La Camera ha dato il via libera al nucleare civile in Italia lo scorso 4 giugno, con l’approvazione del disegno di legge delega sul «nucleare sostenibile», varato dal governo a ottobre 2025, e adesso al Senato per l’approvazione definitiva, prevista prima della pausa estiva. I partiti della maggioranza hanno votato a favore. L’opposizione ha votato contro, a eccezione di Italia Viva, che si è astenuta, e Azione, che ha votato a favore.
Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin punta entro la fine dell’anno ad emanare i decreti attuativi, dove dovrà essere indicato tutto: la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari, l’individuazione dei siti dove dovrebbero sorgere le centrali, la semplificazione dei procedimenti autorizzativi, le misure di compensazione per i territori ospitanti gli impianti, la localizzazione dei luoghi di stoccaggio delle scorie nucleari prodotte, e, ovviamente, la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica. Ci vorranno almeno 8-9 anni da oggi per i primi impianti nucleari, ha indicato il ministro Pichetto, e dovrà essere scelta la tecnologia. Il governo ha indicato che dovrà trattarsi di piccoli reattori e che non si tratterà di vere e proprie centrali: sono Small Modular Reactor, cioè impianti di taglia più piccola, che arrivano fino a 350 megawatt, anche se l’aggettivo «piccolo» è discutibile: le centrali atomiche italiane erano quasi tutte al di sotto di quella soglia, solo Caorso la superava, perché era da 860 MWe (Latina era da 210 MWe, Garigliano 160 MWe, Trino Vercellese 270 MWe).
Questo è il terzo tentativo in Italia di riprendere la produzione di energia con l’atomo, dopo la chiusura delle centrali a seguito del referendum dell’8 e 9 novembre 1987, che si era svolto sull’onda emotiva della catastrofe di Chernobyl e promosso dal Partito Radicale, Verdi e DP, con il risultato di oltre 65% di affluenza e con il “Sì” da percentuali bulgare, oltre l’80%. Poi nel 2009 il Governo Berlusconi rilanciò il nucleare, con l’iter normativo per la delega al governo e partì anche la campagna per un nuovo secondo referendum, insieme a quelli sull’Acqua pubblica. Con il maremoto dell’11 marzo del 2011 in Giappone e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, Berlusconi tentò una moratoria di un anno del nucleare, per evitare il referendum, ma la Cassazione confermò il referendum con un quesito modificato e la Corte Costituzionale confermò l’ammissibilità del quesito. Risultato del referendum del 12 e il 13 giugno: oltre 54% di affluenza e 94% di favorevoli. Il “Nucleare? No grazie” aveva vinto una seconda volta.
Adesso ci riprova il Governo Meloni con il «nucleare sostenibile». E viene spontaneo porsi le domande: la nuova legge sul nucleare contrasta con i due referendum del 1987 e del 2011? Serve un terzo referendum per bloccare ancora il nucleare? E nel prossimo futuro si prospetta anche un nucleare militare italiano?
Durante il passaggio della legge alla Camera, è stato bocciato un emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra, che chiedeva di fermare l’uso militare nel nucleare, e, non a caso, il ministro della Difesa Crosetto ha lanciato la possibilità di dotare la Marina Militare di una portaerei di nuova generazione a propulsione nucleare, mentre Fincantieri è impegnata nel progetto Minerva (acronimo di Marinizzazione di Impianto Nucleare per l’Energia a boRdo di Vascelli Armati) per lo sviluppo di mini reattori nucleari applicati al settore navale e militare.
