Podemos, una nota sui risultati delle elezioni in Spagna

“No vamos a gobernar sólo para los que han apostado por el cambio. Vamos a seducir a los que no lo han hecho” (Manuela Carmena, neo-sindaca di Madrid).

“Podemos vince le elezioni spagnole”. Questo il titolo apparso in questi giorni in molti giornali italiani. Una sintesi, a ben vedere, non del tutto corretta, seppur non sbagliata nella sostanza. La realtà ci dice che i risultati delle elezioni spagnole, soprattutto agli occhi della sinistra italiana, da un anno a questa parte ben attenti ad osservare le dinamiche spagnole, cercandovi una fonte di ispirazione, è al tempo stesso qualcosa in più e qualcosa in meno del successo di Podemos.

L’antefatto: Podemos, partito-movimento nato poche settimana prima delle elezioni europee del maggio 2014, ma sostenuto dal radicamento nei movimenti antiausterity (15M, Mareas) e dalla popolarità mediatica acquistata dal suo leader, Pablo Iglesias, ottiene 1.245.000 voti, l’8% di preferenze e cinque seggi. Da subito i risultati del voto si prestano a due chiavi di lettura: la prima indica una forte affermazione della “sinistra radicale”, con l’exploit (da subito percepito come un canto del cigno) di IU (Ixquierda Plural raggiunge il 10%) che si somma a quello di Podemos e che fa da contraltare a una debacle del PSO, che si ferma al 23%. Quest’ultimo risultato, sommato al 26% ottenuto dal PP, ci dice che, per la prima volta nella storia della Spagna postfranchista, la somma dei voti ottenuti dai due partiti non supera il 50%: è l’inizio della fine del bipartitismo. Nel contesto di un clima segnato da una rapida erosione del consenso verso i partiti che hanno governato il paese dalla fine degli anni Settanta, alimentata anche da numerosi episodi di corruzione, la protesta anticasta si salda alla protesta antiausterity, che si sviluppa a seguito della rapida caduta del paese dall’illusione della crescita ai bruschi effetti dello scoppio della bolla immobiliare. Podemos, in questa fase, è il soggetto politico nuovo che riesce a dare forma alla voglia di cambiamento, che incanala il sentimento antipolitico e anticasta nel quadro di una visione della società chiaramente di sinistra. In questo senso le elezioni europee del maggio 2014 rappresentano al tempo stesso l’emersione pubblica di un forte sentimento antipartitico, la fine del bipartitismo, una buona affermazione della sinistra. Podemos, agli occhi degli italiani, sembra rappresentare una sintesi (di successo, sul piano del consenso), tra L’Altra Europa e il M5S.

I mesi successivi lasciano spazio a una serie di interrogativi, molti dei quali hanno oggi trovato risposta, in merito alla capacità di Podemos di trovare una conciliazione tra radicamento nei territori e leaderismo mediatico, alla capacità/disponibilità della neonata formazione politica di aprirsi a coalizioni, soprattutto a livello territoriale. Del resto, non sono solo le strategie adottate da Podemos a incidere sul mutamento del quadro politico, ma le risposte date dagli altri attori politici. In sintesi, succede che il PSOE, particolarmente colpito dalla crisi di consensi, compia, sin dall’estate scorsa, un’azione di rinnovamento, scegliendo come nuovo segretario il giovane Pedro Sanchez, riuscendo in questo modo ad attenuare la perdita dei consensi, che continua invece a colpire il PP. Podemos, forte della visibilità mediatica ottenuta dopo le elezioni europee, continua a crescere nei sondaggi, al punto che, durante l’inverno, fa scalpore la notizia che indica in Podemos il primo partito spagnolo, stando agli ultimi sondaggi. La notizia, insieme a quella della vittoria di Syriza alle elezioni greche del 27 gennaio, alimenta la speranza nell’apertura di una nuova stagione politica, antiausterity e antiliberista, che trova il suo motore nei paesi dell’Europa mediterranea, più duramente colpiti dai diktat della Troika.

Nei mesi seguenti lo scenario cambia ulteriormente, riflettendosi in una parabola discendente per Podemos (IU intanto è già fortemente ridimensionata). A incidere in questa vi è, in piccola parte, la strategia di rinnovamento del PSOE, in parte le prime tensioni interne al movimento, che vedono protagonista uno dei fondatori, Juan Carlos Monedero, e che si conclude con il suo allontanamento, in polemica con il leader Iglesias. Ma, soprattutto, vi è un altro fattore che spiega la retrocessione di Podemos nei sondaggi: il movimento di Iglesias ha aperto una breccia nel bipartitismo e ha dato voce alla sfiducia nei confronti di PP e PSOE, al punto di raccogliere consensi anche da cittadini non provenienti da una tradizione di sinistra, ma che vedono nel movimenti uno strumento di rinnovamento. Ma in questo modo Podemos ha aperto la strada ad altri soggetti, che condividono con Podemos la critica ai partiti tradizionali, esprimono una forte condanna nei confronti della corruzione e reclamano un cambio di passo. Il riferimento, in particolare, è a Ciudadanos, da subito definita la “Podemos di destra”, il cui leader, anch’esso giovane, è il catalano Albert Rivera.

