Un condominio in pandemia

Elisa abitava al piano mezzanino, dietro a una porticina in cima a cinque scalini, che affacciava direttamente sul portone del palazzo, in una casa che sarebbe stata piccola per molti, ma era semplicemente giusta per lei. Aveva persino un terrazzino, che dava su una corte interna, dove stendere i panni nelle stagioni calde e lasciare la lettiera del gatto, anzi, della gatta: Lilli. Considerava una grande fortuna aver trovato quell’appartamento in affitto a buon prezzo non distante da dove lavorava. Era impiegata in un grande supermercato di quartiere, così, in questo anomalo periodo della vita del mondo, dove la maggior parte delle persone non si recavano più sul loro posto di lavoro e restavano la gran parte del tempo a casa aspettando che la pandemia passasse, lei continuava a svegliarsi la mattina come sempre, vestirsi, truccarsi e andare a lavoro, con l’unica differenza che doveva ricordarsi la mascherina e i guanti che suo padre le aveva faticosamente procurato, sfidando le restrizioni di movimento imposte dall’ordinanza regionale.
Elisa non era particolarmente preoccupata del virus, aveva sempre guardato pochi programmi di informazione o approfondimento, i quotidiani non le erano mai interessati. In generale, un profondo disinteresse verso le questioni sociali o politiche l’aveva sempre accompagnata e, nonostante percepisse che il contesto fosse mutato rispetto al normale teatrino, non vedeva perché in questo momento il suo atteggiamento dovesse essere diverso. Il padre, invece, che viveva fuori città, a diversi chilometri di distanza, provava quella profonda inquietudine che solo un genitore conosce e, con la sua consueta ingenuità, non riusciva a credere che nessuno sanzionasse un supermercato dove non venivano garantite sufficienti misure di protezione ai dipendenti. Tant’è, pensava Elisa, che lavorava le sue 8 ore giornaliere, cercando di rimanere quanto più indifferente possibile alle lamentele dei colleghi, alle scortesie dei clienti e, ancor di più, a quelle che riteneva essere inutili rivendicazioni sindacali. La sera, quando finalmente tornava a casa, era stanca come sempre, ma ancora più contenta del solito di ritrovare il suo rifugio, dove nessuno cercava di renderla consapevole delle cose del mondo.

Dava da mangiare a Lilli, puliva il bagno, la camera o il cucinotto, a seconda di quale giorno fosse, e si metteva comoda sul grande divano, decisamente sproporzionato rispetto all’ambiente, ma essenziale per le sue esigenze. Anche Lilli si avventurava tra i cuscini blu e bianchi, avvicinandosi con fare mellifluo alla padrona, per poi accomodarsi a volte tra i suoi piedi, altre sul suo grembo. Elisa accendeva la televisione, iniziando, così, la parte migliore della sua giornata. Programmi di gossip, di cucina, qualche serie tv, ma più di tutto, guardava (e riguardava) un programma di pasticceria presentato da un famoso pasticcere livornese che abitava a New York: bello, simpatico e di successo. Era l’uomo dei suoi sogni e, difatti, letteralmente lo sognava. Vedere e rivedere compulsivamente le sue trasmissioni e i suoi profili social aveva portato il suo subconscio su una sorta di percorso monotematico, così che ogni notte, appena si addormentava, spesso direttamente sull’immenso divano, cominciavano le sue romantiche avventure con il pasticcere della Tv, che nei suoi sogni si tramutava in un innamorato corteggiatore che la portava a passeggio per New York e le cucinava preziosi muffin e macaron. Questa era la vita evasiva e sognata di Elisa, sempre, che vi fosse o meno una pandemia.

Poche scale più su, viveva la Sig. Devoti, che, a dispetto del suo cognome, non credeva in nessun “maledettissimo dio”, come amava ribadire con insistenza. Tuttavia, era una “persona intelligente”, altra caratteristica che sottolineava spesso, e aveva capito presto che le sarebbe convenuto accettare i crocifissi, le madonne, e la statuetta di padre Pio, di cui la badante evidentemente non poteva fare a meno, pur di tenersi tale Marialucia. Una donna buona, che cucinava bene, la trattava con rispetto e la salutava tutte le mattine con un radioso sorriso grasso, come se ogni giorno si apprestasse ad essere il più bello di sempre. La Sig.ra Devoti non era mai stata una persona ottimista, idealista sì, utopista a tratti, ma ottimista mai. Eppure, l’allegria ostinata di una donna che aveva avuto poco e dato molto, che si era dovuta allontanare dalla sua terra di origine portandosi dietro il fardello di molti dolori subiti e quasi mai inflitti, aveva ammorbidito persino lei, che sul finire del suo tempo, si era aperta all’idea che un sorriso-nonostante-tutto fosse, in fin dei conti, una buona compagnia.

