Sara Funaro e le ruspe (poi le persone). Analisi di uno sgombero

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Abbiamo analizzato il testo del comunicato stampa relativo alla bonifica del Ponte all’Indiano compiuta dalla sindaca Sara Funaro nella periferia ovest di Firenze, lo scorso 21 maggio. Ad esso si è accompagnato un reel sul profilo personale Instagram della sindaca. In ambedue le comunicazioni il frame dominante è il decoro come valore supremo.

Il testo è costruito intorno a un lessico che rivela immediatamente la sua matrice ideologica. Parole come decoro, degrado, bivacchi, insediamenti abusivi non sono neutre: sono termini che spostano il problema dal piano dei diritti umani a quello estetico-securitario. Il “decoro urbano” è una categoria politica — non tecnica — che storicamente ha legittimato interventi di espulsione delle popolazioni marginali dagli spazi pubblici, trattando la povertà visibile come un problema di ordine pubblico piuttosto che come una domanda sociale a cui rispondere. La sindaca Funaro afferma che “non possiamo accettare che, in città, esistano situazioni come questa”: ma cosa non si accetta, esattamente? Le baracche come segno di degrado urbano, o le condizioni di vita che le rendono necessarie?

L’assenza che struttura il testo: le persone
Il comunicato cita le istituzioni coinvolte con grande dovizia di dettagli — Polizia Municipale, Carabinieri, Polizia di Stato, Servizi Sociali, Alia, Plures — ma le persone che abitavano quegli spazi sono quasi completamente assenti, ridotte a comparse silenziose. Cinque individui vengono menzionati en passant: tre “si sono allontanati spontaneamente” (formula che cancella qualsiasi valutazione sul contesto di quella spontaneità), mentre una “coppia anziana” è stata affidata ai servizi sociali. Non sappiamo chi sono, da dove vengono, da quanto tempo vivono lì, perché, e soprattutto dove andranno.
Questa assenza non è casuale: è strutturale. Il testo è scritto dal punto di vista dell’operazione, non delle persone che ne subiscono le conseguenze. In un’ottica garantista e centrata sui diritti – di sinistra verrebbe da dire – questa sarebbe la prima domanda.

“Lavoro di squadra” e retorica dell’unanimismo
Il testo ricorre sistematicamente alla retorica della collaborazione virtuosa: tutti lavorano insieme, tutti sono ringraziati, tutti concordano. Proprietari privati, forze dell’ordine, comune, operatori ecologici: un fronte compatto. Questa narrazione dell’unanimismo serve a neutralizzare preventivamente qualsiasi conflitto o critica, presentando l’intervento come ovvio, necessario, persino gentile. Ma un’operazione che coinvolge la Questura, un’ordinanza, forze dell’ordine in assetto operativo e la demolizione di abitazioni — per quanto precarie — non è mai neutra. È un atto di forza dello Stato su persone vulnerabili, e come tale andrebbe nominato e discusso, non estetizzato nel linguaggio del “lavoro di squadra”.

I servizi sociali complici dell’ordine pubblico
Un elemento particolarmente significativo è il ruolo assegnato ai Servizi Sociali: vengono “attivati” per la coppia anziana dopo le verifiche preliminari alla demolizione, cioè quando le strutture stanno già per essere abbattute. Non prima. Non come condizione dell’intervento. Non come protagonisti di un percorso di accompagnamento che preceda la rimozione forzata. Questo è il nodo politico più rilevante del testo: in una prospettiva che mette al centro i diritti, i servizi sociali dovrebbero essere il motore dell’intervento, non il suo paracadute emergenziale. Prima si garantisce una sistemazione alternativa, poi si procede. Chi si rende complice avalla una scelta politica ben definita.

200+250 tonnellate di rifiuti e zero domande sulle cause
Il comunicato insiste molto sulle quantità: 200 tonnellate di rifiuti nel primo lotto, 250 nel secondo, 9.500 metri quadrati, 8-12 settimane di lavoro. Questi numeri servono a costruire l’immagine di un’emergenza eccezionale che giustifica misure eccezionali. Ma non viene posta nessuna domanda sulle cause strutturali: perché in una città come Firenze esistono insediamenti di queste dimensioni? Da quanto tempo? Chi li abita e perché non ha accesso a soluzioni abitative dignitose?

Il futuro: sorveglianza, chiusure, illuminazione
Il “piano d’azione” per il dopo è rivelatore: cancelli, videosorveglianza H24, potenziamento dell’illuminazione. È un programma di controllo dello spazio, non di risposta al bisogno. L’obiettivo dichiarato è “impedire il ritorno delle criticità”. E sapete da chi sono rappresentate queste “criticità”? Dalle persone indigenti, non certo dalle condizioni materiali che spingono le persone in quegli spazi. Quelle condizioni non vengono nominate, e quindi non vengono affrontate. Il riferimento finale al “Parco Florentia” è, in questo senso, emblematico: l’area bonificata diventerà un parco, cioè uno spazio verde fruibile — presumibilmente — da una cittadinanza diversa da quella che oggi la abita. È la logica classica della rigenerazione urbana escludente: si recupera lo spazio fisico espellendo chi lo occupa per necessità, e lo si restituisce a chi lo frequenterà per scelta.

Le comunicazioni di Sara Funaro, del Comune di Firenze, sono quindi un documento politicamente coerente con una visione in cui la città è prima di tutto uno spazio da governare esteticamente e securitariamente. Nel quale non trova spazio una prospettiva che si interroghi sui diritti abitativi, sulla marginalità come prodotto sistemico, sul ruolo dello Stato come garante di condizioni di vita dignitose prima di intervenire con le ruspe.

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perUnaltracittà

All'opposizione in Consiglio comunale a Firenze dal 2004 al 2014, la lista di cittadinanza perUnaltracittà è poi diventata laboratorio politico per partecipare alle vertenze sul territorio e dare voce alle realtà di movimento anche attraverso la rivista La Città invisibile.

2 commenti su “Sara Funaro e le ruspe (poi le persone). Analisi di uno sgombero”

  1. Roberto Renzoni

    ….. bellissimo articolo, mi complimento e diffonderò il numero della rivista. Io non abito più a Firenze da circa quindici anni; fui cacciato di casa (che occupai fino a che mi fu possibile) da solerti cugini e per anni essa fu sfitta, ignoro adesso cosa sia diventata. Sono ad Empoli adesso (dopo un breve soggiorno a Figline Valdarno) rifugio d’immigrati che non posson permettersi altro, non Firenze e d’intorni verso i quali si dirigono la mattina per lavoro riempiendo le strade di un traffico intenso o lavoran qui: muratori, carpentieri, idraulici e….. non si finisce più, dall’Africa vengono o dall’Asia. Nel condominio dove abito vi sono 4 marocchini e due ucraini….. beh, carissimi, buon lavoro…..

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