La rapida avanzata nei sondaggi del neonato partito, non a caso, procede in parallelo alla diminuzione del consenso per Podemos, fino al punto in cui le due nuove formazioni, negli ultimi sondaggi, seguono, in maniera ravvicinata, i due partiti tradizionali tradizionali, PP e PSOE. Ciò significa che nel paese, senza contare, in questa sede, le forze nazionaliste, sono ormai presenti due sinistre e due destre, che non si differenziano tanto per il livello di moderazione/radicalismo (anche se Podemos è indubbiamente più orientata a sinistra del PSOE), quanto in relazione alla concezione della democrazia e al rapporto con lo Stato.

Ciò che è importante sottolineare, in questo contesto, è che entrambe le nuove formazioni politiche escludono la possibilità di praticare alleanze con i partiti della “casta”, alimentando, per i sostenitori delle riforme, necessarie a soddisfare le richieste degli organismi sovranazionali, lo spauracchio dell’ingovernabilità, cui unica soluzione sarebbe, in prospettiva, un governo di larghe intese tra PSOE e PP.

Ma in questo modo l’argomentazione ci spinge troppo in là, anche se le elezioni politiche sono ormai alle porte. Oggi è tempo di leggere i risultati delle elezioni autonomiche e municipali appena conclusesi, e che consentono di esprimere una serie di valutazioni, rispetto alle chiavi di lettura sopra formulate: superamento del bipartitismo, nascita di forze nuove e “anticasta” di diverso orientamento politico, da una parte, aumento del consenso a sinistra, dall’altra.

Arriviamo così a uno dei dati più rilevanti che emergono: le elezioni spagnole vedono, in primo luogo, una vittoria delle forze politiche alternative al bipartitismo. In questo contesto, vedono una significativa affermazione della sinistra, che risulta tanto più chiara quanto più ci concentriamo sulle elezioni municipali, rispetto alle autonomiche, e in particolare sulle due città più importanti, Madrid e Barcellona. Prima di soffermarsi su una lettura più approfondita dei risultati nelle due città, è opportuno distinguere i due livelli, le regionali e le municipali, poiché si caratterizzano per l’adozione di strategie elettorali differenziate da parte di Podemos: la presentazione di propri candidati e del proprio simbolo, alle autonomiche, la costruzione di ampie coalizioni sociali e la scelta di non presentare il proprio simbolo, pur essendo chiaramente presenti e attivi, alle municipali. Il movimento, come è stato evidenziato in molte sedi, e come qui anticipato, concilia due anime diverse. Quella mediatica, concentrata sul leader Iglesias, a cui si deve in maniera preponderante la capacità di intercettare il malcontento generalizzato e la voglia di cambiamento. E quella del radicamento nelle mobilitazioni e nelle pratiche territoriali. Possiamo, sinteticamente sostenere, come Loris Caruso argomenta su il Manifesto, che alle autonomiche ha prevalso il partito mediatico, che non si pone in rete con i protagonisti della mobilitazioni e delle pratiche di resilienza, ma che si propone di rappresentarle e di sintetizzarle, mantenendo al contempo la porta aperta all’intercettazione dei voti dei cittadini meno partecipi, ma rassicurati dalla presenza del leader. Alle elezioni municipali, e i casi di Barcellona e di Madrid sono esemplari in tal senso, l’individuazione del candidato si è invece posta a coronamento di un ampio processo di costruzione e consolidamento di reti, capaci di includere, oltre a partiti e movimenti politici di sinistra, tutti gli individui che si erano riconosciuti nel movimento 15M, realtà come i movimenti ambientalisti, le associazioni attive nei quartieri, le mobilitazioni dei lavoratori e degli utenti dei servizi (Le maree). Podemos, in questo caso, ha fatto prevalere il suo radicamento sociale, ha scelto di partecipare alla costruzione della coalizione, contribuendo in modo decisivo con la sua struttura e, soprattutto, con la sua visibilità e la sua popolarità, ma senza assumere un ruolo centrale, al punto di scegliere di non essere presente con il proprio simbolo.Quello che, apparentemente, poteva sembrare un limite, una rinuncia a una risorsa, si è rivelata la vera forza della strategia, al punto che i risultati ottenuti alle municipali sono di norma altamente superiori rispetto ai risultati ottenuti alle autonomiche, in cui Podemos si attesta come terzo partito, in alcuni casi quarto, superato anche da Ciudadanos.

