L’ondata di calore di giugno ha messo in primo piano la questione del raffrescamento che, nei picchi di caldo sempre più frequenti, specie in zone urbanizzate e cementificate, non è più un optional ma una necessità vitale, e quindi il problema degli impianti di climatizzazione, troppo spesso mancanti o non ben funzionanti.
Bisogna considerare ormai la climatizzazione come problema sociale, una emergenza che richiede risposte immediate, ma la climatizzazione da sola non è il toccasana e non deve diventare il surrogato di una azione complessiva per le città, per il loro adattamento al cambiamento climatico, che prevede invece scelte energetiche, scelte in materia di trasporti e di traffico, rivoluzioni nella gestione dei flussi, compresi quelli turistici, riqualificazione degli edifici, forestazione, rinaturalizzazione dei suoli, contenimento delle fonti di calore locali, creazione di veri rifugi climatici.
La climatizzazione da sola come detto non è il toccasana e questo anche per il fatto che tra le principali fonti di calore locali nocive ci sono per l’appunto gli stessi impianti di climatizzazione abituali, che scaricano il calore dall’interno all’esterno (gli apparecchietti portatili e senza gruppo esterno sono solo dei semplici ventilatori travestiti). Inoltre, con il sistema attuale del mercato artificiale della borsa elettrica, l’esplodere dei consumi urbani nelle ore di punta fa balzare il prezzo della bolletta per tutti.
Secondo dati di E-Distribuzione a Firenze nel mese di giugno si è avuto un aumento dei consumi elettrici del 12 % con una punta del 35 % che hanno determinato cali di tensione e problemi di interruzione anche all’acquedotto dell’Anconella ed interruzioni ripetute di corrente in S.Frediano. C’è quindi da tenere conto dell’energia necessaria per raffrescare e quindi dei rischi per la stabilità della rete elettrica locale in coincidenza con i consumi di punta, che si sommano al tipico stress termico estivo dei cavi interrati.
Il criterio sociale, ecologico e tecnico della climatizzazione allora è da stabilire collettivamente, non da lasciare agli automatismi di mercato, e sarà necessario prevederne un uso moderato come salvavita a cui tutti hanno diritto, e non un uso riservato a chi può permetterselo e che esternalizza il calore senza regole.

A Firenze a giugno, non per la prima volta, ma stavolta se ne è parlato di più, si sono verificati casi estremi di edifici pubblici resi pericolosi dal caldo, tra questi l’Agenzia delle Entrate, la residenza studentesca Calamandrei di Viale Morgagni e gli Uffizi stessi. Nei primi due casi il calore soffocante verificatosi è da attribuire anche alla progettazione scadente, con involucri inadatti e facciate completamente esposte al sole. Anche diverse scuole sono costruite così, con facciate in vetro e acciaio senza ombreggiature esterne. Nel caso degli Uffizi sarebbero invece, si dice, soprattutto gli impianti insufficienti i principali responsabili. Ma la capacità degli impianti è anche relativa al numero dei visitatori, che con il loro numero in questo caso esorbitante producono enormi quantità di calore e di vapore acqueo, che fra l’altro può mettere a rischio la superficie delle opere esposte.
Il caso Uffizi (e di altri musei) troppo caldi non è altro che una delle forme specifiche che prende la crisi ecologica in una città d’arte, cioè la somma tra eventi estremi generati dalla crisi climatica e la tenace volontà del sistema turistico alberghiero di non rallentare mai il flusso dei visitatori. Un Sindaco volendo potrebbe intervenire per ragioni di salute pubblica e interrompere le attività di massa negli edifici che superano un certo grado di temperatura e di umidità. Prima o poi ci si arriverà, non è possibile che gli interessi corporativi prevalgano per sempre sull’evidenza. Alcune limitate sospensioni della vendita dei biglietti decise dalla direzione del massimo museo fiorentino si sono già avute, sono dei segnali.
