“Sognare la pace”, l’unica risposta del Comune di Firenze al genocidio dei palestinesi

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È ormai noto che se il genocidio in Palestina continua (e si espande) è grazie all’impunità assoluta concessa ad Israele, che ha licenza di fare qualsiasi cosa senza nessuna conseguenza. Abbiamo capito che è necessario che vengano imposte sanzioni, e che aziende, cittadini, associazioni, sindacati e istituzioni si adoperino per interrompere ogni sostegno ad uno stato genocida.

Il Comune di Firenze ha avuto la possibilità di iniziare un percorso verso misure concrete, eppure ha scelto un’altra strada. Lo scorso 15 dicembre, infatti, ha respinto in modo inequivocabile le richieste di numerose realtà politiche cittadine riunite sotto Palazzo Vecchio perché venisse attuato un ordine del giorno che avrebbe potuto dare un segnale reale. Inoltre, la proposta del consigliere Dmitrij Palagi, di interrompere le relazioni istituzionali del comune di Firenze con Israele, e di verificare se ci siano rapporti economici tra comune e aziende israeliane, è stata approvata dal consiglio comunale il I settembre 2025, ma la Giunta della sindaca Funaro si è rifiutata di metterla in atto.

Dopo aver ignorato la richiesta del consiglio comunale per due mesi, ha infine risposto con un secco “no”. Significative sono le modalità della risposta dellassessore Bettarini, il quale, respingendo a nome della Giunta le richieste, ha rivendicato l’impegno del Comuneper la pace”, citando l’organizzazione del festival tenutosi a Palazzo Vecchio dal titolo “Re-Imagine Peace: a light ahead”, che, a suo dire, “ha lanciato un messaggio di pace per la Palestina e Israele”.

Da Human Rights Watch

Il rifiuto della richiesta di misure concrete contro Israele e la rivendicazione di questo evento vanno letti insieme, e non separatamente, perché questo ci dà la possibilità di analizzare la linea politica e ideologica della Giunta di Sara Funaro sul genocidio dei palestinesi, riassumibile così: “palestinesi, israeliani, basta litigare!”

La kermesse musicale-culturale ideata dalla sindaca Funaro e dalla cantante israeliana Noa si è tenuta a Palazzo Vecchio il 12 settembre scorso, e si è aperta con uno slogan che è rivelatore, con Gaza già da due anni sottoposta a bombardamenti a tappeto, cecchini che vanno a a caccia di bambini, una vita impossibile, tra liquami, carestia, assenza di medicine, scuole, acqua potabile.

Sorridendo, Noa spiega: “free Palestine… and free Israel. Free from hatred”. “Palestina libera, e Israele libero. Liberi dall’odio.” La tesi è che la soluzione al conflitto non è difficile, il tutto si potrebbe risolvere “parlandosi”. Basta litigare, appunto. Il senso di questo approccio è ideologico ma anche strumentale: c’è la negazione della realtà dei fatti, che ha lo scopo di giustificare l’assenza di azioni concrete da parte della politica.

Parlare di guerra e non di genocidio, come fanno i nostri media, i nostri politici, e come fanno a “Re-imagine peace”, è importante, poiché guerra e genocidio sono due cose molto diverse. Il Basta! di Sara Funaro, proiettato su Palazzo Vecchio è solo questo: “basta guerra, basta crimini di guerra”. Ma perché è così importante, per la politica che non vuole agire, parlare di guerra e negare il genocidio? Perché di fronte ad un genocidio c’è l’obbligo di prevenire il genocidio, sancito dalla Convenzione Internazionale del 1948 e ratificato dall’Italia, che vincola lo Stato italiano, e di conseguenza le sue articolazioni amministrative, (inclusi Comuni e Regioni), a prendere ogni misura necessaria per impedire la commissione di questo crimine.

