Cos’è il carcere

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L’11 marzo siamo stati al Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio a parlare di carcere con Salvatore Ricciardi, presentando il suo libro Cos’è il carcere, pubblicato da Derive Approdi.

Perché parlare di carcere oggi? Perché il carcere è uno dei grandi temi rimossi non solo dalla politica, ma anche dalla coscienza diffusa. Perché di carcere si parla poco, e soprattutto male. L’ossessione securitaria, abilmente coltivata seminando paura e senso di insicurezza – mentre i reati sono in costante calo – per mascherare le crescenti insicurezze reali dovute alla perdita di coesione sociale, alle inesistenti prospettive di futuro per intere generazioni, alla erosione di reddito, lavoro, diritti, alla sottrazione di spazi e beni comuni, e  diventata strumento di ricerca del consenso da parte della maggior parte delle forze politiche, ha contribuito ampiamente alla creazione di un diffuso atteggiamento forcaiolo riassumibile nella frase “buttate via la chiave”, o nelle qualunquiste considerazioni sulle galere come luoghi di villeggiatura, mentre sappiamo delle condizioni insopportabili delle carceri – per cui l’Italia è stata più volte sanzionata dalla UE – e della violenza che vi si esercita sui detenuti.

E anche negli ambiti di movimento se ne parla poco, e si agisce ancora meno. Lontana ormai la stagione delle lotte dei detenuti organizzati, delle rivolte, che trovavano rispondenza anche nelle mobilitazioni “fuori”, costruendo solidarietà; nella fase della “normalizzazione” il carcere fatica a imporsi come fronte di lotta e di impegno politico.

E’ invece urgente riannodare i fili di una analisi e di una mobilitazione necessaria, a partire dalla consapevolezza di quello che il carcere rappresenta: il punto più avanzato di un complesso dispositivo repressivo tutto interno al sistema di potere della classe dominante, con la specifica funzione di mantenere quel dominio, basato sull’ineguaglianza, sulle disparità, sullo sfruttamento,  sull’esclusione.

Dispositivo repressivo che è in costante ridefinizione per adattarsi alle varie fasi di sviluppo o di crisi del sistema, fuori come dentro il carcere: fuori con un sempre maggiore controllo, contrazione degli spazi di agibilità politica e di libertà personali e sociali, una continua erosione dei diritti; dentro con il perfezionamento di meccanismi  di isolamento e frantumazione delle relazioni, per impedire ogni possibile socialità, e solidarietà, attraverso in particolare la crescente differenziazione dei regimi, dai circuiti Alta Sorveglianza fino alla tortura del 41 bis.

Occasione per affrontare questi temi è stata la presentazione del libro di Salvatore Ricciardi, e la presenza disponibile e lucida dell’autore, militante delle Brigate Rosse arrestato nel 1980, che di carcere ne sa molto, perché molto ne ha fatto. Un libro che Erri De Luca nella prefazione definisce “il più completo manuale di istruzioni per futuri carcerabili, categoria che comprende la grande maggioranza della popolazione, perciò è lettura da raccomandare”.

Lettura da raccomandare soprattutto perché riesce a tenere insieme e legare diversi piani in una analisi sempre lucida: il piano delle sensazioni personali, dall’ingresso in carcere ai diversi momenti della giornata, i pensieri nell’isolamento, i sensi che si modificano (il 60% della popolazione carcerata manifesta entro i primi mesi disturbi dell’udito per iperacutezza, mentre la vista peggiora per la mancanza di messa a fuoco da lontano), le energie necessarie per non abbandonarsi, e il tempo, tempo negato, tempo che non c’è perché non c’è nessun fatto e nessuna azione da scandire e misurare. Ma anche la consapevolezza della funzione del carcere e della sua irriformabilità: “Il problema non è giudiziario ma storico. Qual è la storia di quell’uomo che la legge e la brava gente definisce delinquente? Quello che le persone rispettose delle leggi giudicano colpevole e mostrificano indicandolo al pubblico linciaggio? Qual è la sua biografia? Abolire il carcere vuol dire fare i conti con quelle biografie, e passare oltre. Oltre la storia, oltre il presente. E’ in questo modo che si oltrepassa e si abolisce il carcere. Perché il carcere, e tutto l’apparato giudiziario-poliziesco, sono istituzioni che servono a mantenere immobili quelle biografie, a riprodurre così com’è questa società con le sue classi, i suoi ruoli. Quelle biografie vanno fermate, immobilizzate, cioè arrestate. Arrestare la storia, impedire il cambiamento, riprodurre l’esistente. E’ questo il compito e l’infamia del carcere e della repressione”.

