“Free Gaza” è la scritta comparsa domenica 12 aprile sul forte delle Salettes, la fortezza eretta all’inizio del diciottesimo secolo a 1538 metri sopra l’abitato della città francese di Briançon, a difesa del confine francese con l’Italia. Nonostante ci si trovi nell’area Schengen, alla frontiera franco-italiana ogni giorno si ripetono i meccanismi di controllo: controllo della terra, controllo dei corpi, controllo della libertà di movimento. Sono quotidianamente in atto meccanismi di esclusione, restrizioni alla mobilità, militarizzazione, messa in pericolo e violazioni dei dirittiumani. Per questo il tour della solidarietà internazionalista in sostegno alla causa palestinese ha scelto come tappa lo spazio associativo di Chapoule – di fronte al forte delle Salettes – per la tavola rotonda che si è tenuta domenica.
Un giornalista palestinese ha parlato dei prigionieri rinchiusi nelle carceri coloniali israliane, delle torture che subiscono e della reclusione sistematica insita nel regime di oppressione coloniale. Lə portavoci di ‘Urgence Palestine’, di ‘Thousand Madleens to Gaza’ e di ‘Tous Migrants’ ci hanno ricordato che la lotta palestinese si ricollega a tutte le altre lotte contro la colonizzazione passata e presente, e a favore della libertà di movimento per tuttə.
Un abitante del quartiere Estaque a Marsiglia ha raccontato come un intero quartiere di periferia – che è comunque una zona portuale con una tradizione operaia di scaricatori di porto e pescatori – si sia mobilitato per la Palestina. “Persone di tutte le religioni e di tutte le classi sociali si sono organizzate per cucinare per l@ membr@ della flotilla. Oppure per fare gli striscioni che sono stati attaccati dappertutto. Non c’è stato bisogno di spiegare che questa non è solo una causa palestinese ma è anche una causa francese e marsigliere che riguarda tutti”. L’approdo delle ‘Thousand Madleens to Gaza’, ha reso l’Estaque un quartiere di mobilitazione permanente: gruppi culturali, musicisti, cineasta e, soprattutto, molte persone dei quartieri più popolari si sono avvicinate alla questione internazionale.
Ed è proprio dal quartiere dell’Estaque che sabato 4 aprile è salpata la coalizione formata da diversi movimenti. Thousand Madleens to Gaza, Freedom Flottilla Coalition e Global Sumud Flotilla sono dirette in Palestina nel tentativo di rompere il blocco navale e far arrivare alla popolazione civile palestinese gli aiuti umanitari che Israele continua a non lasciar passare. Il 10 aprile hanno fatto tappa a Napoli e il 15 aprile arrivano a Cetraro, in provincia di Cosenza, sulla costa tirrenica della Calabria.
“In una fase geopolitica segnata da militarizzazione, repressione e allargamento del conflitto, a guidarci è il punto cardine del nostro manifesto: il desiderio di unione e scambio orizzontale tra i popoli del Mediterraneo. Cetraro, in quest’ottica, non è soltanto il luogo da cui partire: è una scelta politica”, si legge sulla pagina Instagram di Thousand Madleens Italy. Per capire come la Flotilla sia arrivata a Cetraro, abbiamo contattato Patrizio Addunati e Claudia Gullà, referenti BDS Calabria – il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele fino a quando non rispetterà il Diritto Internazionale ed i Principi Universali dei Diritti Umani.
A seguito del referendum si è tornato a parlare della questione meridionale, dei tagli ai servizi pubblici, di abbandono e sfruttamento. Quanto ha influito questo nella scelta di una tappa in Calabria?
“Sicuramente la grande partecipazione del Sud al referendum ha acceso i riflettori. In realtà, quello che non arriva è che nonostante l’immobilismo predicato, c’è una grande componente di attivismo dal basso che negli ultimi anni sta fiorendo. Lo scorso autunno il movimento ProPal, che ha risvegliato le coscienze in tutta la nazione, anche a Cosenza è riuscito ad organizzare una manifestazione molto partecipata. Il movimento di attivistə calabresi a Roccella ad ottobre 2025 ha accolto e sostenuto le barche del Global Movement to Gaza e Bds, restando poi in contatto con le reti nazionali della Flotilla”, spiega Patrizio Addunati – BDS Calabria.
