Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta

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«Nei villaggi palestinesi alcuni abitanti non mi chiamano mai “dottoressa”. Mi chiamano hakimah, donna saggia, e devo ammettere che quell’appellativo mi fa più piacere di qualsiasi titolo o qualifica medica io abbia mai ricevuto». A parlare è la psichiatra e psicoterapeuta palestinese Samah Jabr, nel libro-intervista Trauma infinito: Una psichiatra palestinese racconta, a cura della giornalista Maria Nadotti.

«A me, su Samah Jabr — scrive la giornalista — non interessa dire ciò che si sa, ciò che lei ha affermato così limpidamente, ciò che i suoi libri, il film a lei dedicato [Derrière les fronts: résistances et résiliences en Palestine, della filmmaker francese Alexandra Dols], le sue conferenze e i suoi seminari attestano. Mi interessa dire ciò che non si sa».

Cominciamo da due domande fondamentali per comprendere appieno la figura di Jabr:

M.N.: Che cosa è stato a renderti così forte?
S.J.: L’esperienza, senza dubbio. Le difficoltà con cui mi sono dovuta misurare mi hanno, per così dire, indurito la pelle di fronte alla realtà. Ci tengo a dirti che per me l’attacco alla proprietà di famiglia da parte di uno zio è stato più doloroso di ciò che ho subito da parte del Ministero della Salute. In entrambi i casi ci sono state conseguenze finanziarie devastanti e ho dovuto pagare molto per tutelare i miei diritti e salvaguardare ciò a cui attribuisco valore. Ma che cosa è stato a rendermi forte? Nella psicologia occidentale si crede nella forza fisica e cognitiva, sottovalutando la forza spirituale. Per me la forza spirituale è importante, e forse sono stati i miei genitori a ispirarmi questo concetto. […] La spiritualità consente di riconoscere e apprezzare i doni ricevuti.

«E la fede che ruolo ha avuto nella tua vita?», chiede la giornalista.

«S.J.: Per il momento vorrei citarti tre versetti del Corano che, a mio parere, aiutano ad avere un pensiero critico. Il primo dice di non seguire il modello paterno e di pensare con la propria testa; il secondo di non seguire le persone che hanno potere e influenza; il terzo di non seguire la maggioranza, perché la maggioranza non sempre ha ragione. Poiché in generale si tende a fare queste tre cose, questi passi mi sembrano molto rilevanti. Tieni conto che sono stata io ad accostarli: nel testo coranico questi versetti si trovano in punti diversi.»

Samah Jabr si rivela una scompigliatrice nata, una “troublemaker” nel senso più profondo e coraggioso del termine. Il suo pensiero critico scardina tanto la tradizione islamica quanto i canoni della salute mentale occidentale. Da questa posizione di rottura, Jabr si fa testimone lucida e scomoda del genocidio, del fratricidio e dell’ecocidio in corso in Palestina, denunciando l’indifferenza, il pilatesco linguaggio della neutralità, e la complicità del resto del mondo:

«Guarda il volto di questo ragazzino — dice Jabr a Maria Nadotti — contorto dal dolore, divorato dalla fame, ustionato dal silenzio di milioni di persone. Non piange per la minestra versata. Urla perché la sua infanzia viene ridotta in cenere goccia a goccia. Questa non è una crisi umanitaria. È un inferno creato dall’uomo. Una fame programmata. Un’umiliazione di precisione. […] Penso di usare la Palestina come una lezione vivente sulla crudeltà dell’uomo verso l’uomo. L’esempio è palestinese, ma la lezione appresa è umana: diciamo che questo è il capitolo palestinese di una storia che parla della crudeltà umana verso altri esseri umani».

Il pensiero guida di Jabr, cresciuta alla scuola anticoloniale di Frantz Fanon e a quella sociale di Paulo Freire, Franco Basaglia e Ignacio Martín-Baró, è radicalmente decoloniale: «Il trauma palestinese è coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale. A essere patogeno è il dispositivo politico dell’occupazione e dell’apartheid. È l’esposizione incessante alla violenza, alla vessazione, all’umiliazione a deformare la psiche degli individui, costretti ad adattarsi al peggio per sopravvivere».

