C’è qualcosa di rivelatore e al tempo stesso sinistro nel fatto che il decreto-legge Sicurezza debba ricevere il via libera parlamentare entro il 25 aprile. Il fatto che la data della Liberazione dal nazifascismo sia stata scelta come scadenza amministrativa per una legge che restringe il diritto di manifestare, amplia i poteri di perquisizione e rende più costoso e rischioso il dissenso, dice molto sul momento che stiamo vivendo.
Il testo introduce perquisizioni immediate sul posto durante manifestazioni, il trattenimento negli uffici di polizia fino a 12 ore senza arresto formale, e l’arresto in flagranza differita, entro 48 ore, sulla base di documentazione fotografica per reati commessi in piazza. Prevede “zone a vigilanza rafforzata” dove il prefetto può disporre allontanamenti, applicabili anche ai minori sopra i 14 anni. Uno degli emendamenti più discussi riconosce 615 euro agli avvocati che assistono migranti in domande di rimpatrio volontario approvate la stessa cifra del contributo riconosciuto al migrante stesso, con un effetto incentivante sul senso del rimpatrio difficile da ignorare.
Per capire come queste norme agiscono concretamente, basta guardare a quanto accaduto a Rifredi in Piazza Tanucci, dove alcuni residenti avevano organizzato un presidio pacifico contro l’apertura della sede di Futuro Nazionale, il partito legato a Vannacci. Un pranzo condiviso, uno striscione, nessuna problema, eppure nei giorni successivi hanno ricevuto sanzioni amministrative tra i 1.000 e i 10.000 euro, provvedimenti che colpiscono il singolo per scoraggiare il dissenso. Se una manifestazione spontanea di quartiere diventa un debito da migliaia di euro, il messaggio è semplice: chi protesta paga. Non è un caso isolato, negli ultimi mesi si contano centinaia di episodi simili, dalle denunce per associazione eversiva e terrorismo, agli interrogatori senza avvocato, fino alle multe per uno striscione. Gli obiettivi variano, manifestanti pro-Palestina, attivisti dei centri sociali, chi ha protestato contro esponenti del governo, ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Il 25 aprile, mentre militanti fascisti si ritrovano a Predappio davanti alla tomba di Mussolini per «La fine dell’antifascismo» organizzato da Forza Nuova, il presidente del Senato La Russa ribadisce l’equiparazione tra partigiani e repubblichini. Non provocazioni isolate, ma una riscrittura sistematica della memoria storica fatta da chi oggi siede nelle istituzioni. Chi protesta contro questo governo rischia multe, denunce, interrogatori, chi manifesta vicinanza al fascismo trova un silenzio benevolo.
La Resistenza fu la risposta organizzata di tanti e tante a un sistema che aveva reso il dissenso illegale, soppresso le libertà fondamentali, sciolto i partiti e i sindacati, instaurato il Tribunale Speciale per perseguitare gli oppositori, trascinato l’Italia in una guerra di aggressione e di conquista coloniale con le sue stragi in Etiopia e in Libia, e infine consegnato il Paese all’occupazione nazista dopo l’8 settembre 1943. La Costituzione che ne uscì fu un patto collettivo per rendere impossibile che tutto questo si ripetesse, proprio per questo il governo sta provando a smontarla pezzo per pezzo anche con questi provvedimenti. La maggioranza degli italiani l’ha difesa di nuovo il 23 marzo con una valanga di NO.
A chi ha ricevuto le multe a Firenze, a chi si è trovato una denuncia per terrorismo, a chi è stato portato in questura senza avvocato va la nostra solidarietà.
Quest’anno più che mai il 25 aprile non è una ricorrenza.
perUnaltracittà
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