Se in questi giorni si parla di Turchia, le immagini che si affacciano alla nostra mente sono quelle del supporto fornito ai partecipanti e alle partecipanti della recente Global Sumud Flotilla. In realtà, se oggi parliamo di Turchia, la nostra mente dovrebbe focalizzarsi sull’escalation del percorso dittatoriale in corso dal 2003. Recep Tayyip Erdoğan governa la Turchia da oltre vent’anni, e nonostante il paese risulti formalmente una repubblica presidenziale, è forse più appropriato riferirsi alla forma di governo come “dittatura elettiva”.
Per evitare fraintendimenti, è bene sottolineare che il supporto all’esperienza della Flotilla è del tutto in linea con l’operato di Erdoğan: il suo uso dell’Islam come strumento di egemonia politica è piuttosto evidente. In Palestina soffrono centinaia di migliaia di persone di fede islamica, attorno a cui si stringono tutte le comunità musulmane — quella turca non può fare eccezione; inoltre, da una prospettiva “patriottica”, la Turchia si è sempre posizionata in prima linea per la promozione di missioni umanitarie verso la Palestina occupata: è celebre la missione del 2010 de la Gaza Freedom Flotilla sostenuta dall’ONG turca İHH Humanitarian Relief Foundation. A distanza ravvicinata dalla fine del massacro compiuto dall’esercito israeliano durante l’operazione “Piombo Fuso”, più di 10.000 tonnellate di aiuti umanitari e circa 700 attivisti/e in viaggio verso Gaza furono brutalmente intercettati nel Mar Mediterraneo dalla marina israeliana. Il 31 maggio del 2010, durante l’abbordaggio dell’imbarcazione Mavi Marmara, furono uccisi dall’IDF dieci volontari dell’ONG İHH. Si innescarono gravi tensioni diplomatiche fra Turchia e Israele.

Tornando al presente, se a maggio 2026 siamo qui a parlare di Turchia, è opportuno riflettere sull’ennesima svolta autoritaria e illiberale — per non dire dittatoriale — del governo di Erdoğan: il 24 maggio la polizia antisommossa ha fatto irruzione nella sede di Ankara del Partito Popolare Repubblicano (CHP) a seguito della decisione della corte d’appello della capitale turca di annullare il congresso tenuto nel 2023 dal CHP, destituendo il leader Özgür Özel.
La sentenza sospende Özel e i membri del comitato esecutivo del partito, già indebolito da una lunga serie di cause legali e arresti che hanno preso di mira i suoi funzionari eletti. Un anno fa fece scalpore l’incarcerazione dell’ex sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, per cui l’accusa ha recentemente chiesto oltre 2300 anni di carcere per corruzione e tangenti. Prima İmamoğlu, poi Özel: Erdoğan e il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) stanno preparando il campo per le prossime elezioni presidenziali del 2028, ostacolando il principale partito d’opposizione attraverso purghe politiche contro le sue figure di spicco.