La comparsa di nuovi soggetti, che contendono a Podemos il ruolo di movimento anticasta, ha ridimensionato la capacità di ottenere consenso da parte di Podemos, in quanto ha attenuato la sua connotazione trasversale. Ciò può, rispetto all’equilibrio iniziale, favorire una più evidente connotazione pubblica di Podemos come forza di sinistra. A livello locale, probabilmente, la perdita di consenso dovuta alla perdita del voto da parte di elettori delusi, non necessariamente di sinistra, ha inciso meno, in quanto è stata più che compensata dalla capacità di mobilitare e coinvolgere i cittadini in un progetto di alternativa reale, a partire dalla messa in rete delle esperienze di protesta e di resilienza sociale. La candidata espressa da Ada Colau a Barcellona è in tal senso emblematica. Ada Colau, sostenuta dalla coalizione Barcelona en Comú, formata da Guanyem, Iniciativa per Catalunya Verds, Esquerra Unida i Alternativa, Equo, Procés Constituent, oltre che da Podemos, vanta un solido radicamento territoriale e un forte riconoscimento, costruito con la presenza nelle mobilitazioni e nei conflitti, dal contrasto alle guerre al Social Forum, al Movimento 15M e alle Maree.

In particolare, Ada Colau ha guidato per anni la “piattaforma dei sottoposti a ipoteca”, una vasta mobilitazione dei cittadini che hanno subito il pignoramento della propria abitazione, a seguito dell’impossibilità di pagare le rate del mutuo. Ada stessa, attualmente vive con la propria famiglia in un edificio occupato. Come è stato scritto, “un’okkupa sarà sindaca di Barcellona”. In realtà, nonostante la netta affermazione, in termini di maggioranza relativa, la costruzione di una maggioranza per governare la città sarà difficile per Ada Colau, data la frammentazione che caratterizza il panorama politico barcellonese dopo le elezioni, complice anche il sistema elettorale. Ciò che è indubbio è che Barcelona en Comú è riuscita a fare diventare maggioritaria la voce dei barcellonesi che vivono sulla loro pelle il problema della casa, dell’accesso ai servizi di base, della disoccupazione, in una città che sotto alcuni aspetti è paradigmatica delle contraddizioni che caratterizzano il modello di sviluppo seguito dalla Spagna negli ultimi decenni, fondato sulla realizzazione di grandi opere e su trasformazioni urbanistiche di grandi impatto ma assai meno attento allo sviluppo dei servizi primari. I risultati di Madrid sono per alcuni aspetti ancor più sorprendenti. Madrid è da sempre una città di destra, che non ha mai pienamente rotto il legame con il franchismo, e governata in modo continuativo dal PP. Per sostituire la alcaldesa uscente, Ana Maria Botela, moglie di Aznar, era pronta Esperanza Aguirre, esponente di spicco del PP ed autrice di un celebre botta e risposta con Pablo Iglesias in merito ai rapporti di Podemos con il Venezuela e Cuba e agli affari oscuri realizzati dal PP. Mentre a livello di comunidad il PP perde voti ma mantiene il controllo sul governo, la Aguirre, seppur ottenendo la maggioranza relativa, non potrà formare una maggioranza di governo neanche con una eventuale alleanza con Ciudadanos, in quanto i seggi conquistai da Ahora Madrid, la coalizione a sostegno della candidata Manuela Carmena (20), sommati a quelli ottenuti dal PSOE (9), superano di uno la somma di PP (21) e Ciudadanos (7).

Il sostegno del PSOE a Carmena non è scontato e sicuramente non è facile, considerando che i due soggetti si sono scontrati con programmi incompatibili e il PSOE è considerato da Podemos e da altri membri della coalizione responsabile della crisi spagnola al pari del PP. Non di meno, la candidata di Ahora Madrid vanta una storia personale di grande rispettabilità: giudice in pensione, è conosciuta per la sua attività antifranchista, che costò nel 1977 un attentato allo studio da lei co-fondato in Atocha. Il suo profilo e la sua storia, d’altra parte, possono facilitare una percorso di convergenza sul suo nome da parte del PSOE, con i cui esponente Carmena vanta buoni rapporti personali.

La posta in gioco è grande, e obbliga il PSOE a fare una scelta che può avere grandi riflessi sul prosieguo delle vicende politiche spagnole. Non allearsi con la sinistra “radicale”, realizzando uno strappo definitivo, o allearsi con questa, accettando un deciso spostamento a sinistra nel programma di governo della città da sempre monarchica e derechista, e operando un possibile passo di allontanamento dalle suggestioni di una possibile larga intesa, da praticare in seguito alle prossime elezioni, nel caso, probabile, in cui nessun partito ottenga la maggioranza. Le ultime dichiarazioni provenienti dal PSOE sembrano contrarie alla strada del dialogo con il PP. Al contrario, si fa strada la tentazione di cercare il confronto con la sinistra proprio in chiave anti-PP.

