{"id":86424,"date":"2022-04-19T15:09:18","date_gmt":"2022-04-19T13:09:18","guid":{"rendered":"https:\/\/www.perunaltracitta.org\/homepage\/?p=86424"},"modified":"2022-04-20T11:22:40","modified_gmt":"2022-04-20T09:22:40","slug":"la-scomparsa-delle-fabbriche-appunti-sui-cambiamenti-nella-geografia-di-classe-in-italia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.perunaltracitta.org\/homepage\/2022\/04\/19\/la-scomparsa-delle-fabbriche-appunti-sui-cambiamenti-nella-geografia-di-classe-in-italia\/","title":{"rendered":"La scomparsa delle fabbriche? Appunti sui cambiamenti nella geografia di classe in Italia"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019idea che non esista pi\u00f9 la classe operaia \u00e8 diventata da anni pervasiva, anche a sinistra. Ci\u00f2 nonostante la classe operaia viene chiamata in causa spesso: per spiegare la vittoria di Trump, la Brexit oppure l\u2019avanzata della Lega di Salvini. Grazie all\u2019utilizzo di un approccio spaziale, questo articolo mostra come ci\u00f2 che \u00e8 stato etichettato come la scomparsa della classe operaia sia in realt\u00e0 un processo di riorganizzazione della struttura di classe in Italia, socialmente e geograficamente. A differenza del recente passato, quando le grandi fabbriche fordiste si concentravano nelle aree urbane delle principali citt\u00e0 del nord-ovest, la manifattura ha prevalentemente sede oggi nelle aree semi-urbane delle citt\u00e0 di provincia del nord-est e di alcune zone del centro. Questa, come altre trasformazioni, hanno decretato un\u2019accresciuta centralit\u00e0 del settore logistico, dove alcune delle pi\u00f9 significative vertenze si sono sviluppate negli ultimi anni. Pi\u00f9 in generale, i cambiamenti del tessuto produttivo e della sua geografia interrogano l\u2019azione degli anticapitalisti, chiamati a \u201cdecolonizzare\u201d la propria azione militante oltre le aree urbane delle principali citt\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Introduzione<\/strong><br \/>\nIn un articolo pubblicato su <em>Il Fatto Quotidiano<\/em> nell\u2019ottobre del 2020, Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista dal 2007 al 2017 e attualmente uno dei massimi esponenti di quel partito, dava notizia di un convegno a Torino sulle ragioni della rivolta operaia del 1969\u201370, a cinquant\u2019anni di distanza da quegli eventi. Secondo Ferrero, per quanto lo sfruttamento dei lavoratori sia brutale oggi come allora, un paragone sarebbe per\u00f2 impossibile.<\/p>\n<p>La ragione \u00e8 presto detta: \u201cla situazione \u00e8 tutta diversa: le fabbriche non ci sono quasi pi\u00f9 e Mirafiori ha meno di un decimo degli operai di allora\u201d (<em>Il Fatto Quotidiano<\/em>,<\/p>\n<p>16 ottobre 2020, corsivo nostro). A distanza di appena 6 mesi dallo scoppio di una pandemia che aveva portato anche il blog dei Wu Ming (13 aprile 2020) a titolare di una \u201cnuova centralit\u00e0 della working class\u201d, le parole dell\u2019ex segretario di Rifondazione possono forse suonare stonate. Non rappresentano per\u00f2 una voce fuori dal coro. Negli ultimi decenni in molti hanno scritto della presunta scomparsa delle fabbriche in Italia e nei paesi occidentali pi\u00f9 in generale. L\u2019idea che non esista pi\u00f9 la classe operaia \u00e8 cos\u00ec diventata un leitmotiv tanto penetrante quanto ossessivo. Il settore nel quale questa narrazione dal chiaro sapore liberista ha sfondato con pi\u00f9 forza \u00e8 quello della cosiddetta filosofia radicale e post-moderna, che vanta un certo seguito, spesso anche solo implicito, nei contesti urbani di natura sinistroide e progressista.<\/p>\n<figure id=\"attachment_86425\" aria-describedby=\"caption-attachment-86425\" style=\"width: 742px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-86425\" src=\"https:\/\/www.perunaltracitta.org\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/15-696x487-1.jpg\" alt=\"Scomparsa delle fabbriche\" width=\"742\" height=\"519\" srcset=\"https:\/\/www.perunaltracitta.org\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/15-696x487-1.jpg 696w, https:\/\/www.perunaltracitta.org\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/15-696x487-1-300x210.jpg 300w, https:\/\/www.perunaltracitta.org\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/15-696x487-1-600x420.jpg 600w\" sizes=\"auto, (max-width: 742px) 100vw, 742px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-86425\" class=\"wp-caption-text\">Mario Sironi &#8211; Paesaggio urbano con camion &#8211; 1920-23<\/figcaption><\/figure>\n<p>Degno rappresentante di questa vulgata \u00e8 il noto filosofo Byung-Chul Han (2016: 14), secondo il quale: \u201cil neoliberismo elimina la classe operaia che \u00e8 sfruttata da altri. Oggi, ciascuno \u00e8 un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa\u201d. Salvo poi, come ha sottolineato la politologa socialdemocratica Nadia Urbinati (2019), far tornare la classe operaia alla ribalta quando il voto di questa deve spiegare fenomeni come la vittoria di Donald Trump o la Brexit. In un articolo sul Corriere della Sera, per esempio, commentando un recente sondaggio, l\u2019analista Dario Di Vico ha evidenziato come \u201cper trovare la constituency leghista pi\u00f9 consistente bisogna isolare gli elettori operai\u201d (Corriere della Sera, 7 novembre 2021). Ma com\u2019\u00e8 possibile che nei discorsi mainstream la classe operaia si sia volatilizzata e allo stesso tempo sia chiamata in causa per spiegare fenomeni fra i pi\u00f9 disparati? Molta di questa confusione deriva da considerazioni superficiali sullo stato dell\u2019arte dell\u2019industria italiana.