Strage di Capaci. Il 23 maggio dell’antimafia sociale

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Il 23 maggio ricorre il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. A Palermo, ogni anno, si tengono varie iniziative istituzionali e scolastiche, componendo una sorta di liturgia civile che culmina alle 17:58, l’orario dell’esplosione, quando si osserva un minuto di silenzio di fronte all’Albero Falcone, la pianta simbolo in via Notarbartolo, nei pressi dell’abitazione del magistrato.

Negli ultimi anni una parte della città ha deciso di “rompere” con i soliti cerimoniali, non perché in conflitto sul significato e sulla memoria dell’evento, ma per evitare che tale memoria resti statica, fine a se stessa, mero atto rituale senza impatto nel presente. Da quattro anni, infatti, alle celebrazioni istituzionali si accompagna un corteo promosso da collettivi, associazioni e sindacati che pone l’accento sul significato politico e sociale della lotta antimafia.

Nell’appello diffuso per promuovere la mobilitazione, gli organizzatori rifiutano che il 23 maggio si riduca a una “giornata di passerelle”, ma lo rivendicano come “momento di lotta”. Inoltre, reclamando una società antitetica alle “logiche del sistema di potere politico-affaristico-mafioso”, identificano più fronti su cui sviluppare quella che chiamano l’antimafia “intersezionale e sociale”: lavoro dignitoso, una scuola come fucina di pensiero critico, lotta alla censura, alla repressione del dissenso, ma anche lotta al patriarcato, perché “mafia e patriarcato si fondano sulla stessa violenza e sul controllo dei corpi: non c’è antimafia senza libertà di autodeterminazione”. Infine, insistono sulla necessità di opere pubbliche dedicate al benessere sociale, biasimando i faraonici progetti di spesa per il Ponte sullo Stretto o per il riarmo.

La partecipazione giovanile è il motore della manifestazione. “Noi non abbiamo vissuto il periodo stragista, ma sentiamo nostre le stesse battaglie che portarono i nostri genitori a ribellarsi al sistema mafioso, qui, a Palermo. Questo corteo vuole accompagnare i giovani che hanno scelto di non tacere, sollevando contro la mafia un assordante rumore civico”, afferma Nino Morana Agostino, del Coordinamento nazionale associazioni e familiari vittime di stragi e attentati.

Il carattere contestatorio verso quella politica collusa o connivente, i cui esponenti non mancano mai di salire sui palchi riempiendosi la bocca di “legalità”, ha portato negli anni passati a scambiare l’avversione a tali esponenti con un’ostilità tout court nei confronti delle celebrazioni del 23 maggio, e la manifestazione è stata talvolta etichettata di “controcorteo”. Non sono mancati episodi finiti al centro delle polemiche. Nel 2023, la polizia aveva tentato di impedire ai manifestanti di raggiungere l’albero Falcone, dando luogo a cariche e brevi scontri. Nel 2024 non si erano verificati incidenti, ma l’anno scorso, invece, il silenzio è stato anticipato di una decina di minuti, per impedire al corteo di giungere in tempo per il momento di raccoglimento, mentre alcune autorità politiche avevano disertato il palco all’arrivo della manifestazione (episodio che gli organizzatori riferiscono essere stato chiarito). Quest’anno, grazie anche all’adesione al corteo di associazioni dal carattere più “istituzionale”, non si pronosticano tensioni alla commemorazione, nell’intento di permettere la più larga partecipazione.

L’urgenza di una risposta cittadina ai soprusi mafiosi è inoltre cresciuta nelle ultime settimane. Di recente, la provincia di Palermo ha infatti assistito  a una mafia che torna a farsi sfrontata e militare con intimidazioni sia incendiarie che a colpi di kalashnikov. Oltre a insorgere contro il clima di violenza, la mobilitazione non rinuncia infine a denunciare il legame tra criminalità organizzata e classe dirigente. La manifestazione di quest’anno titola “Finché avremo voce: contro silenzi e depistaggi di Stato” e l’appello si chiude citando Pio La Torre, nella convinzione che per sconfiggere le mafie occorra recidere il cordone ombelicale che le lega alla politica.

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