Il racconto che sentiamo nelle due ore di canzoni e interventi ci parla di una guerra terribile, voluta da leader estremisti e cattivi, che inizia il 7 ottobre 2023: terroristi di Hamas da una parte, l’estrema destra di Netanyahu dall’altra. In mezzo, due popoli che soffrono allo stesso modo (Noa mette in guardia: “nessuno ha il monopolio sulla sofferenza”). Due popoli che devono isolare i cattivi, che, da entrambe le parti, vogliono la guerra e fomentano l’odio reciproco.

Simmetria è il concetto chiave. Eppure, come Edward Said e altri intellettuali hanno instancabilmente sostenuto, la storia ci parla di un implacabile colonialismo di insediamento israeliano e di un’oppressione sistematica perpetrata contro i palestinesi. Stabilire una equivalenza tra le due parti è dunque un semplice errore teorico? No: serve allo scopo di definire il campo in cui avviene il dibattito: quello dell’interminabile e “complesso” conflitto per una terra contesa.

Questo racconto, che non deriva da ingenuità o superficialità, è uno degli strumenti più efficaci storicamente utilizzati dalla propaganda: se si cancella la realtà dell’oppressione e delle violazioni del diritto internazionale, si cancella anche la nostra diretta responsabilità, quindi il nostro dovere morale e politico di agire. Cosa ci resta quindi? Piangere, immaginare un mondo bellissimo, sognare la pace. Di conseguenza la politica si dedica agli appelli, e non alle azioni; sognare, e non intervenire; pregare, e non agire. Pace, ma non giustizia.

Iniziative di questo genere, inoltre, hanno bisogno di un’altra grave manipolazione: attribuire la responsabilità dell’eccessiva violenza ai coloni ed al governo-di-estrema-destra-di-Netanyahu. Per Funaro “Israele non è il governo Netanyahu”, e le sue politiche verso i palestinesi sono contestate.

Purtroppo non è così: le contestazioni al governo Netanyahu riguardavano l’incapacità di riportare a casa gli ostaggi, e in precedenza la riforma giudiziaria. Il popolo israeliano è in stragrande maggioranza a favore di una soluzione finale per i palestinesi, circa il 75% degli israeliani ebrei concorda con l’idea che “non ci sono innocenti a Gaza”, secondo un sondaggio condotto dall’Università ebraica di Gerusalemme nel giugno 2025. Ma la reputazione di Israele è una priorità per Noa/Funaro, e il fatto che la società israeliana sia “nazificata” va tenuto nascosto. Come scrive Orly Noy sulla rivista 972, : “Ciò che Israele sta facendo a Gaza non è la tragica conseguenza di eventi caotici sul terreno, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall’“esercito del popolo”, ovvero da padri, figli, fratelli e vicini di noi israeliani.”

Le associazioni pacifiste, culturali, comunità religiose schierate per i diritti del popolo palestinese, potrebbero forse mutare il proprio approccio basato sull’assunto che “non basta, ma è già qualcosa”, e riflettere sul senso più profondo di eventi che in ultima analisi hanno lo scopo ed il risultato di conservare lo status quo, e di conseguenza la prosecuzione del progetto israeliano di cancellazione del popolo palestinese e di appropriazione delle sue terre.

Re-imagine peace non è un caso singolo. Altri due esempi di iniziative che assolvono la sua stessa funzione: presentare una realtà artefatta, e di conseguenza giustificare l’inazione della politica.

Partiamo con la lettura, il 2 settembre 2025 in piazza della Signoria, dei nomi dei bambini uccisi, israeliani e palestinesi, presentata così da una delle promotrici dell’evento cui hanno partecipato anche la sindaca e vari assessori e politici: “Piccole esistenze uccise dalla follia omicida di Hamas e dalla rappresaglia che il governo e l’esercito di Israele portano avanti da 23 mesi senza fine con il genocidio di Gaza”.

Anche in questo caso si falsifica la realtà, facendo iniziare tutto il 7 ottobre ‘23, e inoltre si ribadisce la simmetria come concetto di fondo. È così che questa cerimonia rappresenta solo una generica denuncia della violenza, che, ricondotta nell’alveo dell’eterno e “così complesso” conflitto israelo-palestinese, consente a politici, sindaci, e così via, di tornare a casa soddisfatti della propria eventuale commozione, con la coscienza a posto, sognando la pace e convinti di averci convinto di aver fatto la propria parte.