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che in molti hanno liquidato come la scomparsa della classe operaia era in realt\u00e0 un processo di riconfigurazione della struttura di classe: il consolidamento cio\u00e8 di nuove relazioni tra le classi e all\u2019interno della classe lavoratrice. Nonostante la portata storica di queste trasformazioni, il modo peculiare con il quale si sono sviluppate nel contesto italiano resta ancora oggi in gran parte inesplorato. Questo articolo risponde quindi all\u2019esigenza di comprendere alcune caratteristiche della ri-organizzazione di classe nel contesto italiano a partire dal periodo post-fordista e cosa questo significhi per le forze rivoluzionarie.<\/p>\n<p>Nella comprensione di questa ri-organizzazione ci sar\u00e0 utile un approccio spaziale, ovvero uno sguardo sui luoghi dell\u2019industria. Da un modello di fabbrica fordista, che tendeva a concentrare al proprio interno ogni fase del processo produttivo ed era ubicata soprattutto nelle aree urbane delle pi\u00f9 grandi citt\u00e0 del nord-ovest come Torino e Milano, siamo progressivamente passati a un modello basato su aziende di medio-grandi dimensioni che curano spesso una singola fase della produzione e si concentrano prevalentemente nelle aree semi-urbane delle citt\u00e0 di provincia del nord-est e di alcune zone del centro.<\/p>\n<p>Come causa e conseguenza di questi sviluppi, le citt\u00e0 hanno smesso, da un lato, di essere il luogo privilegiato del dispiegamento del processo capitalista nella sua completezza e, dall\u2019altro, la principale dimensione di incontro e aggregazione della forza lavoro. I contesti urbani sono cos\u00ec diventati hub dei servizi, dove si muove una classe lavoratrice particolarmente eterogenea e frammentata, che fatica a riconoscersi come tale e a organizzarsi lungo linee di classe. Tutti questi mutamenti pongono sfide e opportunit\u00e0 ancora troppo poco dibattute tra le forze rivoluzionarie.<\/p>\n<p><strong>Scomparsa o trasformazione dell\u2019Italia industriale?<\/strong><br \/>\nIn Italia, nel corso degli ultimi decenni, il numero di lavoratori impiegati nel settore industriale \u00e8 diminuito, dando vita ad un trend opposto rispetto a quanto visto nel secondo dopoguerra. Al termine del conflitto, il paese aveva infatti conosciuto uno sviluppo economico particolarmente rilevante. Tra il 1951 e il 1957, ad esempio, il PIL era salito ad una media del 5,3% all\u2019anno, giungendo poi ad una media annuale del 6,6% tra il 1958 e il 1963. Centrale in questo processo \u00e8 stato il settore industriale, con percentuali di crescita spesso a doppia cifra. L\u2019effetto diretto di ci\u00f2 \u00e8 stata una profonda trasformazione della struttura di classe in Italia. Nel 1951, il 44,6% della forza lavoro era ancora impiegata in agricoltura, mentre il settore industriale occupava il 22,6% della manodopera. A distanza di appena 20 anni, i rapporti si erano ribaltati: nel settore agricolo lavorava meno del 20% della forza lavoro, mentre l\u2019industria occupava 6 milioni di lavoratori, raggiungendo il 31% del totale (King 1985).<\/p>\n<p>La situazione \u00e8 certamente diversa oggi. Il contributo al PIL di quanto l\u2019Istat (2020) configura come industria in senso stretto \u00e8 calato dal 20% del 1990 a meno del 16% del 2007. Di riflesso, anche la percentuale di popolazione impiegata nel settore \u00e8 scesa dall\u201911,2% del totale del 1971 al 9,2% del 2001 (Daniele, Malanima e Ostuni 2018). La crisi economica del 2008 ha accelerato ulteriormente questi processi. Nel solo 2009, la produzione industriale \u00e8 crollata del 16%, mentre il successivo recupero \u00e8 stato lento e debole. Nel 2015, l\u2019indice industriale in Italia rimaneva infatti inferiore al livello raggiunto nel 1986. Il decennio che ha preceduto l\u2019esplosione della pandemia si \u00e8 inoltre caratterizzato per una forte contrazione del numero di lavoratori industriali, scesi di oltre mezzo milione di unit\u00e0 dopo il 2008 e attestatisi sui 3,7 milioni nel 2019 (Istat 2020). Questo \u00e8 circa il 40% in meno rispetto al 1971. Tutto sembrerebbe quindi accreditare la tesi di chi, sulle orme del sociologo socialdemocratico Luciano Gallino (2003), parla della scomparsa dell\u2019Italia industriale.