Dopo l’approvazione della legge statale n. 4/2026 sulle cosiddette “aree idonee” per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili, anche la Regione Toscana ha ripreso il percorso legislativo che si era interrotto a seguito della sentenza del TAR del Lazio. L’8 giugno 2026 la Giunta regionale ha approvato la proposta di legge n. 54 sulle aree idonee e, poche settimane dopo, la proposta di legge n. 42 sulle semplificazioni amministrative.
L’obiettivo dichiarato è accelerare la transizione energetica, raggiungere il target regionale di 4,25 GW aggiuntivi entro il 2030, tutelare il paesaggio concentrando “preferibilmente” gli impianti nelle aree già urbanizzate o compromesse. Parallelamente viene avviato il PRIZAT (Piano Regionale di Individuazione delle Zone di Accelerazione Terrestri), destinato ad individuare le cosiddette “zone di accelerazione”, dove le procedure autorizzative saranno ulteriormente semplificate.
Dietro il principio di una auspicabile transizione energetica emerge tuttavia un modello che solleva interrogativi sul futuro del territorio toscano.
Regioni con margini di manovra sempre più limitati
La relazione illustrativa della proposta di legge 54 riconosce apertamente un cambiamento sostanziale introdotto dalla normativa nazionale. Con la disciplina precedente era lo Stato a fissare i criteri, lasciando alle Regioni il compito di individuare concretamente le aree idonee e quelle non idonee. La legge statale n. 4/2026 ha invece ribaltato completamente questo principio, individuando direttamente aree idonee su tutto il territorio nazionale e lasciando alle Regioni la sola possibilità di aggiungerne altre.
In sostanza la pianificazione territoriale regionale viene fortemente compressa. La Toscana cerca di recuperare qualche spazio introducendo criteri aggiuntivi, limiti di concentrazione e nuove aree di accelerazione, ma il quadro resta fortemente condizionato dalle decisioni statali.
La semplificazione diventa il principio dominante
La proposta regionale individua ulteriori aree idonee per impianti fotovoltaici e parallelamente la proposta di legge n. 42 introduce ulteriori semplificazioni amministrative: procedure più snelle per gli impianti sui tetti fino a 100 kW, semplificazioni per mini-eolico, geotermia a circuito chiuso e nuovi obblighi di installazione di impianti fotovoltaici nei grandi parcheggi.
Il PRIZAT rappresenta però il passaggio più delicato. Per numerose categorie di siti già compromessi – cave dismesse, discariche chiuse, aree industriali, coperture di edifici e parcheggi – il Piano punta ad accelerare ulteriormente gli iter autorizzativi, prevedendo anche l’esclusione della Valutazione di Impatto Ambientale in determinate condizioni.
L’impressione è che il tema della semplificazione stia progressivamente prevalendo su quello della valutazione degli effetti cumulativi sul territorio.
Il rischio di concentrare gli impianti
La Regione introduce alcuni strumenti condivisibili, come il principio di non concentrazione degli impianti, le misure di compensazione territoriale, il monitoraggio annuale della potenza installata e una banca dati georeferenziata consultabile dai cittadini. Sono tentativi di governare un fenomeno che, tuttavia, rischia di sfuggire al controllo regionale.
Secondo le dichiarazioni dell’assessore all’Ambiente David Barontini, le nuove aree regionali interesseranno circa il 3% aggiuntivo del territorio destinato al fotovoltaico, mentre circa il 5% risulta già individuato dalla normativa statale. Complessivamente si arriverebbe quindi a circa l’8% del territorio toscano classificato come area idonea con procedure autorizzative agevolate.
Il vero nodo: chi decide sul territorio?
Il problema più rilevante non riguarda tanto la quantità di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, quanto il modello decisionale che si sta consolidando, e infatti per gli impianti di maggiore potenza le competenze autorizzative sono ormai fortemente centralizzate.
Negli ultimi anni la combinazione tra semplificazioni procedurali, riduzione dei tempi autorizzativi e prevalenza dell’interesse pubblico ha favorito soprattutto i grandi operatori finanziari del settore energetico, che individuano le aree meno vincolate e concentrano gli investimenti su vaste porzioni di territorio.
Comuni, cittadini e amministrazioni locali finiscono spesso per avere margini di intervento estremamente limitati. Anche il parere della Soprintendenza, nelle aree vincolate, pur restando obbligatorio, perde parte della sua efficacia essendo soggetto al meccanismo del silenzio-assenso.
Il rischio è che il governo del territorio venga progressivamente sostituito da una logica prevalentemente autorizzativa. Con il risultato di una transizione energetica sempre meno governata dalla pianificazione territoriale e sempre più orientata dalle esigenze dei grandi investitori.
Una transizione energetica senza una vera gerarchia delle priorità
La Regione rivendica la volontà di “privilegiare” superfici già urbanizzate, edifici esistenti, aree industriali e siti degradati. Peccato però che nelle proposte di legge non venga affermato in modo esplicito un criterio gerarchico che renda realmente prioritaria, salvo motivate eccezioni, l’installazione degli impianti fotovoltaici sulle coperture degli edifici, dei capannoni industriali, dei parcheggi e delle superfici impermeabilizzate prima di ricorrere all’occupazione di nuovi suoli.
Allo stesso modo manca un esplicito riferimento alla gestione e al riciclo dei pannelli fotovoltaici a fine vita, tema destinato ad assumere un’importanza crescente nei prossimi decenni.
Le due proposte di legge dovranno ora affrontare l’esame delle Commissioni consiliari e successivamente del Consiglio regionale. Sarà quella la sede nella quale introdurre eventuali modifiche sostanziali.
Se davvero si vuole coniugare transizione energetica e tutela dell’ambiente, sarà necessario rafforzare il ruolo degli enti locali, rendere prioritario il riutilizzo delle superfici già costruite, azzerare il consumo di suolo agricolo e prevedere regole più stringenti sulla localizzazione degli impianti e sulla gestione del loro intero ciclo di vita. La sfida non è scegliere tra energia rinnovabile e tutela del territorio. La sfida è evitare che la necessaria decarbonizzazione diventi il pretesto per una progressiva deregolamentazione del paesaggio italiano.
Antonella Bonini
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