono l’unico modo per arrivare ad avere un quadro nazionale delle condizioni lavorative. In un’altra indagine, dedicata proprio alle condizioni lavorative e uscita all’inizio del 2023, basata su oltre 2.500 risposte, è emerso che solo il 6% dei lavoratori lavorava in una posizione coperta dal CCNL di Federculture, e che il 73% delle persone che lavorano nel settore sono donne, nella gran parte dei casi molto giovani. Questo è un aspetto importante perché chi va verso l’età adulta in queste condizioni non ce la fa, e di conseguenza cambia lavoro. L’indagine ha mostrato che il 21% delle persone intervistate guadagnava tra 4 e 6 euro l’ora, e il 43% tra 6 e 8 euro l’ora, due persone su tre guadagnavano quindi meno di 8 euro l’ora – lorde, naturalmente. Il 39% delle persone rispondenti guadagnava meno di 5.000 euro l’anno, ampiamente sotto la soglia di povertà, il 26% tra 5.000 e 10.000 euro. Il 32% delle donne dipendenti non ha potuto fruire di permessi per la maternità.
A quale intervento strutturale daresti la priorità, per affrontare questi problemi?
La priorità assoluta è reinternalizzare. Il paradosso è che si è cominciato ad esternalizzare perché serviva risparmiare, ma ora non si risparmia neanche più. Tutti questi soldi che spendiamo nei musei, nelle istituzioni culturali vanno nelle tasche delle poche persone che stanno all’apice delle aziende e delle cooperative che gestiscono i servizi. Queste cooperative possono ad esempio trattenere il 30% dei biglietti, il 100% della prevendita, o l’85% di altri servizi. Nel caso degli Uffizi, che fanno circa 5.500 ingressi al giorno tra prevendita e biglietti, possiamo fare i nostri conti su quanto vale questo giro.
In una situazione del genere i lavoratori sono sulla difensiva, sono costretti a pensare al loro piccolo orticello, e così finiscono per dimenticare che siamo tutti sulla stessa barca. Avrebbe molto senso fare rete e lottare insieme per chiedere riconoscimento professionale, miglioramenti contrattuali e delle condizioni di lavoro.
È questa l’idea che cerchiamo di supportare ogni giorno come associazione. Ad esempio, a Firenze facciamo parte di una piattaforma insieme a Sudd Cobas, USB e Workers in Florence – collettivo fiorentino che si occupa delle condizioni dei lavoratori della ristorazione e dei riders. La piattaforma cerca di unire i lavoratori, di unire le vertenze, per cui si lavora tramite assemblee pubbliche per organizzare iniziative congiunte. Noi supporteremo lo sciopero e la mobilitazione, come abbiamo già fatto un anno fa, in occasione di un’altra mobilitazione in sostegno delle lavoratrici e dei lavoratori dell’azienda Dussmann Service, che esiste ancora e gestisce il personale impiegato nei servizi di accoglienza nei musei statali di Firenze, come la Galleria dell’Accademia, e in altri luoghi della cultura in città, come la Biblioteca Nazionale. Dussmann faceva contratti molto brevi. È sempre questa la caratteristica di queste aziende, fanno dei contratti brevissimi, anche di quattro mesi, con assunzioni da agenzie interinali, e qui si torna al discorso che agli Uffizi si lasciano a casi i ‘vecchi’ e si assumono i nuovi a chiamata. Il ricorso al lavoro a chiamata dice molto della considerazione riservata ai lavoratori: chi è assunto così non ha forza contrattuale, è ricattabile e sa di poter essere sostituito in qualsiasi momento. Inoltre difficilmente sarà motivato a esporsi o a rivendicare diritti, trattandosi di una posizione del tutto temporanea.
C’è qualcosa da salvare, in questo modello?
No, c’è pochissimo da salvare. La cosa incredibile è che parliamo di un settore che vanta una rappresentazione totalmente fasulla, che serve a fare vetrina, come nel lusso e nella moda, accompagnata da una retorica malata da far emergere e già dall’anno scorso in tutti i nostri presidi il nostro striscione è ‘Firenze, culla dello sfruttamento’. C’è un contrasto fortissimo tra l’attrazione massima esercitata dalla città simbolo del Rinascimento e la totale svalutazione del lavoratore che è esattamente l’opposto di quello che dovrebbe essere l’arte. Ma del resto, ormai molti studi lo hanno ben dimostrato come anche i dati regionali: la turistificazione produce occupazione fragile, poco qualificata e sottopagata.
C’è una perdita costante, un profondo svuotamento di significato in nome del guadagno ad ogni costo. E chi entra agli Uffizi, o in qualsiasi museo, non ha la minima percezione di come vivono le persone che tengono aperti quei luoghi ogni giorno. Poi ci sono anche le persone che dicono, ‘eh, è giusto pagare 25 euro…’. Ma in realtà non è affatto giusto, perché questi luoghi sono nostri. Gli Uffizi sono anche nostri.
Fabio Bracci
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