E ancora l’importanza di riappropriarsi di una dimensione collettiva di resistenza come unica strada per non restare schiacciati: “quando il carcerato cessa di essere ripiegato su se stesso e, insieme ad altri, combatte la sofferenza che lo isola, inizia un percorso collettivo di contrasto dell’annientamento. E’ la lotta collettiva del carcerato che rompe la solitudine. (…) Qualche detenuto di lungo corso ci spiegava la teoria generale del carcere: a prova di evasione e rivolta è solo quel carcere dal quale i detenuti non pensano più di evadere e di ribellarsi. Questa teoria non vale solo per la galera. Vale ancor più per i liberi: l’esaltazione parossistica dei meccanismi di controllo statali e padronali fa parte dei tanti motivi addotti per giustificare l’intenzione di non lottare.”

Fino alla liberazione che non è solo quella del cancello che si riapre dopo anni: “Sentirsi liberi di poter odiare il carcere e la struttura sociale che lo produce e lo riproduce è parte fondamentale della lotta per la libertà. Della lotta per sottrarsi allo spirito del tempo, oggi occupato da ossessioni forcaiole, dalla sudditanza a un ordine immobile, dalla dipendenza gerarchica. Sono ossessioni utili a far dimenticare i responsabili del malessere dilagante. L’odio verso il carcere ci aiuta a individuare i veri nemici e lottarci contro. La battaglia contro il carcere va intensificata con la convinzione che stavolta non siano i detenuti a soccombere ma il carcere. Che finisca! Che venga abolito! Chi siamo noi per osare dimenticare?”

Affrontare il “grande rimosso carcerario” ci consente e ci obbliga ad  andare oltre quelle mura e quelle sbarre,  parte estrema, materiale e tangibile, di quel sistema atto a “sorvegliare e punire” che per larga parte, ma con medesimi fini, si basa su disciplina, normalizzazione, controllo. “La prigione continua, per coloro che le vengono affidati, un lavoro cominciato altrove e che tutta la società persegue su ciascuno attraverso innumerevoli meccanismi disciplinari”, sistema che,  più che destinato a “sopprimere le infrazioni (…) tende a organizzare la trasgressione delle leggi in una tattica generale di assoggettamento. E se si può parlare di una giustizia di classe, non è solo perché la legge stessa e il modo di applicarla servono gli interessi di una classe, ma perché tutta la gestione differenziale degli illegalismi, con l’intermediario della penalità, fa parte di questi meccanismi di dominio” (M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi 1976).

Parlare di carcere quindi è parlare di tutto il dispositivo repressivo, di controllo e normalizzazione, che riguarda non solo la popolazione detenuta, ma si estende su tutto il corpo sociale, ed è tanto più urgente ora che il neoliberismo pretende la ridefinizione dell’individuo secondo i canoni della concorrenza e dell’impresa attraverso la interiorizzazione dei meccanismi disciplinari: “la razionalità neoliberista produce il soggetto di cui ha bisogno servendosi dei mezzi per governarlo affinché si comporti davvero come un’entità in competizione che deve massimizzare i risultati”. Ognuno deve diventare “impresa di se stesso”, in una aberrante “razionalizzazione del desiderio”: ognuno,  “nuova soggettività neoliberista” deve intimamente desiderare di produrre sempre di più e sempre meglio “sopprimendo ogni sentimento di alienazione come ogni distanza tra l’individuo e l’impresa che lo assume”; un superamento dell’alienazione in direzione opposta di quanto ci immaginavamo (P. Dardot e C Laval, La nuova ragione del mondo, Derive Approdi 2013).

Lo stesso sistema che produce il carcere fatto di mura sbarre e serrature sta costringendo ognuno di noi in un suo intangibile ma reale carcere personale, autodeterminato secondo le esigenze del sistema stesso. “Non siamo usciti dalla “gabbia d’acciaio” dell’economia capitalista di cui parlava Weber. Per certi versi si dovrebbe dire piuttosto che a ciascuno viene imposto di costruire, per proprio conto, una piccola “gabbia d’acciaio” individuale” (P. Dardot e C Laval).

Ecco perché è importante riportare il dibattito sul carcere, sulla repressione e sul controllo disciplinare al centro dell’azione politica.

*Maurizio De Zordo attivo per Unaltracittà e nel Collettivo contro la repressione-Firenze

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Maurizio De Zordo

Maurizio De Zordo, architetto, attivo da anni nei movimenti fiorentini e nelle realtà dell'antifascismo militante partecipa anche al laboratorio politico perUnaltracittà ​dove si impegna in particolare, oltre che sulle tematiche legate alla repressione, sui temi della città, dell'urbanistica e del diritto alla casa.

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