Ma è questo il ruolo della politica davanti a un genocidio?

Altro esempio: la “Marcia a piedi nudi: appello delle madri per la pace”, tenutasi a Roma il 25 marzo di quest’anno. Nelle parole delle due madri protagoniste, una israeliana e una palestinese, troviamo un appello comune per la fine della violenza, la protezione dei bambini e l’inclusione delle donne ai tavoli negoziali. Incontrando il Papa le due donne hanno auspicato un suo aiuto nello “spingere i nostri leader a compiere passi coraggiosi verso accordi, riconoscimento reciproco e riconciliazione”.

Come vediamo lo schema è lo stesso: perfetta simmetria, “la colpa è dei leader”, appelli al dialogo, basta litigare. Come spiega la madre israeliana Yael Admi: “non vogliamo che i nostri figli vengano uccisi […] penso alle madri di Israele, alle madri della Palestina, del Libano, alle madri iraniane”. Un’impostazione tale per cui alla marcia di Firenze, in contemporanea con l’evento di Roma, ha aderito anche la comunità ebraica fiorentina, membro dell’UCEI (l’unione delle comunità ebraiche), il cui punto di vista sulla questione è stato presentato in un convegno lo scorso ottobre: “a Gaza Israele sta combattendo per difendersi da jihadisti antisemiti che vogliono uccidere ogni ebreo”: Chi critica la condotta di Israele o è antisemita, o è vittima della propaganda di Hamas.

Queste tre iniziative, Re-imagine peace, la lettura dei nomi dei bambini, e la marcia a piedi nudi delle madri, rientrano nei progetti People-to-people (P2P), le cui problematicità sono state analizzate in uno studio di Yara Huwari per il centro di ricerca politico Al-Shabaka, think tank palestinese indipendente, in cui si spiega come mai chi si batte per i diritti del popolo palestinese dovrebbe respingerle

È importante capire lo schema e i presupposti di questo tipo di iniziative, e Huwari ci offre gli strumenti necessari per farlo. Il quadro concettuale all’interno del quale questo tipo di progetti vengono promossi, come abbiamo visto, è quello del conflitto infinito tra palestinesi e israeliani. Negando l’occupazione e la colonizzazione come le cause profonde del conflitto si crea “un falso parallelismo tra l’oppressione strutturale degli occupanti israeliani e la giustificata resistenza dei palestinesi oppressi.”

Inoltre, affermando che il dialogo e la comprensione reciproca siano la strada per porre fine al conflitto, si trascura la necessità di chiamare Israele a rispondere per le sue violazioni. Come detto, si dispensa la politica dalle sue responsabilità.

L’idea del P2P è respinta dalla società civile palestinese poiché “i progetti non si basano sui principi del diritto internazionale né sul riconoscimento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Anzi, spesso li minano.” La mancanza di riferimenti alle continue violazioni compiute da Israele porta all’insabbiamento delle responsabilità e ad una normalizzazione di una situazione che normale non è.

Dietro la maschera della promozione del dialogo, come nell’evento fiorentino, c’è un quadro che esula dai princìpi del diritto internazionale, riconducendo il tutto ad un conflitto tra due fazioni ugualmente intrappolate.

Ecco perché le iniziative P2P devono essere respinte da chi si batte per i diritti del popolo palestinese, ed il concetto da tenere presente, sempre secondo Huwari, è quello di “anti-normalizzazione”, così definito: “L’antinormalizzazione è… una tattica politica che riconosce il fallimento del quadro di dialogo e di costruzione della pace tra palestinesi e israeliani, in quanto non basato sui principi fondamentali del diritto internazionale.” Il principale ostacolo alla pace quindi non è la mancanza di dialogo, bensì i decenni di violazioni israeliane impunite, e la continua colonizzazione dei territori palestinesi. Come osserva anche Omar Barghouti, tra i fondatori del movimento BDS, “la lotta è per la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione degli oppressi … Solo ponendo fine all’oppressione si può davvero realizzare quella che io chiamo coesistenza etica: una coesistenza basata sulla giustizia e sulla piena uguaglianza per tutti, non una “coesistenza” di tipo padrone-schiavo come quella che molti nell’“industria della pace” propugnano.”

