Affitti brevi, Firenze cambia le regole senza cambiare niente

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La relazione tecnica commissionata dal Comune di Firenze al dipartimento Memotef della Sapienza guidato dal professor Filippo Celata fotografa con precisione una città in stato di emergenza abitativa. I numeri parlano da soli: nel nucleo storico il rapporto tra abitazioni in affitto turistico e abitazioni in affitto ai residenti supera in media il 190%, con punte del 473% a Boboli e 281% nel Centro. Nella prima cintura esterna, la pressione residenziale arriva al 44% in zone come Gioberti, con tassi di crescita degli annunci Airbnb tra il +48% e il +97% in soli quattro anni. E nelle periferie – Novoli, Careggi, Varlungo – il fenomeno è ancora relativamente contenuto in valore assoluto ma galoppa a ritmi che in certi casi superano il +200%. Tutto questo è noto e documentato, il problema è che la risposta politica che ne consegue è, ancora una volta, insufficiente.
Partiamo da un fatto strutturale, ovvero che Firenze è una città in cui il lavoro è una risorsa sempre più scarsa, i salari sono bassi, e la rendita è diventata per molte persone la principale fonte di reddito. Affittare un appartamento ai turisti talvolta è l’unica strategia economica immaginabile per chi possiede un immobile: questo non giustifica il danno collettivo che ne deriva, ma lo spiega. E rende ancora più contraddittorio il fatto che nella città metropolitana, secondo i dati IRPET, il PIL generato dal turismo si fermi all’11%. Una quota rilevante, certo, ma non tale da giustificare la trasformazione integrale della città in un parco a tema per visitatori. Il turismo non è l’economia di Firenze: è diventato il pretesto per valorizzare la rendita immobiliare di chi possiede case in una città che nel frattempo ha smesso di investire su tutto il resto. Soprattutto, mette in luce quanto sia ingenuo pensare che bloccare le nuove autorizzazioni risolva qualcosa senza affrontare la questione del reddito, del lavoro, dei servizi, della qualità della vita urbana.
La delibera approvata dalla giunta Funaro estende a nove zone esterne al centro storico il blocco alle nuove locazioni turistiche già in vigore nell’area UNESCO, un passo avanti tardivo e insufficiente. Tardivo perché i dati della Sapienza mostrano che il fenomeno nelle cinture esterne è già rilevante e in forte crescita, non stiamo parlando di prevenzione, stiamo parlando di inseguire un treno già partito. Insufficiente perché, come nota giustamente Salviamo Firenze, «congelare non è curare». Nell’area UNESCO il blocco formale esiste da due anni, eppure chi ci abita sa perfettamente che la situazione non è migliorata, i prezzi degli affitti residenziali non sono scesi, la disponibilità di case non è aumentata, il tessuto sociale non si è ricostituito.

Foto di Salviamo Firenze

La delibera prevede che, quando torneranno a essere concesse nuove autorizzazioni, il Comune darà la precedenza ai piccoli proprietari rispetto agli imprenditori. Ma come? Nel mercato degli affitti brevi fiorentino, come in tutte le grandi città turistiche, la distinzione tra piccolo proprietario e grande gruppo è poco più che una facciata. Esistono gestori professionali che amministrano centinaia di appartamenti intestati a privati diversi: raccolgono le prenotazioni, gestiscono i check-in, ottimizzano i prezzi, incassano le commissioni. Il proprietario dell’appartamento appare sui documenti come un singolo individuo, ma di fatto è integrato in una filiera industriale. Come intende il Comune distinguere questi casi, con quali controlli?
Non solo, l’annuncio dell’entrata in vigore del blocco a partire dal 20 giugno ha prodotto un effetto prevedibile: una corsa all’ottenimento del CIN, il codice identificativo nazionale introdotto nel 2024, prima della scadenza. Gli stessi host e gestori si sono attivati sui social media per spingere alla registrazione nel minor tempo possibile, trasformando la finestra temporale lasciata aperta dall’amministrazione in una corsa per aggirare il provvedimento prima che entri in vigore.
C’è poi una vicenda che, con questa tempistica, assume i contorni del disastro politico. Il complesso di via Bufalini -18.000 metri quadrati, ex sede della Cassa di Risparmio, a pochi passi dal Duomo – è in corso di trasformazione in 150 appartamenti destinati agli affitti brevi nel cuore dell’area UNESCO, dove il blocco è già in vigore. La proprietà, la società Namira, ha ottenuto dal TAR della Toscana il riconoscimento che il suo progetto è legittimo, in virtù di una convenzione del 2017 che non escludeva esplicitamente l’uso turistico degli appartamenti, e di una variante urbanistica approvata nel 2025, durante il mandato Funaro, che ha escluso l’edificio dal perimetro del divieto. Una variante che accolse un’osservazione presentata dalla stessa Namira.
La sindaca ha annunciato un possibile ricorso al Consiglio di Stato, ma il danno politico è già enorme perché questa vicenda conferma esattamente la narrazione che gli host e Airbnb, che non a caso hanno organizzato una manifestazione contro la delibera, stanno costruendo da mesi: i piccoli vengono bloccati, i grandi no. È una narrazione populista, strumentale, e per certi versi disonesta, anche gli host che gestiscono centinaia appartamenti sono un’industria, anche Airbnb è una multinazionale da miliardi di dollari che lucra su ogni prenotazione, ma funziona esattamente perché l’amministrazione comunale gliene ha fornito la prova. La continuità con il metodo Nardella, storicamente accomodante verso i grandi interessi immobiliari e alberghieri, è difficile da ignorare.
C’è infine una questione che tutti i dibattiti sugli affitti brevi tendono a sottovalutare, concentrandosi sui costi e sulla disponibilità di case. Gli affitti brevi, e nella stessa misura anche gli alberghi che acquisiscono o gestiscono appartamenti residenziali, non distruggono soltanto il mercato immobiliare, ma anche le reti sociali. Una città non è fatta solo di edifici, è fatta di persone che si conoscono, che si aiutano, che si organizzano, che hanno relazioni con i propri vicini e con il proprio quartiere. Ogni appartamento convertito in uso turistico è un nodo che scompare da quella rete, ogni famiglia che se ne va per l’aumento dei canoni è un’altra perdita. Il risultato, nelle zone più colpite, è quello che i sociologi chiamano desertificazione relazionale: strade vuote la notte e strapiene di giorno, botteghe di vicinato sostituite da negozi di souvenir, ristoranti o caffè fighetti, comunità polverizzate. Barcellona, citata dalla sindaca Funaro come modello virtuoso, non ha affrontato soltanto un problema di prezzi: ha cercato di ricostruire una città abitabile, ci sta impiegando anni, con strumenti molto più radicali di quelli che Firenze si sta dando.
Salviamo Firenze ha ragione quando dice che senza pianificazione e senza controlli la città resterà quella di oggi: prezzi impossibili, e persone che se ne vanno. La relazione della Sapienza è uno strumento prezioso, ma da solo, senza un intervento politico serio e radicale non cambia nulla.

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