Il copione non è nuovo. Senza tornare troppo indietro nel tempo, nel 2016, due anni prima delle elezioni del 2018, fu arrestato Selahattin Demirtaş, leader curdo del Partito Democratico dei Popoli (HDP), per “attentato all’unità dello stato e all’integrità territoriale”. Il riferimento è alle proteste di Kobane del 2014: l’HDP partecipò all’organizzazione di numerose manifestazioni contro l’assedio dell’ISIS a Kobane. Le piazze volevano rappresentare una decisa protesta contro il mancato intervento di Erdoğan (o contro il tacito appoggio del governo turco alla milizia islamista); gli scontri, drammaticamente sanguinosi, portarono alla morte di oltre 50 persone. Il cosiddetto “maxi-processo Kobane” ha portato in prigione più di 100 membri dell’HDP, fra cui lo stesso Demirtaş (condannato a 42 anni) e l’altra leader del partito, Figen Yüksekdağ (condannata a 30 anni).
L’avvicinamento alle successive elezioni del 2023 non fu differente. Una nuova ondata di arresti portò in manette oltre 100 persone. Emblematica è stata la sorte di Can Atalay, coraggioso avvocato che — fra gli altri casi — ha curato i diritti di alcuni manifestanti di Gezi Park e quelli dei familiari dei 301 lavoratori uccisi nel disastro della miniera di Soma. Atalay è stato condannato nel 2022 a 18 anni di carcere (nel contesto del “processo Gezi Park”). L’anno successivo, il Partito dei Lavoratori di Turchia (TİP) lo candidò al parlamento mentre era in cella. Se fosse stato eletto, allora sarebbe stato liberato. Atalay vinse la corsa elettorale nella provincia di Hatay, ma la Corte di Cassazione turca respinse la sua eleggibilità: una presenza decisamente troppo scomoda e una voce troppo vicina agli abusi di potere e alle torture messe in atto dai “padroni” della Turchia.
Ci avviciniamo al 2028, ed è evidente quale sia il piano. Con la sottile differenza che con il secondo mandato presidenziale di Donald Trump, alcuni equilibri stanno cambiando. Il collegamento a stelle e strisce rispetto al recente attacco al CHP e a Özgür Özel non è casuale e riflette un sospetto avvicinamento di Erdoğan a Trump. Ad aprile 2026, l’Ambasciatore USA in Turchia e Inviato Speciale per la Siria Tom Barrack, intervenendo a proposito della situazione geopolitica dell’Asia occidentale, ha dichiarato che «Se si guarda alla regione… le uniche forme di governo che hanno funzionato sono potenti regimi di leadership, “monarchie benevole”, o certe monarchie repubblicane». Immediata è stata la risposta di Özel: «Venire ad elogiare la monarchia ad Antalya, la città che Mustafa Kemal Atatürk definì la città più bella del mondo, e più generale elogiare la monarchia nel paese fondato da Atatürk, che ripudiò la monarchia dopo la Guerra d’Indipendenza e instaurò la democrazia… è una sfacciata impertinenza. Da questo momento in poi, Tom Barrack è un uomo indesiderato, una “persona non grata” per la democrazia turca».
Il 21 maggio 2026 c’è stata una telefonata tra Erdoğan e Trump: parlando a proposito del conflitto tra USA e Iran, il presidente turco — direttamente coinvolto in quanto la Turchia fa parte della coalizione NATO — ha assicurato il suo impegno per risolvere via mezzi diplomatici la guerra tra Washington e Teheran. In questa telefonata, però, è facile pensare che si sia parlato di Tom Barrack e di Özgür Özel. E non è difficile immaginare il sostegno di Donald Trump all’azione messa in campo contro il CHP.

Negli stessi giorni, Erdoğan è stato protagonista di un’altra mossa illiberale: la chiusura dell’Istanbul Bilgi University, il principale e più autorevole ateneo privato della Turchia che si caratterizza per la sua cifra di sinistra, laica e pluralistica. Dopo aver posto sotto “severo controllo” le università pubbliche, è stata la volta degli istituti accademici privati. I docenti, gli studenti e le studentesse della Bilgi University in questi mesi avevano protestato più volte contro le interferenze dittatoriali di Erdoğan: il gruppo Can Holding, proprietario dell’università, è stato messo sotto processo per riciclaggio di denaro, evasione fiscale e criminalità organizzata. Questa fu la scusa per cambiare rettore, imponendo al suo posto un fedelissimo di Erdoğan (senza alcuna competenza in ambito universitario).
Stessa sceneggiatura rispetto alla sede del CHP di Ankara: la polizia antisommossa invade il campus universitario di Istanbul e applica il decreto presidenziale di chiusura dell’ateneo. La Bilgi University gode di più di 20.000 studenti e studentesse iscritte, e la protesta è scoppiata forte, con alcuni scontri tra la popolazione studentesca e le forze di polizia.
Inaspettatamente, domenica 26 maggio Erdoğan ha revocato la sua decisione: l’Istanbul Bilgi University può riprendere regolarmente lo svolgimento del suo anno accademico. Non ci sfiori neanche lontanamente il pensiero che Erdoğan possa essersi impressionato dalle proteste delle migliaia di iscritti e iscritte ai corsi universitari offerti dalla Bilgi. È evidente che il calcolo sia un altro, che noi non possiamo sapere.
In chiusura, per riportare un po’ di dolcezza tra le nostre labbra, è significativo citare le parole contenute in una lettera che Can Atalay ha scritto dal carcere a proposito dei fatti di questi giorni: «La verità innegabile è che la Turchia è un paese senza Costituzione. […] L’opposizione sociale resisterà, con solidarietà, resilienza e unità. Supereremo tutto questo insieme, grazie alla solidarietà. Democratizzando la nostra Repubblica, proseguiremo la nostra marcia verso una Turchia libera ed equa».
Lorenzo Robin Frosini
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