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2, tuttavia, giungere a questa conclusione prima di aver considerato quattro importanti fattori. In primo luogo, la contrazione della manifattura e del numero di lavoratori industriali devono essere viste in termini relativi e non assoluti. L\u2019industria rimane un settore determinante per la struttura economica italiana e quello pi\u00f9 \u201cpesante\u201d per quanto riguarda il numero di lavoratori dipendenti impiegati \u2013 come appena ricordato, 3,7 milioni. L\u2019Italia rimane inoltre al secondo posto in Europa, dopo la Germania, per valore della produzione industriale. Questa si colloca al centro degli scambi intersettoriali e rappresenta un soggetto fondamentale di domanda per tutti i servizi. In maniera ancor pi\u00f9 importante, infine, l\u2019industria rappresenta la singola voce pi\u00f9 rilevante per l\u2019export italiano. Nel 2019, ad esempio, le categorie elettrodomestici e macchinari elettrici pesavano da sole per oltre il 25% dell\u2019export totale (Oec World 2022). In secondo luogo, come effetto dell\u2019esternalizzazione di alcune funzioni che nel periodo fordista erano gestite internamente \u2013 si pensi al servizio mensa, alle pulizie dei locali e a numerose operazioni connesse con la commercializzazione dei prodotti \u2013 un certo numero di lavoratori prima conteggiati nell\u2019industria vengono oggi accorpati al settore dei servizi, alterando parzialmente il confronto (Clash City Workers 2014). Un terzo fattore da annotare riguarda invece il peso relativo dei lavoratori industriali in rapporto alla ricchezza prodotta. Alla gi\u00e0 citata diminuzione delle tute blu nell\u2019ultimo decennio ha fatto da contrappeso la graduale risalita del contributo dell\u2019industria al PIL. Questo valore era sceso sotto il 14% nel 2009, tornando poi attorno al 15% circa tra il 2018 e il 2020, quando per\u00f2 i lavoratori industriali erano oltre mezzo milione in meno. Questo significa che, almeno in termini teorici, il singolo lavoratore industriale \u00e8 oggi pi\u00f9 importante per la valorizzazione del capitale di quanto non fosse un decennio fa, rendendolo quindi un soggetto con un forte potenziale rivendicativo. Quarto, va senz\u2019altro considerato il carattere straordinariamente diseguale della geografia industriale in Italia, sebbene i dati aggregati tendono a nasconderlo. Per quanto il divario nord-sud non sia cosa nuova, il passaggio da un modello fordista a uno post-fordista ne aggiunge altri e pi\u00f9 orizzontali, come quelli fra aree urbane e metropolitane, da un lato, e quelle rurali, dall\u2019altro. Se fino agli anni Settanta esisteva una dicotomia tra aree urbane delle principali citt\u00e0 del nord-ovest, come Torino e Milano fortemente industrializzate e aree provinciali e rurali agricole, oggi ne esiste un\u2019altra: fra centri urbani dedicati a servizi e distribuzione e aree provinciali e rurali a vocazione manifatturiera e produttiva. Questa trasformazione merita uno sguardo pi\u00f9 attento.<\/p>\n<p><strong>L\u2019industria in movimento verso est e le zone semi-urbane delle citt\u00e0 di provincia<\/strong><br \/>\nPochi decenni dopo l\u2019avvio del processo di industrializzazione vero e proprio, il divario nord-sud e la forte concentrazione delle attivit\u00e0 manifatturiere nel nord-ovest erano gi\u00e0 evidenti. Nel 1911, ad esempio, nell\u2019area del cosiddetto triangolo industriale Torino-Milano-Genova, dove viveva circa un quarto della popolazione italiana, si concentrava quasi il 40% della manodopera industriale e circa la met\u00e0 delle aziende tecnologicamente pi\u00f9 avanzate. Tale squilibrio acceler\u00f2 ancor di pi\u00f9 nel periodo fascista e nella prima fase repubblicana. Nel 1936, un operaio su due lavorava in una delle tre regioni del nord-ovest. In maniera ancora pi\u00f9 diseguale, il 45,8% della popolazione attiva in Lombardia e il 40% in Piemonte era costituita, nel 1961, da lavoratori impiegati nella manifattura o in attivit\u00e0 estrattive. Al contrario, tutte le regioni meridionali avevano una percentuale di manodopera industriale che oscillava tra il 5 e il 13%. Nel 1971, il 45% della manodopera industriale italiana lavorava tra Piemonte e Lombardia, mostrando cos\u00ec un fortissimo squilibrio con tutte le altre parti del paese (King 1985).<\/p>\n<p>Protagoniste indiscusse di questa fase sono state le due principali citt\u00e0 del nord-ovest: Torino e Milano. Il nome della prima \u00e8, come noto, strettamente legato a quello della Fiat. Su 160 mila operai nel settore automobilistico a livello nazionale, oltre 130 mila lavoravano a Torino nel 1971, mentre la Fiat e le sue controllate rappresentavano da sole l\u201989% dell\u2019occupazione industriale del capoluogo piemontese. Tra le 90 aziende con oltre 500 dipendenti presenti a Torino, ben 74 operavano nel ramo dell\u2019ingegneria meccanica, spesso come fornitori diretti della Fiat. La peculiarit\u00e0 di molte di queste industrie era per\u00f2 la loro ubicazione: all\u2019interno del comune di Torino e spesso a ridosso del centro cittadino. Mirafiori stessa, che con i suoi 60mila lavoratori era la fabbrica pi\u00f9 grande di tutta l\u2019Europa occidentale in quegli anni, era distante appena 6 km dalla parte vecchia della citt\u00e0. Torino era cos\u00ec diventata un immenso dormitorio per la Fiat e le altre aziende, con quartieri operai ben definiti e in buona parte abitati da un nuovo proletariato: giovane, meridionale e non ancora irregimentato nelle strutture sindacali e sociali. Sar\u00e0 proprio questo segmento della classe lavoratrice che giocher\u00e0 un ruolo cruciale nel decennio di centralit\u00e0 operaia a partire dal cosiddetto autunno caldo del 1969 (Balestrini e Moroni 1988). La storia industriale di Milano ha, al contrario, un carattere pi\u00f9 eterogeneo, non essendo legata in modo cos\u00ec netto ad una sola azienda. Anche la geografia urbana \u00e8 in parte dissimile: la cintura industriale correva infatti alla periferia della citt\u00e0. Nonostante queste differenze, ben 16 delle 18 aziende pi\u00f9 grandi, quelle con oltre 1.000 dipendenti, avevano sede all\u2019interno dell\u2019area comunale della citt\u00e0 nel 1971 (King 1985).