Rifiutarsi di normalizzare genocidio, colonialismo, apartheid, tortura, e così via, significa rifiutare le iniziative che non partono dal presupposto del necessario rispetto del diritto internazionale e della tutela dei diritti umani. La necessità di azioni concrete per chiamare Israele a rispondere delle sue violazioni non può essere ignorata, mascherando la propria passività dietro a iniziative che sognano la pace e promuovono “il dialogo”.

La scelta del comune di Firenze di percorrere questa strada, piuttosto che quella dell’interruzione dei rapporti con uno stato genocida, è stata presa, e nonostante la commozione della sindaca nel leggere i nomi dei bambini, la conclusione che è necessario trarre è una sola: Sara Funaro, l’assessore Bettarini, e tutti coloro che hanno scelto di non imporre ad Israele una sola conseguenza per i suoi crimini, sono nemici del popolo palestinese, e con questo i movimenti per i diritti del popolo palestinese devono iniziare a fare i conti.

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Simone Sorani

Simone Sorani, nato a Firenze nel 1981, laureato in Filosofia, lavoro come cuoco. Attivo nel collettivo di Firenze per la Palestina.

5 commenti su ““Sognare la pace”, l’unica risposta del Comune di Firenze al genocidio dei palestinesi”

  1. Quando c’era Giorgio La Pira …la pace si costruiva con i fatti, non con le favole. Pensiamo al Viaggio in Vietnam ( con il giovane Primicerio.) siamo tornati indietro di molto ,
    Dal Dio della Pace del Vangelo, al Dio degli eserciti . Dal Dio della misericordia , al
    Dio della vendetta. Dal Buon Samaritano all’occhio per occhio, dente per dente ( moltiplicato per 1000, vedi Gaza )
    Se cambia il paradigma religioso non c’è purtroppo da meravigliarsi

  2. Gianna Maestrelli

    Intanto vorrei capire: ma se la proposta di Dimitrij di interrompere i rapporti con lo Stato di Israele era stata votata a settembre scorso in comune, possibile che la Sindaca possa bloccare una delibera, a suo piacimento, cosi’, d’impero ? Poi concordo su tutto … Grazie

    1. Simone Sorani

      L’ordine del giorno proposto da Palagi e votato dal consiglio comunale recava l’invito a sindaca e giunta ad una serie di cose, tra cui dare il via ad una verifica su eventuali rapporti economici con aziende israeliane, e l’interruzione di rapporti istituzionali con lo stesso stato genocidaria. Quindi non era vincolante, ma appunto un invito.
      Invito che non è stato accolto, e questo dovrebbe provocare una reazione nei consiglieri di maggioranza che l’hanno votato. Invece nulla.

  3. Fernando Del Regno

    Le giunte comunali e regionali fiorentine e regionali toscane, da sempre accecate da un rinascimento sociale politico utopista (di progetti progressisti inconsistenti e parziali) continuano con l’organizzare “eventi sciacqua coscienze” per parlare bene. Sempre alla ricerca e mantenimento di voti, queste istituzioni continuano a farsi da parte rispetto a qualsiasi embargo contro chi uccide a scopo genocida e a chi copre l’orrore quotidiano in PSLESTINA e in MEDIO ORIENTE. Sembra che la storia dal dopo seconda guerra mondiale venga riletta al pari di come la destra rilegge il fascismo e la RESISTENZA. Le nostre giunte sono colpevoli di non essere la reale espressione del popolo fiorentino e toscano. IL SIONISMO NON È ANTISEMITISMO. Dove si sono laureati nostri amministratori. Chiudo qui, troppo da dire. TANTO DA FARE

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