“Un nuovo referendum sul nucleare? lo lo do per scontato, nel 2028 o nel 2029 saremo in grado di spiegare che non c’è nulla da temere”, ha già detto il ministro dell’Ambiente, che si avvale di un consigliere giuridico per la strategia sul nucleare, il giurista Giovanni Guzzetta, ordinario di diritto pubblico all’Università di Roma. La posizione del giurista è chiara : “La giurisprudenza costituzionale è chiara nel dire che i referendum pongono un vincolo, ma il vincolo è sottoposto a due condizioni: che la situazione oggettiva sia rimasta di fatto inalterata e che pure la situazione politica non sia mutata. Sono passati quindici anni, il quadro politico e la sensibilità dei cittadini non possono ritenersi gli stessi. Lo sviluppo tecnologico ha cambiato la situazione, gli standard di sicurezza si sono innalzati. Dunque, non c’è un impedimento per il legislatore e si può legiferare alla luce della giurisprudenza della Corte Costituzionale. Salvo poi arrivare a un nuovo, eventuale referendum abrogativo della nuova legge” (Corriere della Sera 07.06.2026).
Di diverso avviso Paolo Maddalena, giurista ed ex vicepresidente della Corte Costituzionale: “La proposta legislativa del Governo e del Parlamento contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011, i quali non possono essere contraddetti dal Legislatore” (Il Fatto Quotidiano 11.06.2026). Secondo Maddalena “Non essendovi stato un mutamento del quadro politico, la proposta di legge si è riferita, in più di un’occasione, a un mutamento delle circostanze di fatto, facendo riferimento a nuove “tecnologie nucleari”, che avrebbero reso le nuove centrali più sicure e comunque “piccole e nuove”. In realtà, non si può parlare di “piccole centrali”, considerato che esse produrrebbero fino a 300 MW di potenza. Né si può parlare di “nuove centrali”, perché il nucleare in questione sarebbe sempre ottenuto con il metodo altamente nocivo e rischioso della fissione. Insomma – conclude Maddalena – non può assolutamente parlarsi di un “mutamento delle situazioni di fatto” e la proposta di legge delega in questione, limitatamente ai casi di “fissione nucleare”, è in pieno contrasto con il divieto giurisprudenziale di ripristino della legge abrogata per volontà popolare, e quindi assolutamente da respingere”.
Quindi servirebbe definire che la legge sul nucleare è anticostituzionale o addirittura sarebbe necessario un terzo referendum sul nucleare, con la raccolta di 500.000 firme o la proposta avanzata da almeno 5 consigli regionali? Certamente un “Si” a un terzo referendum, con un forte consenso popolare, non solo bloccherebbe definitivamente il nucleare, ma favorirebbe lo sviluppo delle energie rinnovabili, magari con tagli all’uso di gas, petrolio e carbone. Se i due precedenti referendum erano stati favoriti dai disastri di Chernobyl e di Fukushima (e facendo gli scongiuri su un nuovo disastro nucleare), adesso ci sarebbero le conseguenze delle due guerre in Medio Oriente e in Ucraina con i problemi per il rifornimento di petrolio e gas in Europa e Italia.
Ma in particolare devono essere considerati gli effetti della crisi climatica che devono indurre a politiche di taglio dei consumi delle fonti fossili, a favore delle rinnovabili. Con un nuovo referendum sul nucleare gli ambientalisti potrebbero rilanciare il loro ruolo, puntando proprio sulle rinnovabili, ma si è visto che ci sono profonde divisioni fra Legambiente, Greenpeace, WWF da una parte e Italia Nostra, comitati territoriali e sezioni locali di associazioni ambientaliste dall’altra, sulle centrali eoliche e fotovoltaiche, divisioni che inciderebbero negativamente in una campagna referendaria.
Infine il centro sinistra sarebbe capace di schierarsi decisamente contro il nucleare e per le fonti rinnovabili, facendone una priorità nella prossima campagna elettorale per le politiche? I prossimi mesi potrebbero essere decisivi, per vedere se si andrà verso un terzo referendum e verso un maggiore sviluppo delle rinnovabili, a scapito delle fonti fossili.
*l’articolo è una riduzione dell’intervento all’incontro del 16 luglio a Pistoia “26 luglio 1986 il disastro di Chernobyl“
Maurizio Da Re
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