E sarà necessario anzi fare una pubblicità: non venite a Firenze, nelle città d’arte, durante le prossime ondate di calore. Far arrivare meno persone durante gli eventi di calore estremo sarà necessario non solo per non lasciare aperti musei surriscaldati, quindi per proteggere la salute dei lavoratori dei musei e dei visitatori, e le stesse opere d’arte, ma anche perché una città meno affollata è meno esposta a sovraccarichi della rete elettrica come quelli appunto molto fastidiosi che nei giorni di giugno a Firenze hanno generato blackout a ripetizione in S.Frediano. E con meno affollamento diventerebbe anche meno arduo gestire l’aumento percentuale di malori che investono i pronto soccorso.
Quindi il necessario miglioramento degli impianti di climatizzazione nei musei e in qualsiasi edificio pubblico non deve essere considerato in nessun caso come la soluzione, lasciando il resto uguale, ma una risposta che deve andare di pari passo con altre misure più sistemiche e più ecologiche e tali da permettere di limitare lo stesso ricorso agli impianti di climatizzazione.
Del resto la situazione dei musei e degli altri edifici pubblici è solo una parte, benché importante, del problema raffrescamento. La crisi termica si manifesta in modo più grave (perché diffusa, e perché in situazioni periferiche snobbate dal potere) nelle abitazioni private situate in edifici di scarsa qualità costruttiva, ai piani alti, in appartamenti con i soffitti bassi, in quartieri con pochi alberi e di forte densità abitativa oppure, anche se situati ai piani bassi, in zone di forte traffico e inquinamento che non permettono di arieggiare le stanze. La stessa situazione soffocante si crea per tutti gli immobili magari sopportabili come situazione climatica iniziale, che a un certo punto però si vedono sbarrato l’orizzonte e bloccare la ventilazione dal sorgere accanto di qualche progetto speculativo, come rischia di capitare ora agli abitanti di S.Jacopino per il progetto OGR che li separerebbe dall’Arno e dal parco delle Cascine. La situazione di chi abita in appartamenti così prigionieri di barriere fisiche e termiche diventa ancor più dura e pericolosa d’estate quando si tratta di persone anziane, a scarso reddito, sole o con problemi di salute e di mobilità. Queste sono le prime vittime predestinate della crisi climatica unita all’ingiustizia sociale.
L’iperconsumo elettrico di picco nelle ore calde per la climatizzazione da parte di chi ne fa uso commerciale diventa poi anche quello un problema di giustizia. I circa quindicimila appartamenti dati in affitto breve ai turisti e tutti dotati di impianti di climatizzazione e tutti fonte di consumo di acqua, energetico e di produzione di rifiuti incontrollata, e neanche correttamente tariffata, sono una parte notevole del problema calore ed energia a Firenze.
E’ vero anche che l’energia disponibile non è una quantità fissa e soggetta ad esaurimento. C’è un orizzonte energetico positivo che dà qualcosa da ben sperare e cioè la naturale associazione nell’autoconsumo tra fotovoltaico sui tetti e climatizzazione. Infatti in questi due tipi di impianti le ore di massima produzione coincidono con quelle di massima domanda. Da questo dato fisico si può partire per un piano redistributivo di climatizzazione sociale che faccia parte integrante della giustizia climatica, senza dimenticare che la climatizzazione comune non distrugge il calore, ma si limita a trasferirlo dall’interno all’esterno.
Solo la climatizzazione geotermica, anche quella detta a bassa entalpia, cioè da sottosuoli normali, sfugge a questo limite fisico, perché invia il calore non all’esterno ma nel sottosuolo, e viceversa d’inverno, inoltre non soffre di intermittenze, e per questo probabilmente farà parte integrante delle città del futuro, diversamente costruite. Però anche questa presenta limiti tecnici ed economici e non è adatta per tutti i suoli.
Non esistono in sostanza soluzioni miracolose che permettano di sottrarsi alla crisi climatica. Le soluzioni miracolose sono solo per chi si appropria delle scarse risorse creandosi una bolla protetta e scaricando le esternalità negative sugli altri.
Però attuare con risorse pubbliche ben mirate la climatizzazione (dove possibile, geotermica) in unione con il fotovoltaico e con la riqualificazione degli edifici sarebbe un intelligente contributo alla giustizia e all’adattamento climatico della città.
Paolo Chiappe
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