Il Piano Casa del governo Meloni è l’ultimo atto della lunga dismissione del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Dopo la svendita di edifici storici e aree urbane, ora tocca all’ERP: alloggi popolari messi in vendita, fondi pubblici convogliati verso privati, grandi investitori agevolati da deroghe straordinarie. A pagare il prezzo sono le decine di migliaia di famiglie in lista d’attesa per una casa pubblica che, con questo decreto, aspetteranno ancora più a lungo o non avranno mai una casa popolare.
Il decreto legge stanzia 970 milioni in cinque anni, dal 2026 al 2030, per recuperare il patrimonio ERP esistente. In Italia sono 100.000 gli alloggi pubblici sfitti che non vengono assegnati perché in attesa di ristrutturazione, questo vuol dire che in cinque anni sono previsti 10.000 euro per ciascun alloggio. Una cifra che assomiglia a una beffa, visti i costi elevati degli interventi di recupero strutturale. Prendiamo a esempio Firenze dove gli alloggi popolari vuoti e da ristrutturare o che necessitano manutenzione, sono 832 secondo i dati resi noti dal Corriere Fiorentino. Il costo medio per la ristrutturazione di una casa popolare è di 27.000 euro, questo vuol dire che con i fondi stanziati dal governo potranno essere ristrutturate circa 60 case all’anno per 5 anni, per un totale di poco più di trecento alloggi. In una città dove i rilasci sono circa qualche centinaio ogni anno è evidente, una goccia nel mare. Per di più, quei fondi non sono nuovi, vengono riallocati da autorizzazioni di spesa già esistenti. Segno che l’edilizia popolare, per questo governo, non è una priorità.
Altro elemento critico: il soggetto gestore è Invitalia S.p.A., soggetto privato partecipato dallo Stato, con una commissione fino al 2% delle risorse, altre risorse pubbliche, quindi, che finiscono parzialmente a un operatore economico. In cosa consista questa gestione, poi, non è chiaro a nessuno, tantomeno alle regioni, che sono gli enti competenti in materia di ERP.
È poi prevista la vendita degli alloggi ERP agli assegnatari non morosi, con diritto di opzione. Il decreto individua i criteri per la selezione degli immobili che, “in ragione del relativo valore di mercato”, possono essere alienati. Gli assegnatari in regola con i pagamenti possono acquistare la propria casa. I proventi non finanziano nuova edilizia pubblica: vanno alla riduzione del debito degli enti territoriali o, in assenza di debito, al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Ogni alloggio venduto esce definitivamente dall’ERP e non viene sostituito.
Infine il Piano casa istituisce il Fondo housing coesione, (100 milioni dal Fondo sviluppo e coesione, più eventuali aggiunte da regioni e fondi europei), gestito da Invimit Sgr, società partecipata dal Ministero dell’Economia. Il meccanismo è sempre lo stesso: risorse pubbliche entrano in un fondo di investimento immobiliare, che investe in patrimonio residenziale secondo logiche di rendimento finanziario. I proventi delle eventuali alienazioni tornano allo Stato e non a rifinanziare l’edilizia pubblica. Non è un modello inedito. Invimit è la stessa società che dagli anni 2000 ha gestito le grandi dismissioni del patrimonio pubblico italiano, affidargli anche la gestione delle risorse destinate all’housing sociale significa applicare alla casa popolare la stessa logica che ha già accompagnato l’alienazione del patrimonio pubblico italiano. Inoltre la fascia grigia a cui è destinato il social housing si sta sempre più impoverendo e scivolando verso la povertà, considerando che gli affitti del social housing sono inferiori del 30% agli affitti sul mercato libero in città, come Firenze, Roma, Bologna, Milano, sono ugualmente molto alti, anche per la classe media.
Per i grandi investitori privati, invece, il Piano Casa è un’opportunità visto che lo Stato offre deroghe ai piani regolatori, burocrazia dimezzata, un commissario dedicato con poteri straordinari, parcelle notarili ridotte. In cambio chiede che sette appartamenti su dieci siano affittati o venduti a prezzi calmierati, mentre il restante tre su dieci è libero mercato.
Si arriva così alla figura del Commissario straordinario che ha il ruolo di avviare la mappatura degli immobili pubblici non redditizi da destinare all’edilizia sociale; coordinare gli interventi di recupero del patrimonio ERP e gestire con procedure speciali i progetti più complessi. Avendo poteri straordinari può operare per ordinanza in deroga a ogni disposizione di legge. Ordinanze che sono immediatamente efficaci e pubblicate in Gazzetta Ufficiale, senza che il Parlamento debba approvarle con buona pace della democrazia.
Infine la ciliegina su questa torta avvelenata è il Disegno di legge Disposizioni in materia di rilascio degli immobili, approvato insieme al Piano casa, che consente sfratti più veloci accelerando le procedure per liberare gli immobili senza nessuna protezione per gli inquilini vulnerabili. Tutto questo mentre il fondo per morosità incolpevole del Piano casa (22 milioni nel 2026 e 2 milioni nel 2027) che dovrebbe coprire il rischio di morosità negli alloggi ERP, non stanzia risorse aggiuntive bensì le sottrae al preesistente Fondo inquilini morosi incolpevoli. Una misura del tutto insufficiente rispetto a un fenomeno che in Italia coinvolge decine di migliaia di famiglie.
Messi insieme il Piano Casa e il disegno di legge sugli sfratti, la direzione è inequivocabile Si va verso un modello in cui il patrimonio pubblico viene ridotto attraverso le alienazioni ERP e gestito attraverso fondi di investimento immobiliare, il mercato privato viene snellito e favorito attraverso l’accelerazione dei rilasci e la riduzione delle protezioni degli inquilini. I grandi investitori ottengono deroghe straordinarie, commissari dedicati e procedure semplificate. Le fasce vulnerabili ricevono protezioni insufficienti, senza fondi adeguati per l’emergenza abitativa.
Lo Stato si ritira dalla funzione di garante del diritto all’abitare per diventare facilitatore del mercato immobiliare.





