Il Centro Pecci Dispacci in collaborazione con Sudd Cobas Prato organizzano la presentazione di un importante libro-inchiesta appena pubblicato (maggio 2026) dalla casa editrice Altreconomia. L’evento “L’industria mondiale della moda, la settima economia più grande del mondo e i suoi lati oscuri” si terrà presso il Centro Pecci di Prato, venerdì 19 Giugno 2026 alle ore 18.30.
“La Moda è potere – Come un’industria modella il nostro futuro (Altreconomia, maggio 2026)” è il libro appena pubblicato di Deborah Lucchetti, Alessia Cesana e Martina Ferlisi.
Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti – sezione italiana della Clean Clothes Campaign – e presidente della cooperativa sociale Fair, insieme a Cesana e Ferlisi, entrambe giornaliste di Altreconomia, raccontano come dietro le riviste patinate, le sfilate e l’illusione dei prezzi stracciati si nasconda una guerra silenziosa. La moda è potere: un sistema che plasma presente e futuro attraverso lo sfruttamento di corpi e risorse. Dalle inchieste sulla schiavitù moderna nei distretti del lusso italiano fino agli impatti sociali e ambientali nelle periferie del mondo. Questo libro squarcia il velo di ipocrisia del settore. Le autrici accompagnano il lettore in un viaggio tra salari da fame, repressione sindacale e greenwashing, dando voce a chi ha deciso di alzare la testa. Non è solo una denuncia ma un manifesto per una transizione giusta: per salvare il pianeta e restituire dignità al lavoro bisogna ridistribuire ricchezza, potere e bandire la fast-fashion.
“La ragione della modernità occidentale cerca di addomesticare i ricordi” (Verges 2026, p. 90). La violenza, che nelle fabbriche di abbigliamento è considerata necessaria, è la conseguenza del colonialismo, della perdita della terra, dell’imposizione di politiche neoliberali da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. L’antropologa Lamia Karim nel suo studio sul Bangladesh, scrive che le lavoratrici “sul posto di lavoro non hanno alcuno strumento per far ricorso contro le irregolarità nel pagamento dei salari, agli abusi verbali e fisici e le molestie sessuali” (Karim, 2014). La narrazione vittimizzante esclude di vedere le pratiche di resistenza e di analizzare le cause strutturali.
“I vestiti sono una ‘seconda pelle’ che ci connette: tra produttori e consumatori serve un rapporto più umano perché anche se non ci incontriamo fisicamente, lo facciamo emotivamente e mentalmente. Vi chiedo di leggere le etichette e informarvi: chi ha prodotto ciò che indossate vive e lavora in condizioni dignitose? Senza la vostra solidarietà non possiamo vincere questa battaglia. la vostra voce è la nostra forza”, ha dichiarato Nasir Mansoor, segretario generale della National Trade Union Federation in Pakistan.
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
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Bravissima Erika, è un articolo molto interessante