<\/p>\n<p>A partire dagli anni Settanta, la centralit\u00e0 della grande fabbrica fordista ubicata nelle principali citt\u00e0 del nord-ovest \u00e8 gradualmente venuta meno. Per la prima volta, tra il 1971 e il 1981, il numero di lavoratori industriali \u00e8 diminuito del 5% nelle regioni del nord-ovest. All\u2019opposto, l\u2019occupazione nel settore industriale nelle regioni del nord-est ha fatto registrare un aumento di quasi il 20% nello stesso periodo. In maniera ancor pi\u00f9 significativa, mentre i lavoratori industriali sul totale della popolazione sono scesi dal 18,1% del 1981 al 12,9% del 2001 nel nord-ovest, la loro percentuale \u00e8 cresciuta dal 12,7% al 13,3% nel nord-est (Daniele, Malanima e Ostuni 2018). Cos\u00ec come l\u2019industrializzazione, anche il suo declino \u00e8 stato geograficamente disuguale, riguardando inizialmente il Piemonte e la Liguria. Il baricentro economico si \u00e8 progressivamente spostato ad est e, almeno in parte, a sud, creando un nuovo triangolo industriale Milano-Bologna-Venezia. Infatti, mentre tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto vive circa il 32% della popolazione totale, le tre regioni rappresentano il 55% della produzione industriale nazionale e occupano circa il 51% della manodopera industriale. Questa traiettoria emerge ancora pi\u00f9 chiaramente quando si prendono in considerazione le aziende con oltre 250 dipendenti. Delle 1305 industrie grandi che si contavano in Italia nel 2018, ben 798 si trovavano tra Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, per una percentuale superiore al 60%. Al polo opposto, la Sicilia ne contava 8, la Sardegna 4 e la Calabria appena 1 (Istat 2020).<\/p>\n<p>Insieme a queste caratteristiche verticali, ne osserviamo altre orizzontali. Gi\u00e0 nel 1981, sebbene Milano e Torino restassero fra le prime dieci citt\u00e0 con la pi\u00f9 alta percentuale di lavoratori industriali (Daniele et al. 2018), alcune delle pi\u00f9 alte concentrazioni di manodopera industriale si registravano in province che erano state prevalentemente agricole fino a pochi decenni prima, come Treviso, Vicenza, Pordenone e Modena. Nel 2018, la situazione aveva avuto una fortissima accelerata in questo senso. Se prendiamo in considerazione le industrie con oltre 250 dipendenti, la maggiore concentrazione operaia sul totale della popolazione risultava nelle province di Vicenza, Reggio-Emilia, Modena, Mantova, Biella, Parma, Belluno, Bergamo, Pordenone e Cremona (Istat 2020). Per quanto i nomi siano diversi, il dato generale \u00e8 confermato anche da quello che il Censis (2016) definisce come vocazione manifatturiera, ovvero il peso relativo di questo settore rispetto al totale delle attivit\u00e0 economiche. In questa speciale classifica, troviamo in testa citt\u00e0 di provincia come Varese, Lecco, Treviso, Vicenza, Fermo, Cuneo, Chieti e Macerata. Per incontrare la prima citt\u00e0 \u201cmaggiore\u201d, dobbiamo scorrere fino alla quarantesima posizione con Firenze. Milano \u00e8 ottantaseiesima, mentre Roma conferma la sua peculiarit\u00e0 di caso di \u2018urbanizzazione senza industrializzazione\u2019 giungendo ultima.<\/p>\n<p>Una conoscenza che rimane purtroppo pi\u00f9 aneddotica che scientifica sembra anche suggerire come la maggior parte delle fabbriche che hanno sede nelle citt\u00e0 di provincia si trovi al di fuori della cerchia comunale, in una zona semi-urbana. Proprio il dilagare iniziale della pandemia nel marzo del 2020 in Val Seriana nella provincia di Bergamo ha fornito uno spaccato molto interessante al riguardo. Nei piccoli comuni di Alzano Lombardo e Nembro, entrambi sotto i 15 mila abitanti, hanno sede infatti ben 376 aziende per un totale di circa 3700 dipendenti (L\u2019Eco di Bergamo, 6 marzo 2020). Mentre molte di queste aziende sono piccole e piccolissime, altre occupano tra i 100 e gli 800 lavoratori, mostrando anche una forte propensione all\u2019export di prodotti tecnologicamente avanzati (Corriere della Sera, 7 marzo 2020). La situazione \u00e8 simile se si prende in considerazione il settore dell\u2019automotive in Toscana. Le due principali aziende sono la Vitesco e l\u2019ormai ex Gkn. La seconda \u00e8 probabilmente la fabbrica pi\u00f9 conosciuta al momento in Italia, grazie alla lunga occupazione dello stabilimento portata avanti dai 422 lavoratori a partire dal 9 luglio. Fino a met\u00e0 degli anni Novanta, l\u2019azienda si trovava all\u2019interno del comune di Firenze, nel quadrante nord-ovest della citt\u00e0, quello destinato all\u2019espansione industriale fin dal primo