Ricongiungimenti da Gaza: la Farnesina blocca i visti per uscire.

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“Da aprile 2025 sto cercando di far uscire la mia famiglia da Gaza. Era tutto pronto ma dal 12 di gennaio non ho ricevuto più nessuna comunicazione”, è il racconto di Mohammad Hassona che sta portando avanti con la sua avvocata il ricongiungimento familiare del padre, della sorella, del cognato e di due bambini piccoli. 

Poster di Mohammed Hassona (Instagram mohd.hassona)

Mohammed è in Italia da sette anni, a Firenze da tre. Si è laureato a Gaza dove lavorava online con un’azienda sarda. “Sono un artista, faccio delle opere e un giorno ho ricevuto un invito per fare una mostra per i diritti umani in Sardegna. Poi sono rimasto e ho chiesto l’asilo politico”. Adesso Mohammed lavora come grafico a Firenze e per la sua famiglia aveva trovato il modo di pagare i biglietti e un alloggio tramite il progetto Sai (Sistema Accoglienza Integrazione) in Sardegna. 

“All’inizio mio padre non voleva andarsene, perché era già stato lontano da Gaza per molto tempo. Aveva vissuto la guerra del 1967. Era andato in Egitto per studiare e non aveva potuto fare ritorno a casa, perché Gaza era sotto occupazione israeliana. Non ha mai avuto una vita tranquilla né stabile. Come tutti i palestinesi. Poi, però, si è convinto. Se lui fosse rimasto a Gaza, sarebbe stato molto più difficile far uscire mia sorella e i suoi figli minori, perché la normativa non prevede il ricongiungimento con fratelli e sorelle, pur lasciando un margine di discrezionalità nei casi di grave pericolo. Lui sarebbe rimasto lì fino alla fine, ma ha scelto di pensare a mia sorella, ai miei nipotini e alle condizioni in cui tutti sono costretti a vivere, sotto le macerie di un luogo ormai quasi completamente distrutto e che non lascia più alcuna speranza di futuro”, racconta Mohammed.

Quelle parole mi riportano a un’immagine che non ho mai dimenticato. Anni fa, in un campo profughi siriano in Libano, sulla porta di ogni tenda – diventata per molti una casa – c’era una scritta “Umm..” e a seguire il nome del figlio. “Mamma di..”. Mi aveva colpito questo modo di definirsi in base ai figli, piuttosto che per il cognome ricevuto da chi li aveva preceduti. In questa scelta c’è una prospettiva radicale: l’identità non è ancorata soltanto al passato, ma proiettata in avanti. E’ un modo di continuare a esistere attraverso le nuove generazioni, di custodire la speranza anche quando tutto sembra negarla. Così il padre di Mohammed rinuncia a sé per lasciare aperta una possibilità di futuro ai figli e ai nipoti. Uno sguardo rivolto al domani, persino nel cuore dell’esilio.

Mohammed aveva soddisfatto tutte le richieste per avviare la pratica del ricongiungimento familiare, dimostrando un reddito annuo minimo e un certificato di idoneità alloggiativa. La direttiva dell’Unione Europea 2003/86/CE relativa al diritto al ricongiungimento familiare indica che “la situazione dei rifugiati richiede un’attenzione particolare, in considerazione delle ragioni che hanno costretto queste persone a fuggire dal loro paese e che impediscono loro di vivere là una normale vita familiare”. L’art. 9, par.2, di tale direttiva tutela in particolare i “vincoli familiari” dei rifugiati “anteriori al loro ingresso” e il successivo art.10, par.2, della medesima direttiva prevede espressamente che “gli stati membri possono autorizzare il ricongiungimento di altri familiari non previsti all’articolo 4, qualora essi siano a carico del rifugiato”. Pertanto, la sorella maggiorenne di Mohammed e la sua famiglia pur non rientrando tra i familiari previsti dall’art 4 della direttiva europea in parola, essi rientrano tuttavia nei vincoli familiari precedenti poiché, prima dell’ingresso di Mohammed in Italia, vivevano tutti insieme. Inoltre si tratta di persone a carico di Mohamed, come dimostrato dalle rimesse di denaro regolari che lui invia regolarmente alla sorella. 

“Mia sorella vive a Nord a Gaza City, mio padre vive nel centro della striscia. Ci vogliono, diciamo 30 minuti di macchina, se ne trovano una. Non si va a scuola perché le scuole non ci sono più. Vengono organizzate delle lezioni nel quartiere per imparare le cose di base. Mia sorella è laureata, è una farmacista, adesso si occupa di questi corsi per i bambini. In questo momento non c’è niente a Gaza né cibo né medicine. La bambina di mia sorella ha 8 anni e il bambino 5 anni. Il marito lavora un giorno e poi niente per tre settimane. Al mercato normale non si trova il cibo ma al mercato nero non ci sono prezzi fissi: una confezione di uova può costare da 10 a 30 euro; un pezzo di pollo 15 euro. E’ un miracolo come noi possiamo vivere così, è la nostra resistenza”.