Da parte sua, seppur contraria alle dichiarazioni programmatiche, la coalizione Ahora Madrid potrebbe aprire un confronto con il PSOE da una netta posizione di vantaggio, che non spingerebbe a vedere come un tradimento la “strana alleanza”. Nel percorsi di costruzione partecipata del programma Ahora Madrid ha prodotto un programma di 71 pagine. All’interno di questo, sono state individuate cinque misure urgenti: utilizzare in maniera prioritaria le risorse comunali per risolvere l’urgenza abitativa; invertire il processo di privatizzazione dei servizi municipali; garantire l’accesso alle utenze (acqua e luce) alle famiglie che non possono permettersele; garantire l’accesso universale alle prestazioni sanitarie e ai programmi di prevenzione; sviluppare un piano urgente di inserimento lavorativo dei giovani e dei disoccupati di lungo periodo: provvedimenti non esattamente in linea con gli orientamenti assunti dai partiti socialdemocratici europei. In questo senso, le dinamiche che si svilupperanno a Barcellona e a Madrid, in particolare, meritano di essere seguite con interesse, in quanto possono rappresentare un modello di costruzione di un modello alternativo di società, a partire dai territori.

Torniamo ora all’affermazione iniziale: “Podemos vince le elezioni spagnole”, e tentiamo di dare una valutazione sintetica distinguendo tra i due livelli che abbiamo in precedenza identificato. A livello di elezioni autonomiche, in cui Podemos si è presentata con la sua sigla, non c’è stata una vittoria, se compariamo i risultati (terza forza nella maggioranza delle regioni, quarta in altre) con i sondaggi di qualche mese fa, in cui Podemos sembrava destinata a diventare il primo partito. Perché è successo ciò? Perché Podemos si è consolidata ma ha perso, in maniera fisiologica, parte della sua forza propulsiva dettata dalla novità e dall’essere percepita come l’unica forza politica capace di dare voce alla protesta contro la casta. In particolare, da parte dei cittadini che non si identificano con la sinistra, e che hanno trovato altri soggetti (Ciudadanos) capaci di intercettare la voglia di cambiamento, ma da posizioni liberali.

Ciò che emerge in modo molto interessante è che l’asse casta-anticasta non si impone a scapito dell’asse destra-sinistra ma si intreccia con questo, dimostrando che destra e sinistra hanno ancora una salienza. Il risultato è che il conflitto tra partiti vecchi e soggetti politici nuovi si ripropone all’interno delle due parti politiche, a destra, dove ha come protagonisti PP e Ciudadanos, a sinistra, dove si contendono PSOE e Podemos. I due partiti tradizionali mantengono per il momento una posizione di vantaggio relativo, ma non è detto che questa durerà a lungo. D’altra parte, ciò che sarà interessante osservare è quanto la presenza dei nuovi competitors stimoli un processo di riforma interna ai due partiti mainstream, che sembra al momento lievemente più avanzata del PSOE. Ancora, sarà interessante vedere se prevarrà la spinta a costruire forme di interlocuzione interne agli schieramenti, tra “vecchio” e “nuovo” (tra PP e Ciudadanos, tra PSOE e Podemos) o se prevarrà la divisione “vecchio”-“nuovo”, al punto di stimolare forme di dialogo tra PP e PSOE e tra Podemos e Ciudadanos.

L’analisi delle dinamiche sviluppatesi a livello di municipalità introduce alcuni elementi ulteriori di riflessione. Quando la dimensione mediatica e simbolica, pur mantenendo un ruolo rilevante, interagisce con le pratiche sperimentate nel territorio, e trova quindi sostegno nelle relazioni fiduciarie e in progettualità collettive, l’accento si sposta progressivamente sul confronto tra modelli di società. E quando questa progettualità ha saputo coniugare solide radici nelle pratiche territoriali, capacità di inclusione e di comunicazione a un pubblico più ampio, trovando espressione in candidati autorevoli, riconosciuti e credibili, alla generica contrapposizione tra movimenti di rinnovamento e partiti tradizionali, che in sé rischia di nascondere una vuota retorica, si è affiancata una chiara e netta vittoria delle forze di sinistra alternativa.

Sotto questo punto di vista, è proprio a Barcellona, a Madrid e in tante altre città che Podemos ha vinto, esercitando un ruolo di collante nella costruzione di un progetto a più voci, in cui la retorica anticasta lascia posto alla costruzione di un modello di società radicalmente alternativo. Dando forma a un progetto non più di protesta, ma di proposta, che, come dichiara la neo-sindaca di Madrid, ambisce a sedurre anche chi fino ad ora non vi ha preso parte.

*Luca Raffini, sociologo