Novecento e quello pi\u00f9 marcatamente operaio. Oggi ha invece sede al limite estremo del comune di Campi Bisenzio, nell\u2019hinterland fiorentino. In maniera interessante, la distanza tra l\u2019attuale ubicazione della fabbrica e il primo tessuto residenziale del comune di Campi Bisenzio \u00e8 maggiore di quella che intercorre tra la vecchia sede nel quartiere di Novoli e Piazza Duomo a Firenze. Il caso della Vitesco \u00e8 forse ancora pi\u00f9 eclatante. Il sito produttivo si trova diviso tra due stabilimenti: uno nella frazione di Torretta, dove vivono meno di 50 persone, al confine tra i comuni di Collesalvetti e Fauglia, tra la provincia di Pisa e quella di Livorno; l\u2019altro nel comune di San Piero a Grado, circa 3 mila abitanti, sempre nel pisano. In entrambi i casi, in un contesto di campagna poco urbanizzata, lavorano centinaia di operai, per un totale che sfiorava quota mille prima del recente mancato rinnovo di oltre 100 lavoratori in staff-leasing.<\/p>\n<p><strong>La crescita della logistica<\/strong><br \/>\nMentre negli ultimi decenni il settore industriale si frammentava e in parte si contraeva, quello della logistica viveva una crescita importante. Principalmente per tre fattori. In prima istanza, per il progressivo allontanamento del luogo della produzione dallo spazio urbano che abbiamo descritto nei paragrafi precedenti. Se nel modello fordista entrambe le fasi del processo di messa a valore delle merci si espletavano in citt\u00e0, nella fase post-fordista tendono invece ad essere spazialmente distinte. Un secondo, e ancor pi\u00f9 decisivo, elemento \u00e8 stato l\u2019affermarsi delle cosiddette catene del valore globale con l\u2019imperativo del Just In Time e delle \u201cscorte zero\u201d sulla scia del modello Toyota (vedi Pirazzoli in questo numero). Queste catene globali hanno frammentato il ciclo produttivo tra imprese localizzate in paesi o continenti diversi, determinando la crescita esponenziale del traffico di materie prime, semilavorati e prodotti finiti. Il terzo fattore riguarda la liberalizzazione dei vettori postali che ha creato un nuovo mercato organizzato in grandi oligopoli laddove c\u2019era un semplice servizio pubblico. Possiamo aggiungere anche un quarto fattore, sebbene pi\u00f9 dinamico e consequenziale: la recente impennata delle compere online. Il corollario diretto dell\u2019acquisto di ogni merce fisica sul web \u00e8 infatti la consegna effettuata presso le nostre abitazioni da un corriere.<\/p>\n<p>Una conseguenza della crescita della logistica \u00e8 la centralit\u00e0 del magazzino. Anche in questo caso, l\u2019ubicazione di questi \u00e8 in gran parte nelle aree semi-urbane, quando non proprio in contesti rurali. Il caso di Amazon \u00e8 paradigmatico al riguardo. La multinazionale di Jeff Bezos ha aperto un numero record di ventotto nuovi magazzini in Italia tra il 2020 e il 2021, raddoppiando gli impianti (Consolati 2022). Tra questi, 6 sono centri logistici. Con la sola esclusione di quello di Vercelli, tutti gli altri si trovano in comuni con una popolazione inferiore ai 15 mila abitanti. Un esempio interessante \u00e8 rappresentato dal magazzino di Colleferro, che impiega circa 600 persone e che insiste su un bacino ampio che si estende fra la provincia di Frosinone e quella di Roma. Quest\u2019area, un tempo a vocazione produttiva, si caratterizza oggi come una zona a trazione logistica. Nel caso dei centri di Arqu\u00e0 Polesine e Torrazza Piemonte, l\u2019intera popolazione attiva di questi comuni sotto i 3mila abitanti non sarebbe forse sufficiente per soddisfare il bisogno di manodopera di Amazon. In un contesto di atomizzazione e frammentazione anche geografica della forza lavoro, il settore della logistica rappresenta senz\u2019altro una controtendenza. Non pu\u00f2 cio\u00e8 fare a meno di riunire sotto uno stesso tetto, nello stesso luogo, decine e decine di lavoratori. Questa caratteristica strutturale rende la logistica centrale all\u2019analisi anche per motivi di agibilit\u00e0 e organizzazione collettiva.<\/p>\n<p>Se guardiamo alle mobilitazioni che negli ultimi anni hanno interessato questo settore, ci rendiamo conto di come esse siano capillari e multiformi, la maggior parte organizzate con i sindacati di base (in particolare il Si Cobas). Una delle cose pi\u00f9 interessanti \u00e8 che, nonostante la grande variet\u00e0 della logistica, le lotte si sono sviluppate in quasi tutte le branche: dal food-delivery, ai lavoratori portuali fino ai magazzini delle multinazionali come Amazon e FedEx. Assumere una prospettiva unificante \u00e8 senz\u2019altro difficile, dato che le rivendicazioni sono state diverse, dalla sicurezza sul lavoro all\u2019applicazione del contratto collettivo nazionale fino al rispetto dell\u2019orario di lavoro. Data la posizione geografica di molti magazzini, le lotte che hanno avuto come protagonisti i lavoratori della logistica hanno animato zone periferiche, distanti dal centro. A titolo di esempio, nello sciopero degli interinali di Amazon nella sede di Colleferro si \u00e8 assistito a un processo molto esplicativo: i sit-in pensati per la protesta perdevano di intensit\u00e0 e partecipazione man mano che ci si spostava verso il centro (dal magazzino alla sede di Adecco, fino al comune nel centro di Colleferro) in un processo speculare e opposto a quello con cui siamo soliti pensare le intensit\u00e0 delle mobilitazioni sul lavoro.