E’ per questo motivo che negli ultimi due anni, per quanto riguarda Gaza, si è sviluppata una prassi diversa legata all’emergenza umanitaria. Diversi tribunali, avvalendosi di tale potere discrezionale, hanno ordinato il rilascio di visti in casi specifici, valorizzando la situazione eccezionale di guerra e il diritto all’unità familiare, anche quando i familiari si trovavano ancora a Gaza. Tuttavia qualcosa nel sistema si è incrinato. Ad agosto 2025 da parte della prefettura di Firenze è stato rilasciato il Nullaosta per il padre di Mohammed. A settembre erano pronti anche quelli della sorella. “Nel mese di ottobre, ho ricevuto una chiamata per l’evacuazione solo di mio padre tramite la Farnesina ma mio padre non voleva uscire in quel momento perché è anziano, ha problemi di salute, non era pronto a cominciare una vita nuova a 71 anni. Mi ha detto che sarebbe uscito solo se ci fosse stata anche mia sorella. Quindi ho mandato una comunicazione al consolato di Gerusalemme per chiedere un’evacuazione per tutta la famiglia”.

A gennaio 2026 il consolato di Gerusalemme aveva scritto che era tutto pronto per l’uscita della sorella, dei bambini e del marito. Voleva sapere chi si sarebbe occupato del pagamento dei biglietti e dove sarebbero arrivati. Tutta la documentazione era stata presentata da Mohammed. “Hanno chiamato mia sorella per chiederle se era pronta per uscire e lei ha detto di si. Il 12 gennaio doveva essere il giorno dell’evacuazione da Gaza. Ma poi non abbiamo saputo niente, non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione dal Consolato. Dopo ho capito che queste chiamate sono solo una ‘prova generale’ non vuol dire che è veramente tutto pronto per entrare in Italia”, ci racconta. Il problema nella pratica di Mohammed per il ricongiungimento della sua famiglia sorge quando i visti per la sorella, i bambini e il marito non vengono concessi dalla Farnesina. “Non c’è una comunicazione chiara né dalla Farnesina né dal Consolato di Gerusalemme. Non si capisce cosa sia successo esattamente. Prima dicevano che stavano lavorando alla pratica, mentre negli ultimi mesi non rispondono più alle mail. Sul portale il Nullaosta risulta ancora valido”, spiega Mohammed. 

Come riporta Il Sole 24 Ore, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) sostiene che molti palestinesi aspettano di ricongiungersi con i loro familiari in Italia e non riescono a farlo, nonostante il Tribunale ordinario di Roma, con due provvedimenti del 9 e 10 settembre 2025, abbia ordinato al governo italiano di rilasciare visti di ingresso per motivi familiari a favore di cittadini residenti nella Striscia di Gaza. spiega l’avvocata Anna Brambilla di Asgi a Il Sole 24 Ore: “Le ambasciate non stanno apponendo i visti perché sostengono che è possibile solo quando le persone sono fisicamente presenti in Consolato”. La sorella di Mohammed per avere il visto dovrebbe raggiungere il Consolato che è in Cisgiordania, quindi dovrebbe oltrepassare il valico valico di Erez, detto anche di Beit Hanoun, controllato da Israele; pertanto sarebbe impossibile arrivarci, viva almeno. 

Spiega la legale Brambilla a Valentina Furlanetto de Il Sole 24 Ore: “Nei contenziosi che stiamo portando avanti l’Avvocatura dello Stato ci sta dicendo che questi visti quando vengono emessi garantiscono comunque solo l’entrata in Italia e non l’uscita da Gaza, che dipende da Israele e sono le autorità israeliane che spesso non permettono l’uscita dalla Striscia. Abbiamo molti palestinesi bloccati”. Le persone che sono uscite finora, lo hanno fatto attraverso i corridoi sanitari perché si trovavano in gravi situazioni di salute. In Grecia i casi sono simili a quelli italiani: le famiglie dovrebbero presentarsi fisicamente al consolato greco al Cairo, ma nessuno garantisce un’uscita sicura da Gaza né il transito verso l’Egitto. In Spagna, secondo le testimonianze raccolte dall’organizzazione Accem, che si occupa dell’accoglienza dei palestinesi sul territorio spagnolo,  molte famiglie sono state separate già al momento dell’uscita: le autorità israeliane avrebbero autorizzato il passaggio solo di alcuni membri, aumentando il trauma.  

Tra ottobre e dicembre 2025 l’European Network of Ombudspersons for Children (ENOC), Eurochild e 21 eurodeputati di quattro gruppi politici su iniziativa di Kostas Arvanitis (vicepresidente del gruppo The Left) si sono rivolti sia alla presidente Mezzola del Parlamento europeo che alla Commissione europea, chiedendo spiegazioni in merito alle mancate attuazioni di ricongiungimento per minori a Gaza. Secondo quando dichiarato in seguito dalla Commissione, l’evacuazione e il rilascio delle autorizzazioni di uscita dipendono dagli Stati membri, dai Paesi di transito e dalla situazione sul terreno.

Si assiste di nuovo a un ribaltamento delle responsabilità, mentre le vite delle persone di Gaza restano ogni giorno, ogni secondo, sotto attacco.

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Dopo la laurea in Sviluppo economico e Cooperazione Internazionale, mi sono presa un anno sabbatico per Londra e poi l'India, infine per vedere i proiettili sui muri a Sarajevo. Tornata in Italia ho lavorato prima nei Centri di Accoglienza Straordinaria come insegnante L2 e operatrice legale, dopo nella scuola Secondaria di II° come docente di sostegno e di Filosofia e Scienze Umane. Da quest’esperienza nasce il mio blog “Lettera da un professionale” https://letteradaunprofessionale.wordpress.com/chi-sono/. Al momento sono dottoranda in Peace Studies presso La Sapienza con una ricerca sulle migrazioni.

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