Per la stessa ragione si ritrovava ad ascoltare con condiscendenza gli appassionati discorsi di Marialucia sulla santità di Papa Francesco. Personaggio che la lasciava alquanto sospettosa. Di certo, si rifiutava categoricamente di vedere in lui un animo socialista, come qualche benpensante di sinistra cercava di farle credere in editoriali che si ostinava a leggere, per il solo gusto di non perdere quello spirito critico che si era faticosamente costruita, lettura dopo lettura, assemblea dopo assemblea e sciopero dopo sciopero.

Marialucia era arrivata ormai da cinque anni e aveva imparato tanto dalla Sig.ra Devoti: a fare il ragù, a fidarsi solo di fonti attendibili e a non chiedere a Dio perché c’è il male nel mondo. La sua vecchietta, ammettendo per un momento l’esistenza di questo “maledettissimo dio”, le aveva pazientemente spiegato che il suo Dio non poteva essere ovunque e sarebbe toccato agli uomini e alle donne agire insieme per rendere il mondo migliore, qualsiasi fosse il credo che li motivasse. Con il risultato che Marialucia cominciò a fare volontariato in parrocchia, mancando da casa molto più del previsto. Un simile epilogo non era stato messo in conto dalla Sig.ra Devoti. Tuttavia, neanche in punto di morte avrebbe imposto il suo volere su quello della collaboratrice domestica. Del resto, era autonoma e indipendente, usciva da sola e poteva prendersi cura di sé. Se aveva accettato di avere una badante era stato solo per fare contento il figlio, che abitava dall’altra parte del mondo e cercava, così, di fare pace con i suoi sensi di colpa. Nessuno può negare a un figlio il quieto vivere, pensava, e così aveva accettato di assumere questa persona, facendo di tutto perché quella situazione somigliasse quanto più possibile a una vita tra coinquiline, seppur bizzarra.
L’avvento del temutissimo virus aveva cambiato le abitudini delle due signore. Niente più spesa, chiesa e volontariato, per l’una, niente più passeggiatine, teatro e canasta con le amiche, per l’altra. La Sig.ra Devoti aveva abbastanza anni per aver visto la guerra, ricordava distintamente il rumore delle bombe, le lunghe code con la madre per comprare un po’ di farina, gli urli e i pianti dei vicini, il costante terrore negli occhi dei genitori al pensiero del figlio maggiore che si era fatto partigiano. In questi giorni, più di prima, ricordava tutto ciò, le immagini erano stampate in testa e i suoni strazianti riecheggiavano nella memoria. Sapeva che quella quarantena che stavano vivendo non era niente a confronto, ma, come già vi ho detto, era una donna intelligente e aveva capito cosa stava succedendo là fuori, che non era uno scherzo, che si moriva più di prima e, peggio ancora, si moriva soli. Per questo aveva obbligato anche Marialucia a restare a casa, a fatica era riuscita a spiegarle i rischi che avrebbe corso uscendo di casa, proprio lei che era diabetica e soffriva di ipertensione. Avevano, così, deciso, di comune accordo (o almeno questo voleva credere la Sig.ra Devoti), di farsi portare la spesa dai ragazzi del quartiere che avevano organizzato un servizio di solidarietà. La Signora ne era entusiasta, si divertiva a immaginare l’andatura decisa e lo sguardo vispo di quella persona gentile che una volta a settimana le lasciava la spesa al portone del palazzo, in cambio della busta che, oltre ai soldi per la spesa, conteneva sempre un piccolo di più. Finito di riordinare i viveri appena consegnati tra il frigorifero e la credenza, mentre Marialucia chiamava i suoi parenti lontani, si sedette in poltrona, chiuse gli occhi accennando un sorriso e pensò “vedi mai che c’è ancora speranza”.