<\/p>\n<p>Nel giugno 2020 vicino Milano, a Peschiera Borromeo, la multinazionale FedEx ha licenziato pi\u00f9 di 70 lavoratori sindacalizzati che stavano scioperando da mesi e ispirando mobilitazioni in altri magazzini. All\u2019inizio del 2021 in provincia di Piacenza, gli stessi lavoratori di FedEx subiscono pesanti atti di repressione da parte della polizia, fino all\u2019arresto di due sindacalisti Si Cobas e all\u2019annuncio dell\u2019azienda della chiusura dello stabilimento. A gennaio dell\u2019anno dopo la vertenza ha condotto a una vittoria parziale, riuscendo nella reintegrazione di parte dei licenziati. Alla fine di luglio anche i lavoratori portuali hanno indetto scioperi bloccando merci pesanti per pi\u00f9 di 24 ore. Al porto di Genova, per esempio, navi contenenti armi per l\u2019Arabia Saudita sono restate ferme per pi\u00f9 di un giorno. Se guardiamo alla logistica \u201cleggera\u201d, ovvero a quella della consegna a domicilio, non troviamo mobilitazioni meno importanti. A partire dal 2016 i riders del food delivery hanno dato vita a proteste e scioperi in tutta Europa. In Italia, a Torino, Milano, Bologna, Firenze e in altre citt\u00e0 i fattorini di diverse piattaforme, come Just Eat, Deliveroo e Glovo, hanno dato vita a forme nuove di sindacato-movimento, organizzandosi in modo pi\u00f9 o meno autonomo. Le principali rivendicazioni, in origine, riguardavano la tipologia di contratto, poi si sono estese alla sicurezza e al controllo. L\u2019attenzione mediatica che i riders sono stati in grado di richiamare ha portato la piattaforma Just Eat ad annunciare nel 2019 un cospicuo piano di assunzioni dei lavoratori contrattualizzati come free lance.<\/p>\n<p>Da questa grande variet\u00e0 emerge un tratto trasversale a molte delle lotte nella logistica: una relazione peculiare con lo spazio e la geografia circostante. Come abbiamo detto sopra, il modello fordista si \u00e8 modificato nel tempo, determinando una nuova distribuzione della forza lavoro fra aree urbane e rurali. Da un lato la citt\u00e0 \u00e8 progressivamente diventata improduttiva, almeno nella concezione tradizionale del termine. Si \u00e8 riempita di impiegati nei servizi, di artigiani digitali, piccole produzioni poco visibili, situate in spazi polifunzionali come i FabLab, animati appunto da artigiani e lavoratori specializzati difficilmente inquadrabili come operai. Dall\u2019altro la provincia e la campagna, sempre pi\u00f9 a vocazione produttiva, si sono progressivamente riempite della forza lavoro operaia che al tempo della citt\u00e0 fabbrica sarebbe stata inserita nel contesto metropolitano. Se guardiamo per\u00f2 con attenzione al settore della logistica, questa polarizzazione netta pu\u00f2 essere messa in discussione e un filo rosso tra geografie diverse pu\u00f2 emergere, proprio seguendo la connaturata esigenza delle merci di circolare.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero che una parte dei lavoratori della logistica \u00e8 posta ai margini della citt\u00e0, nei magazzini e nei porti, un\u2019altra parte circola nelle strade e nelle piazze della citt\u00e0, consegnando cibi e pacchi in bicicletta o sui camion. Concentrati e decentrati da un lato, frammentati e centrali dall\u2019altro: peculiarit\u00e0 del modello fordista e post-fordista rimescolate. La logistica, dunque, \u00e8 centrale al tardo capitalismo ma al tempo stesso non \u00e8 espressione della sua piena riuscita: \u00e8 semmai espressione di come nessun modello possa mai essere superato del tutto. Di come, cio\u00e8, mentre si prova ad annientare \u2013 nell\u2019immaginario e nei luoghi \u2013 la classe operaia, questa si confermi centrale sebbene attraverso altre strade.<\/p>\n<p><strong>Le nuove relazioni fra classi all\u2019interno delle citt\u00e0<\/strong><br \/>\nSe assumiamo quest\u2019ottica, dunque, e andiamo a spacchettare le geografie della struttura di classe, ci rendiamo conto di come sia irrealistico affermare tout court che la classe operaia non esista pi\u00f9. Nel dibattito pubblico chi sostiene questo assunto spesso d\u00e0 corpo e gambe anche ad un altro corollario: al posto della classe operaia c\u2019\u00e8 oggi la classe dei lavoratori precari. Una classe composita, fatta da operatori dei servizi e della cura da un lato e da impiegati nell\u2019industria culturale e turistica dall\u2019altro. Questa convinzione merita un approfondimento.