Villa di Rusciano: ecco perché non va venduta

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Nel film “Totò truffa” in cui Totò riesce a vendere la Fontana di Trevi ad un turista americano, il lato comico è che il monumento non può essere proprietà di Totò o di un altro privato. Esso è un bene pubblico e in quanto tale, è inalienabile. Soltanto l’ingenuità di un turista americano cresciuto con il culto liberista della proprietà privata e privo di cognizione storica consolidata dalla coscienza del trascorrere dei secoli, poteva essere la vittima della truffa.

Ma, forse – al di là della pessima considerazione nella quale vengono tenuti i turisti americani – il lato comico sta proprio nella capacità dell’attore di costruire elementi del linguaggio che fanno apparire plausibile qualcosa di impossibile. Perché vendere un bene pubblico e in particolare un monumento con doti artistiche come la Fontana di Trevi o la Villa di Rusciano dovrebbe essere appunto impossibile. Un limite all’onnipotenza del denaro oltre il quale è saccheggio.

Villa_Rusciano_20141109La differenza tra la Villa e la Fontana, consiste nella notorietà dei due monumenti. Compito quindi di coloro che dovrebbero esser stati chiamati ad amministrare il bene pubblico sarebbe quello di usare gli strumenti per la sua messa in valore, attraverso la divulgazione di quegli elementi che arricchiscono il suo valore storico come, ad esempio, il fatto che la Villa sia stata non soltanto ristrutturata ma anche che una sua decisiva parte sia stata costruita ex novo da Filippo Brunelleschi. Ma anche di tutte le notizie che è possibile raccogliere sulla sua costruzione e sul senso e valore artistico che questa ha comportato.

E’ quanto potete trovare in questa sintesi di una ricerca storica promossa e sviluppata da Giuseppina Carla Romby, docente di Storia dell’Architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze, nella quale è sottolineato sia il contributo fondamentale del Brunelleschi, sia il dispendio sopportato da Luca Pitti, committente dellopera, per ottenere un risultato artistico-architettonico prestigioso.

Il significato di una villa antica come quella di Rusciano non sta però solo nell’alto rango della sua architettura, di cui la ricerca racconta, con sorprendenti dettagli. Esso risiede anche nelle correlazioni che il sito, il colle sul quale poggia, ha sedimentato con l’intorno: l’arco collinare sud che da qui si diparte per concludersi a Villa Strozzi; la “cassia nova” che doveva avervi una vedetta, il piano di Ricorboli che diventerà il quartiere, già popolare, di Gavinana. In queste tracce sono racchiuse le relazioni potenziali tra storia e città da riattivare, per una nuova qualità della “periferia” cui appartiene, e che necessita di funzioni pubbliche estesamente rappresentative, che per una nemesi storica sono riconfluite nella villa di Rusciano. Quanto dovrebbe bastare per mostrare l’insensatezza della sua vendita che cancella una risorsa così rilevante.

L’Amministrazione dovrebbe farsi carico di segnalarla con appositi cartelli stradali (oggi assenti), ma anche segnalarne la semplice presenza insieme al parco che la circonda e la completa. Niente di tutto questo. Dovrebbe prendersi carico della sua conservazione e di tutte quelle azioni atte a darne una giusta visibilità che, in questo caso, coincide addirittura con un aspetto della sua fruibilità. Di nuovo niente di tutto questo.

Il risultato è che la messa in vendita della Villa invece di essere una finzione comica è una realtà tragica che copre di ridicolo il sindaco Nardella che ne è l’autore. Le opere d’arte non sono proprietà di qualcuno, ma sono patrimonio dell’umanità e della Comunità che ne ha cura, metterle in vendita dà una carica tragica al promotore, che non assume, purtroppo, quella vis comica che infine gli farebbe dire che la vendita è, sarebbe, soltanto una barzelletta.

*Gilberto Pierazzuoli e Roberto Budini Gattai Cantiere Beni Comuni Q3

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