Un’altra frontiera in cui si riversano i meccanismi politici ed economici della speculazione neoliberalista è tra la Calabria e la Sicilia, dove Salvini aveva assicurato che i cantieri per il Ponte sarebbero partiti entro il 2025. Ma la Corte dei Conti a ottobre 2025 ha bloccato la delibera nei suoi tre aspetti fondamentali: quello della sostenibilità ambientale, quello delle previsioni contabili (la questione dei fondi pubblici che dovrebbe coprire interamente il finanziamento del Ponte) e quello legato alle direttive Ue sulla concorrenza. Come converge il Movimento No Ponte con la Flotilla?
“Il movimento No Ponte tra Reggio Calabria e Messina è composto da due coordinamenti da una parte e dall’altra, è fatto da persone che vivono quotidianamente un territorio denso di lotte da portare avanti dallo sfruttamento delle risorse alla carenza delle infrastrutture, dall’estrattivismo allo spopolamento. L’11 e il 12 aprile c’è stata una grande chiamata di tutti i sud: alla due giorni ‘I sud si organizzano’, convocata dalla Base, organizzazione politico-culturale antagonista cosentina, c’erano le compagne di Thousands Madleens, oltre alle delegazioni dei collettivi venuti dalla Puglia, dalla Sicilia e dalla stessa Calabria. Si tratta di un primo passo, anche a livello storico, di una rete unitaria per costituire un fronte unico di lotta in cui le mobilitazioni del No Ponte e quelle interne ai territori convergono con la causa palestinese”, prosegue Addunati.
Il ciclone Harry a marzo 2026 ha devastato i territori calabresi, siciliani e sardi. La fragilità di queste terre viene spesso presentata come un fattore naturale, ma sarebbe più corretto dire che è piuttosto la conseguenza di un paradigma capitalistico estrattivista?
“E’ la stessa logica che smantella la sanità pubblica, che non si cura di infrastrutture obsolete, lasciando interi territori senz’acqua. All’evento ‘I sud si organizzano’ alcune compagne di Crotone non sono potute venire a causa delle reti di collegamento e di trasporto interne che sono insicure, carenti o addirittura inesistenti”, spiega Patrizio.
Interrogarsi sui Sud oggi significa quindi ridiscutere il senso stesso dello sviluppo, il rapporto tra economia e vita, tra istituzioni e comunità, tra produzione e territori che troppo spesso sono utilizzati in funzione all’apparato militare-industriale. Cos’è successo al porto di Gioia Tauro?
“Siamo state allertate dalla campagna internazionale Block The Boat che segnalava dei container che stavano arrivando nel porto di Gioia Tauro per essere poi inviati ad Israele. Abbiamo fatto diverse segnalazioni alla dogana e alla guardia di finanza, arrivando a due interrogazioni parlamentari sia per il porto di Gioia Tauro che di Cagliari da cui è passata la stessa spedizione. A seguito quindi delle ispezioni, sono stati scoperti materiali bellici. All’inizio dicevano che l’acciaio potesse avere un ‘dual use’ – ovvero scopi civili oltre che militari – invece sappiamo per certo che l’azienda israeliana a cui erano destinati i container produce solo armamenti. E’ stato un lavoro internazionale in cui sono entrate in gioco diverse parti tra cui Weapon watch, l’osservatorio di traffici di armi nel Mediterraneo. A livello storico in Italia non era stato mai stato ispezionato un container, nonostante le segnalazioni. Mentre a Gioia siamo riuscit@ a mobilitare il porto – cosa per niente scontata poiché si tratta di un porto molto militarizzato, che non è al centro della cittadina, non ha case vicine, resta un luogo ameno. Eppure questo fatto di cronaca ha smosso qualcosa negli attivisti della Global Sumud Italia che hanno deciso di toccare con mano le nostre coste”, conclude Patrizio Addunati.
Il Sud non è un problema da amministrare ma una forza collettiva che si organizza, si legge nel comunicato del Movimento No Ponte, pubblicato sulla loro pagina Facebook. Sulle due sponde del Mediterraneo si lotta per rimettere in discussione la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come orizzonte inevitabile; per rompere con le retoriche coloniali imposte ai Sud. A Cetraro stanno arrivando 20 imbarcazioni da Marsiglia e dirette a Gaza. Sono circa 250 persone tra medici, infermieri e operatori sanitari; educatori, ingegneri e volontari per la ricostruzione dei territori sotto assedio; ma anche investigatori sui crimini di guerra, legali e giornalisti che documenteranno le violazioni del diritto internazionale.
A Cetraro rimarranno dieci giorni: la flotilla di terra ha organizzato dibattiti, incontri, concerti in un porto pubblico e solidale. I Sud si stanno organizzando per liberare il Mediterraneo e la Palestina.