<\/p>\n<p>A partire dalla fine degli anni ottanta l\u2019industria culturale e quella turistica sono cresciute in modo esponenziale, andando a riempire nelle citt\u00e0 i vuoti sociali e spaziali lasciati dalla delocalizzazione della produzione. Nel 2019, la voce viaggi, turismo e ospitalit\u00e0 ammontava a circa il 13% del PIL italiano, prima di contrarsi sensibilmente l\u2019anno seguente, quando per le restrizioni legate allo scoppio della pandemia \u00e8 sceso al 7%. Si tratta quindi di una voce importante e, a discapito della narrativa che lo circonda, per niente green, visto che quella del turismo \u00e8 stata giudicata l\u2019industria pi\u00f9 inquinante del nostro tempo (Agostini et al. 2020). Si \u00e8 cos\u00ec andata consolidando la cosiddetta \u201ccitt\u00e0 duale\u201d (Lever 2001), ovvero una citt\u00e0 fatta sia da grandi hub finanziarie e centri direzionali sia da lavoratori con caratteristiche e qualifiche diverse. Abbondano in citt\u00e0 i lavoratori qualificati ma poco pagati e male contrattualizzati, come per esempio i lavoratori del cosiddetto precariato intellettuale. A questi si aggiungono altri lavoratori meno qualificati, impiegati stagionalmente o in nero, oppure \u201con demand\u201d, facilmente sostituibili. Basta pensare a tutto l\u2019indotto della ristorazione, vendita al dettaglio e servizi turistici che la citt\u00e0 porta con s\u00e9.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 mai la crescita di questo settore di lavoratori dovrebbe portarci a credere che la classe operaia tradizionalmente intesa non esista pi\u00f9? Per quanto astratto e intellettuale, anche il lavoro creativo urbano \u2013 quello che Guglielmo Carchedi (2017) definisce lavoro mentale \u2013 ha bisogno di strumenti di lavoro che restano fisici, da costruire e manutenere. \u00c8 posto, dunque, in diretta relazione al processo materiale di lavoro e di trasformazione che non costituisce un salto \u201contologico\u201d rispetto al lavoro \u201cmanuale\u201d, il quale, d\u2019altro canto, molto difficilmente pu\u00f2 dirsi del tutto non-creativo, privo di elaborazione mentale-intellettuale. La tesi della scomparsa della classe operaia a favore dei nuovi lavoratori intellettuali si basa su uno sguardo parziale, che si concentra solo sugli spazi urbani consolidati e ne fotografa le relazioni senza osservarne i processi.<\/p>\n<p>Nel modello urbano di tipo fordista, insieme alla fabbrica anche la classe operaia era integrata in citt\u00e0. Nei momenti di mobilitazione collettiva le rivendicazioni dentro il luogo di lavoro andavano di pari passo con quelle fuori dall\u2019orario e dallo spazio della produzione: toccavano appunto la ri-produzione. Basti pensare alle lotte per la casa degli anni settanta nelle quali gli stessi soggetti che rivendicavano tempi e condizioni di lavoro diverse lottavano anche per condizioni abitative e di vita diverse, per l\u2019edilizia popolare, per servizi sanitari, per la scuola pubblica. Anche i modelli organizzativi all\u2019interno delle fabbriche andavano oltre queste: ci si organizzava in comitati di quartiere, si costituivano cooperative operaie per riscattare alloggi sociali, si mettevano in campo esperienze di mutuo-soccorso nei quartieri operai. Questa integrazione fra rivendicazioni produttive e ri-produttive era resa possibile dalla vicinanza fra altri tre soggetti urbani: il sottoproletariato, le organizzazioni politiche (principalmente extra-parlamentari) e i movimenti che a vario titolo si organizzavano nei confini della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Con la fuoriuscita della fabbrica dal contesto urbano durante la fase post-fordista, anche la classe operaia manifatturiera ha iniziato a situarsi altrove, perdendo la relazione di prossimit\u00e0 fisica con gli altri protagonisti dello spazio urbano. Allo stesso tempo, la citt\u00e0 ha iniziato sempre di pi\u00f9 ad essere prodotta da lavoratori \u2013 dei servizi e dell\u2019industria culturale \u2013 che sempre meno sono configurabili come abitanti urbani quanto piuttosto come city users, persone che producono o consumano in citt\u00e0 ma che non possono permettersi la vita urbana. Nonostante queste trasformazioni, molti dei soggetti collettivi e delle organizzazioni di movimento hanno continuato a restare focalizzate e localizzate nei contesti urbani, lottando per e contro quello che era visibile in citt\u00e0: gli effetti del turismo, della gentrificazione, la perdita di tessuto sociale e politico. Del processo di valorizzazione capitalista hanno iniziato a combattere solo una parte: quella legata alla fase finale di messa a rendita del consumo delle merci. Il processo produttivo \u00e8 lentamente fuoriuscito dalle rivendicazioni e dai radar delle organizzazioni urbane. Questi soggetti sono cio\u00e8 rimasti con i piedi ben piantati nei contesti spaziali che li avevano prodotti, allontanandosi per\u00f2 dalla classe che produce. In questo senso hanno rinunciato a una prospettiva di classe.<\/p>\n<p><strong>Cosa devono fare gli anticapitalisti oggi?<\/strong><br \/>\nIn questo articolo abbiamo cercato di analizzare le trasformazioni nel tessuto produttivo italiano dal modello fordista a quello post-fordista, con attenzione ai cambiamenti rispetto alla geografia e, conseguentemente, alla struttura di classe. Un\u2019analisi parziale, certo, ma che ci sembra un punto di partenza per muovere dei passi in avanti nella trasformazione dell\u2019esistente. Per prima cosa quest\u2019analisi ci sembra importante per continuare ad essere materialisti storici, ovvero partire dalla realt\u00e0 e non chiedere alla realt\u00e0 di piegarsi rispetto alla nostra identit\u00e0 militante. Siamo abituati ad organizzarci prioritariamente nelle citt\u00e0 medio-grandi, ma se queste non sono pi\u00f9 l\u2019unico o il principale luogo nel quale la nostra classe di riferimento si trova ed agisce, allora dobbiamo avere il coraggio di cambiare luogo, e non la presunzione di cambiare classe: imparare a operare nei centri minori e nelle fasce periferiche e suburbane piuttosto che tentare di adattare la propria politica ai ceti medio-alti delle ztl dei centri citt\u00e0.