Erano stati i ragazzi del piano di sopra, quelli con l’accento straniero, a riferirle della spesa solidale organizzata dal quartiere. Elodie era francese, di Nantes per la precisione, mentre Joan, alto e pallido, aveva sangue olandese e inglese nelle vene e si considerava cittadino del mondo. Avevano entrambi viaggiato molto, per ragioni di studio e non solo, per poi incrociare il loro destini, un giorno di settembre, in una prestigiosa università internazionale appena fuori città. Si incontrarono per la prima volta davanti a una bacheca di annunci di case in affitto. Tra una chiacchiera e l’altra, un annuncio aveva attirato la loro attenzione. Diceva più meno così: “Affittasi due camere singole (grandi) in bel quartiere storico. Una terza camera è già abitata dal proprietario di casa”.
La casa era un sogno, pavimento in cotto, travi a vista, un ampio soggiorno con caminetto e begli affacci sui giardini privati dei palazzi retrostanti. Andarono a vederla insieme e insieme conobbero il bizzarro padrone di casa: un ragazzo di piccola statura, di ampia corporatura e dal portamento frenetico. Aveva 35 anni e si presentò come studente di scienze politiche, al quarto anno. Scoprirono poi che aveva ereditato l’appartamento da una nonna facoltosa, morta molti anni prima. Il che era una fortuna, poiché il suo “totalizzante” impegno in un partito di maggioranza non gli consentiva di lavorare, così che senza l’affitto delle due camere non avrebbe avuto di che vivere. La stessa dedizione politica, secondo lui, giustificava pienamente il lento svolgersi della sua carriera universitaria.

La sua parlantina era veloce e i suoi discorsi vuoti, bastarono pochi mesi di sporadiche conversazioni perché Elodie e Joan decidessero di fare di tutto per evitare di affrontare qualsiasi argomento di ordine politico con il loro padrone di casa. La preziosa pace domestica non poteva essere messa in crisi per tentare di fare ragionare un uomo, che aveva fatto del qualunquismo la sua bandiera. Pertanto, quando decise di rifugiarsi nella villa di famiglia, la sera stessa in cui il Presidente del Consiglio aveva annunciato che a breve sarebbero state approvate misure restrittive per tutto il territorio nazionale, nessuno dei due si disperò. Avevano deciso di restare in Italia, sia perché credevano che in Italia la situazione fosse gestita meglio che in molti altri stati, sia perché, ormai, quella era casa loro e, in fin dei conti, non avrebbero saputo dove andare. Elodie aveva una lieve febbriciattola da giorni, ma nessun sintomo; si limitavano a sperare che la sua condizione non peggiorasse, dato che andare al pronto soccorso non pareva un’opzione percorribile in quel momento.

Lui si occupava di filosofia, mentre lei era una sociologa del lavoro. Il loro mestiere consentiva loro di lavorare da casa senza troppi inconvenienti, partecipavano a seminari o lezioni in streaming e avrebbero avuto molto tempo per dedicarsi ai loro studi, se solo non fossero stati completamente assorbiti da quello che stava accadendo. Passavano le loro giornate a leggere giornali, articoli di approfondimento e rapporti di organizzazioni internazionali, a sentire le notizie che arrivavano dalla Commissione europea, dalla BCE e dal fondo monetario internazionale, cercando di predire quando sarebbe rientrata la crisi pandemica e che faccia avrebbe avuto il mondo, dopo. Si arrabbiavano con Boris Johnson, con Trump, Bolsonaro e Confindustria; pensavano a chi doveva ancora andare a lavorare in condizioni che ieri sarebbero state accettabili, ma oggi mettevano a rischio l’incolumità di tutta la comunità; riflettevano per ore sul concetto di “bene essenziale”, spaziando dalla tesi dell’homo consumes, all’autarchia alimentare, passando per i bisogni indotti dal nuovo capitalismo.

Per stemperare il loro senso di impotenza, si dedicavano forsennatamente all’attivismo social, aderendo a campagne per la chiusura delle fabbriche e inondando le loro bacheche di post a volte critici, altre informativi. Tra una discussione geopolitica e una riflessione sul destino del mondo, accendevano la Tv per distrarsi con qualche pensiero meno catastrofico, fu così che incapparono in uno spot che li fece sorridere. Si pubblicizzava un’app per persone sposate in cerca di un amante. Si chiesero divertiti chi mai avrebbe visto l’amante in un momento del genere. Ma questa domanda, tutt’altro che retorica, avrebbero dovuto farla al signore del piano di sopra.

