Il Catasto è sotto sfratto: venduto a privati negli anni Duemila, la proprietà ora ne vuole fare residenze di lusso. Un altro tassello dell’alienazione del pubblico a pro della speculazione immobiliare.
Il noto edificio di via dell’Agnolo 80, destinato agli uffici del Catasto dal 1955, a quindici anni dalla sua costruzione avvenuta nel 1940, e successivamente ampliato con un nuovo corpo di fabbrica sul lato di via dei Pepi nel 1956, nel 2004 fu nuovamente ristrutturato e riqualificato per riunire in unica sede l’Agenzia del Territorio (incorporata poi nell’Agenzia delle Entrate) con i Servizi Catastali, di Pubblicità Immobiliare e di Estimo; negli ultimi anni ha accolto anche gli uffici territoriali Istat della Toscana e quelli del Nucleo Operativo Ecologico di Firenze dei Carabinieri.
I primi anni 2000 furono anche quelli della famigerata “finanza creativa” di Tremonti, che, sotto il secondo governo Berlusconi, portò alla privatizzazione dell’immenso patrimonio immobiliare dello Stato; di conseguenza il palazzo di via dell’Agnolo, allora di recente ristrutturazione, finì inesorabilmente nell’elenco della Patrimonio S.p.A. per essere sdemanializzato, collocato nel mercato e venduto ai privati. Il Demanio si trovò quindi, da proprietario, ad essere inquilino dell’immobile, pagando un affitto esorbitante e accollandosi, inoltre, i costi della sua manutenzione ordinaria e straordinaria: un gran bell’affare, in termini di rendita, per il neo acquirente privato.
Per inciso, se si considera che la vendita dell’immenso patrimonio di beni pubblici ha comportato una riduzione del debito pubblico, suo scopo dichiarato, poco superiore all’1%, si ha la misura dell’enorme drenaggio di ricchezza dalla cosa pubblica ai privati, del danno arrecato al Patrimonio dello Stato, all’Erario, in definitiva a tutto il popolo italiano.
Danno procurato dalle privatizzazioni, che in tempi attuali si amplifica, in una città come Firenze, sotto assedio del cosiddetto “capitalismo della rendita”, dove la proprietà di quello che un tempo fu un “immobile strumentale con finalità pubbliche” di grandi dimensioni e in pieno centro storico rappresenta, nei tempi attuali, una lucrosa occasione di speculazione immobiliare da immettere nel ricco mercato della residenza di lusso e del turismo. Con l’effetto di sovvertire, come è avvenuto in molti altri casi di speculazione immobiliare, il legame tra i caratteri distintivi di un edificio, la sua vocazione strutturale, e i molteplici usi e riusi che ha ricevuto nella sua storia.
E la storia dell’edificio di via dell’Agnolo come degli altri racchiusi nell’area delimitata da via Pietrapiana, Borgo Allegri, via dell’Agnolo e via Verdi, il cui stile architettonico si discosta palesemente dal tessuto storico circostante, è da ricondurre alla colossale demolizione di una serie di isolati noto come “Canto alle rondini” (dall’immagine in un tabernacolo prossimo al popolare arco di San Pierino) operata in epoca fascista, nel 1936. Si trattava del nucleo proletario, operaio e artigiano del quartiere di Santa Croce, narrato con tanta intensità, anche nei suoi caratteri fisici, nel romanzo “Il quartiere” di Vasco Pratolini, teatro di una umanità dove l’atavica povertà e la fatica del vivere quotidiano alimentano in molti un anelito persistente di riscatto e giustizia sociale e una latente opposizione al regime fascista. Un popolo, quello del “Canto alle rondini”, legato da forti rapporti comunitari e da un diffuso senso di dignità morale che neanche la dolorosa operazione del “piano di risanamento” e la parziale dispersione degli abitanti, descritta in chiusa del romanzo, riuscirà a disgregare e soffocare.