Il trauma palestinese è un trauma coloniale, storico (da oltre un secolo) e collettivo, senza un inizio né una fine ben definiti: un trauma infinito. È provocato dalla violenza fisica diretta, dalla deumanizzazione sistemica e dalla solastalgia (il dolore legato alla distruzione e alla privazione del legame con la propria terra e con l’ambiente familiare). In questa cornice coloniale, il controllo non si esercita solo sui corpi e sullo spazio, ma penetra intimamente nello scorrere stesso dei giorni:

«Penso spesso che riappropriarci del tempo sia parte integrante della lotta per la liberazione. Saremo liberi non solo quando la terra ci sarà restituita, ma quando recupereremo il diritto a modellare il ritmo della nostra vita. Il tempo colonizzato è un altro fronte di lotta. Sappiamo tutti di essere intrappolati in un sistema in cui il tempo coloniale gira sempre più veloce mentre la vita palestinese macina sempre più lentamente».

A tutta questa sofferenza si aggiunge un conflitto intestino, talvolta violentissimo e sanguinoso, che vede contrapposte l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e Hamas. Una “guerra nella guerra” in cui anche Jabr è stata personalmente e dolorosamente coinvolta a causa del suo ruolo istituzionale di direttrice dell’Unità di Salute Mentale del Ministero della Salute palestinese; il fratricidio sarà, non a caso, l’argomento del suo quarto libro.

Tra i casi clinici che compaiono nell’ultima parte del volume, colpisce quello di «”Danny”, l’americano che atterrò in Cisgiordania per errore». In realtà si tratta di Nadeem, nato e cresciuto in Palestina, che però parla solo inglese, finge di non capire l’arabo e indossa abiti stelle, strisce “provocanti”, come un berretto da baseball con la scritta “USA”. Il suo è un sistema delirante radicato nell’umiliazione transgenerazionale e nel colonialismo interiorizzato:

«Rivendicando un “sé americano”, trova rifugio da un senso interiorizzato di umiliazione. Tale identità immaginaria gli offre uno scudo: un luogo di dignità, sicurezza e superiorità grazie al quale può prendere le distanze da ciò che vive come un sé palestinese svalutato.»

L’approccio alla cura, per Jabr, non può che partire da una riformulazione decoloniale che va ben oltre la patologizzazione del soggetto colonizzato, differenziandosi nettamente dall’approccio terapeutico occidentale, per una  concezione diversa della neutralità professionale, e dell’etica professionale:

«La psicologia della liberazione — scrive Jabr —, che è uno dei miei punti di riferimento, parla chiaramente della necessità di cambiare le strutture di potere, mentre la psicologia occidentale si focalizza sul cambiamento di sé. A volte è necessario cambiare se stessi, ma non per adeguarsi alle strutture di potere. Le strutture di potere creano la pressione che ci impedisce di investire energia nella creazione, nel cambiamento e nella trasformazione. La psicologia occidentale si limita a spingere verso un compromesso con lo status quo».

Chiudiamo riprendendo la prima frase di questa recensione. Non basta conoscere l’anatomia e la malattia per essere un buon medico, cioè «un guaritore saggio»; non basta essere solo un buon tecnico, è indispensabile capire quanto la salute dipenda dalla giustizia, dalla società e dall’ambiente in cui viviamo, cioè un approccio alla cura informato del trauma, culturalmente situato e politicamente consapevole:

«Nel nostro paese, come in ogni altro luogo sotto occupazione, è impossibile essere dei buoni medici se non si è anche degli attivisti […] Perciò, sì, chiamatemi hakimah, perché curare senza saggezza può guarire un corpo, ma non può risanare il mondo. In un’epoca tormentata da guerre, sfollamenti e violenza strutturale, il mondo ha bisogno di medici che personifichino la saggezza tanto quanto la competenza clinica: medici capaci di ascoltare a fondo, di vedere con chiarezza e di agire in modo giusto al servizio di tutti gli esseri umani; medici coraggiosi che non abbiano paura di essere puniti dalle istituzioni per la loro limpidezza morale».

Samah Jabr, Maria Nadotti,  Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta, Feltrinelli, Milano 2026-pag.320, euro 19

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Gian Luca Garetti

Gian Luca Garetti, è nato a Firenze, medico di medicina generale e psicoterapeuta, vive a Strada in Chianti. Si è occupato di salute mentale a livello istituzionale, ora promuove corsi di educazione interiore ispirati alla meditazione. Si occupa attivamente di ambiente, è membro di Medicina Democratica e di ISDE (International Society of Doctors for the Environment).

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