GoFundMe complice di genocidio: blocca le transazioni per la Palestina

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Già a fine luglio 2025 la ‘7amleh-Arab center for the advancement of social media’ (7amleh) , l’ong araba per i diritti digitali e i diritti umani dei palestinesi, metteva in guardia su GoFundMe, mentre la la crisi umanitaria nel contesto del genocidio a Gaza stava raggiungendo ormai livelli catastrofici. “Noi, le organizzazioni della società civile sottoscritte, condanniamo le sistematiche restrizioni imposte da GoFundMe alle raccolte fondi palestinesi. Il crowdfunding è diventato una delle poche vie rimaste per i civili per accedere ad aiuti salvavita. Eppure GoFundMe, la più grande piattaforma di crowdfunding al mondo, ha ripetutamente bloccato o limitato le raccolte fondi per i palestinesi, privando famiglie, gruppi di mutuo soccorso e iniziative di base di fondi urgentemente necessari”. Queste azioni coercitive da parte di GoFundMe portate avanti durante una carestia e un’occupazione militare fanno la differenza tra la vita e la morte, in un contesto in cui il cibo ha raggiunto costi elevatissimi. 

Questo è successo anche alla raccolta avviata a Prato a novembre 2025, in occasione dell’evento All Eyes on Palestine organizzato presso il Centro Pecci di Prato da alcune volontarie della società civile in collaborazione con il Jenin Creative and Cultural Center (Jenin3C), presente durante la serata in collegamento dalla Cisgiordania. Il progetto, che ha coinvolto le scuole sul territorio, voleva riflettere sul trauma collettivo di un genocidio in corso, sui sentimenti che suscita nelle nuove generazioni e anche negli adulti che sono chiamati a prendersene cura. Presso il Centro Pecci, erano presenti lə docenti, lə studenti e le famiglie che hanno avuto modo di ascoltare le testimonianze del dott. Bona di Emergency che ha lavorato a Gaza, di una ragazza gazawi che è riuscita a fuggire tramite i corridoi sanitari e del coordinatore del Jenin Cultural Center a cui sarebbe stato devoluto il ricavato tramite il GoFundMe. 

Il ricavato del progetto ammonta a circa mille euro tra le donazioni sulla piattaforma e quanto devoluto nel corso della serata. La campagna su GoFundme per Jenin Cultural Center viene lanciata ad ottobre 2025, raccogliendo un totale di quattrocentoquaranta euro che la piattaforma minacciava di restituire ai singoli donatori e donatrici, previa la mancanza di ulteriori informazioni sul beneficiario – ovvero, J3C. A gennaio 2026 GoFundme ha bloccato le ultime transazioni, esigendo chiarimenti in merito agli intermediari coinvolti e allo stato legale dell’associazione. Ma a febbraio 2026 questo sembrava non essere più sufficiente. La piattaforma ha continuato ad avanzare richieste come il sito web, il numero di identificazione (codice fiscale o numero di partita IVA) e l’indirizzo dell’organizzazione; la struttura organizzativa dell’organizzazione del beneficiario, ovvero il nome completo di tutte le persone che gestiscono o controllano l’organizzazione; il nome legale completo delle persone con una quota di almeno il 25% nell’organizzazione. E infine, esigeva spiegazioni sul rapporto con l’organizzazione stessa e il nominativo del referente al suo interno. Mentre a scrivere è sempre un generico Peter del Team di GoFundme, la piattaforma ha ottenuto tutte le indicazioni che desiderava sulle persone in Cisgiordania. Sapere è potere, scriveva Foucault. E le forme di sapere diventano forme di controllo, in mano in questo caso a GoFundme. 

Ad aprile 2026 la piattaforma comunica che le ultime due donazioni di dicembre 2025 – di quindici euro ciascuna – sono state rimborsate alle rispettive donatrici. Per tre mesi queste donazioni sono state “sospese” in un limbo. Utilizzate come merce di scambio per ottenere informazioni.  

“Le azioni di GoFundMe riflettono un modello più ampio di repressione digitale e discriminazione contro i palestinesi, documentato su piattaforme social e finanziarie sin dall’ottobre 2023. Le aziende tecnologiche svolgono un ruolo diretto nel mettere a tacere le voci palestinesi e nell’ostacolare gli sforzi di solidarietà”, scrive l’ong ‘7amleh-Arab center for the advancement of social media’. GoFundme sembra pertanto contribuire alle violazioni dei diritti umani, non garantendo che le loro politiche siano applicate a tuttə in modo equo e trasparente, a differenza di quanto stabilito dai Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani.

Come ampiamente documentato dalle inchieste di ‘7amleh-Arab center for the advancement of social media’ e di Aljazeera , il blocco arbitrario degli aiuti in un momento di carestia contribuisce al genocidio a Gaza, rendendo, pertanto, GoFundMe complice delle atrocità in corso.

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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