Lo sventramento dell’area fu abbastanza rapido e indiscriminato: pochissimi gli edifici di qualche pregio risparmiati; non sopravvisse nemmeno uno dei teatri più famosi della città, l’Alfieri, tradizionale antico ritrovo cittadino, specie per gli spettacoli in vernacolo.
La ricostruzione, ripartita nel 1939, ebbe come primo intervento edilizio, quale polo aggregante secondo la moda del tempo e i dettami del regime, la Casa del Fascio, il cui progetto fu affidato all’architetto fiorentino Raffaello Fagnoni.
Il primo lotto venne inaugurato già nel 1940, mentre il secondo (corpo su via de’ Pepi) a completamento del complesso, verrà costruito ben quindici anni più tardi, dopo l’installazione degli uffici del Catasto, con altra dimensione e diverso stile architettonico.
Nel lotto del ‘40, sebbene si avvalesse di stilemi del lessico fascista, i materiali utilizzati (lo zoccolo, le paraste e cornici in pietra grigia, i riquadri sagomati delle finestre a piano terreno in travertino) conferiscono alla facciata dell’edificio, nel suo andamento leggermente curvilineo, un carattere di gradevole geometrica semplicità. Un’architettura non appesantita da quegli elementi simbolici e “compromettenti” caratteristici di tali strutture (come l’arengario, la torre littoria, la campana…); non priva dunque nella sua sobrietà di legami con il gusto cordiale e familiare proprio della tradizione edilizia toscana, tale da consentirle nel tempo una discreta accettazione.
Il resto del sito sventrato rimase a lungo (per oltre un decennio) vuoto, con mucchi di macerie residue sul terreno, uno spazio desolato spazzato dal tramontano, opportunamente battezzato dai fiorentini “le rovine del Canto alle rondini”, con la presenza saltuaria di qualche giostra e di venditori ambulanti.
Nel 1959 inizierà la costruzione, in un’area attigua al complesso del Catasto, del Palazzo delle Poste di Michelucci che, esempio di articolata architettura brutalista destinata ad accogliere, oltre alle Poste, molteplici servizi amministrativi, si caratterizza anche per concepire, in maniera innovativa, la sua funzione urbana come luogo di passaggio pedonale, di esposizione culturale e di relazione sociale.
Questo importante edificio, al pari di molti altri nella nostra martoriata città, sistematicamente depauperata del proprio patrimonio storico-architettonico, è stato di recente sottratto alla collettività e mercificato per accogliere gli ormai infestanti studentati di lusso, oltre a varie attività commerciali.
Destino analogo viene, ora, prospettato anche per il vicino edificio storico di Via dell’Agnolo, qualora il Comune conceda, come già successo disgraziatamente innumerevoli volte, alla proprietà (la società immobiliare JA.NO S.p.A), il cambio di destinazione d’uso, da direzionale a residenziale, assumendosi la gravissima responsabilità di avallare un ulteriore impoverimento dell’uso civico del centro storico, permettendo lo sradicamento di funzioni che sono peculiari della città e della sua storia.
Come cittadini dobbiamo contrastare con forza questi processi di trasformazione immobiliare che stravolgono un patrimonio di grande interesse pubblico, e nella fattispecie in modo traumatico, fatti anche sulla pelle di lavoratori costretti al disagio di cambiare sede e luogo di lavoro; contro l’ennesima grande operazione speculativa che concorre a definire lo scenario inquietante di un centro storico sempre più fagocitato dalla monocultura turistica e dal prevalere di una residenzialità classista, destinata esclusivamente ai ricchi.
Occorre ribadire la radicale opposizione ad una politica urbanistica che anziché operare per la tutela e la preservazione dei beni ambientali e architettonici ed essere orientata a soddisfare, in via prioritaria, impellenti esigenze di carattere sociale e collettivo, permette l’egemonia del capitale, il dispiegarsi della spirale speculativa, dove, alla fine, a vincere sono sempre gli interessi antisociali dei costruttori e degli speculatori.
Giandomenico Savi
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