<\/p>\n<p>In questo senso, \u00e8 necessario uno sforzo \u201cdecolonizzante\u201d rispetto allo spazio delle contraddizioni e delle lotte. Non basta guardare fuori dalle grandi citt\u00e0, se lo facciamo applicando le categorie di interpretazione dei conflitti che abbiamo costruito su base urbana. Gli spazi semi-urbani, provinciali e periferici non sono brutte copie di quello che un tempo fu la citt\u00e0 sia in termini oggettivi che soggettivi. Se cerchiamo in geografie diverse i modi e le forme di organizzazione di epoche precedenti, non li troveremo e saremo portati \u2013 in modo del tutto arbitrario \u2013 a pensare che la classe lavoratrice non sia pi\u00f9 il soggetto rivoluzionario che andiamo cercando. Su questo versante, pensiamo che non ci sia molto da inventare: il superamento del capitalismo pu\u00f2 avvenire solamente attraverso la mobilitazione di quei soggetti che, cedendo la propria forza-lavoro per ricevere in ritorno un salario, sono cruciali per la valorizzazione del capitale.<\/p>\n<p>Dove invece \u00e8 richiesto un dibattito serrato \u00e8 su come si possano unire la classe lavoratrice industriale e quella del settore della logistica. Se tra fabbrica e magazzini, da un lato, e quartiere, dall\u2019altro, non esiste pi\u00f9 quella continuit\u00e0 spaziale del periodo fordista, allora una solida e robusta organizzazione sui luoghi di lavoro sembra ancora pi\u00f9 decisiva. Il caso della Gkn con la rottura con la burocrazia sindacale, il costituirsi di una Rsu combattiva, il formarsi di un collettivo di fabbrica e l\u2019emergere dei delegati di raccordo ci racconta proprio di come questo modello possa essere messo in pratica e possa funzionare. Come abbiamo gi\u00e0 provato ad analizzare brevemente nel primo numero di questa rivista, un tale processo pu\u00f2 per\u00f2 mettersi in moto, consolidarsi nel tempo e raggiungere salti politici \u201cinusuali\u201d solamente se vi \u00e8 stato a monte un meticoloso e spesso invisibile lavoro di politicizzazione e di conquista a s\u00e9 della componente lavorativa pi\u00f9 avanzata da parte delle forze rivoluzionarie. Non basta che, una volta scoppiata la vertenza, il variopinto circo del popolo della sinistra si palesi davanti ai cancelli della fabbrica a portare solidariet\u00e0 e sostegno ai \u201cpoveri lavoratori licenziati\u201d. Senza il tentativo decennale di un numericamente limitato, ma politicamente capace, gruppo trotskista di penetrare la fabbrica \u00e8 molto probabile che nessuna delle condizioni sopra richiamate sarebbe stata presente al momento dell\u2019annuncio dell\u2019azienda della chiusura del sito produttivo di Campi Bisenzio. In conseguenza di ci\u00f2, sembra verosimile ipotizzare che la vertenza Gkn avrebbe seguito lo stesso triste iter di casi simili nel recente passato: dai comunicati di vicinanza delle istituzioni agli infiniti incontri al Mise; dalle promesse di re-industrializzazione alla chiusura definitiva della fabbrica. Vi \u00e8 per\u00f2 un altro ed egualmente importante insegnamento che il \u2018caso\u2019 Gkn ci porta in dote. Non importa quanto piccolo possa essere un gruppo politico, quando questo mostra una chiara strategia orientata alla conquista della parte pi\u00f9 combattiva e cosciente del movimento dei lavoratori e trova un centro gravitazionale in questo, pu\u00f2 conquistare reali posizioni di forza e un ruolo rilevante nella scena politica, mostrando concretamente un corretto metodo di formazione di un\u2019avanguardia rivoluzionaria forgiata nel calore della lotta di classe, e interna ai processi di autorganizzazione della classe lavoratrice stessa.<\/p>\n<p>Questo approccio, sembra utile sottolinearlo, \u00e8 diametralmente opposto a quanto fatto negli ultimi anni in Italia dai vari gruppi di quella che i commentatori borghesi dipingono come l\u2019estrema sinistra. Per molti, l\u2019idea \u00e8 stata che una certa visibilit\u00e0 mediatica e un presunto sfondamento elettorale avrebbero attivato un effetto a cascata con la possibilit\u00e0 di avvicinare una parte della classe, vista quindi come soggetto passivo e mero bacino elettorale. La conclusione \u00e8 stata che nelle urne, per nessuno, vi sia stata la tanto attesa pesca miracolosa. Il prezzo pagato \u00e8 stato per\u00f2 alto: interclassismo strisciante, elettoralismo dominante ed evidente torsione destroide. Si pone quindi con forza l\u2019esigenza di uscire dall\u2019infinita riproposizione di cartelli elettorali per abbracciare una seria politica leninista di costruzione del partito.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019idea che non esista pi\u00f9 la classe operaia \u00e8 diventata da anni pervasiva, anche a sinistra. 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