Riccardo e Stella erano sposati da 13 anni, si erano conosciuti quando erano giovani e indiscutibilmente belli, quando sul viso ancora non si vedevano gli effetti delle troppe sigarette, il corpo era scolpito da ore di palestra e la pelle era dorata da lunghe ore al mare o da pochi minuti di lampada; i vestiti erano sempre quelli delle vetrine e i capelli lucidi e vigorosi li facevano sembrare due divi di Hollywood, capitati per caso in periferia. Quando si conobbero, si innamorarono istintivamente, il loro incontro sembrava scritto nel firmamento. Lui era spigliato, simpatico e arrogante; lei timida, affettuosa e insicura. Il matrimonio fu una grande festa, che brillava di bianco e profumava di spumante e amici ubriachi. Il giorno dopo, mentre Stella preparava i bagagli per il loro viaggio di nozze, Riccardo salutava, fin troppo calorosamente, la barista del bar sotto casa.
Nonostante tutto, nonostante le distrazioni di lui, si erano amati davvero. Non avevano avuto figli, Stella con gli anni era ingrassata e le erano comparse sul viso le prime rughe profonde e qualche macchia solare, che combatteva ostinatamente con costosissime creme anti-età e una massiccia dose quotidiana di pillole anti-ossidanti. Mentre aveva accettato i chili di troppo, perché le era impossibile rinunciare al piacere della colazione al bar e di un bicchiere di vino in più, era determinata a non far invecchiare la pelle del suo viso. Presto sarebbe ricorsa alla chirurgia estetica: studiava con ossessione le sue amiche e le sue colleghe del Quartiere 4, dove lavorava ormai da anni, per capire chi di loro si fosse già rifatta e sapeva che non avrebbe potuto (voluto?) farne a meno neanche lei.

Da quando era stata messa in telelavoro a causa della pandemia, aveva dovuto interrompere l’attento studio delle pieghe del viso delle altre donne. In compenso, l’assillo per la cura personale era aumentato. La terrorizzava l’idea di perdere il controllo di sé e guardava tra le 3 e le 5 ore al giorno un canale di televendite tutto al femminile. Finì per acquistare 3 diversi sieri alla bava di lumaca, 2 creme per il corpo, set di trucchi e un arriccia capelli avveniristico da 700 euro. Quegli acquisti compulsivi di promesse di bellezza erano più utili di quanto si possa pensare. Anzi, svolgevano discretamente il loro compito, dato che placavano le angosce che la assillavano in quei giorni di reclusione. Stella aveva paura. Paura di ingrassare ulteriormente, paura di perdere tono muscolare, paura della morte, che era in ogni immagine e in ogni discorso, e, immancabilmente, aveva una paura quasi paralizzante di uscire di casa, tant’è che a un certo punto si trovò a dire: “Ric, senti io non mi sento tanto bene, non è che potresti portarlo fuori tu Ponghino in questi giorni?”. Quell’odioso, insopportabile cane. Il disprezzo era reciproco, Riccardo era disgustato da quel quadrupede spelacchiato che lo fissava rabbiosamente, con gli occhi fuori dalle orbite; Pongo, dal canto suo, non perdeva occasione per rimarcare, con raccapriccianti acuti, la sua presenza e il suo diritto di disporre di divani e poltrone.

Ma questa era un’occasione d’oro. L’uscita per la spesa era fin troppo controllabile, quella per correre, la mattina alle 6 per non rischiare multe, anche, ma portando fuori il cane, più tempo fosse passato, più Stella sarebbe stata felice. Pongo, dal canto suo, per quanto carogna fosse, non poteva parlare e soprattutto non poteva smentirlo. Smise di pensare a quell’americana tettona che gli aveva lasciato il numero due settimane orsono, mentre lavorava al ristorante di suo cugino, proprio il giorno prima che anche il suo capo decidesse di chiudere. Il lavoro non gli creava alcuna preoccupazione, erano stati messi in cassa integrazione e a lui andava più che bene. Stare recluso in casa, invece, con quella che un tempo era la sua bella Stella e ora era una donna nevrotica con lo sguardo triste, senza poter vedere nessun’altro (nessun’altra) era un vero inferno.

Fu un pensiero rapidissimo: Carolina vive a soli 900 metri da qui e in questi giorni dovrebbe essere sola in casa. Sorrise alla moglie simulando accondiscendenza, mise il guinzaglio al mostro, scese in strada e la chiamò. Riccardo era un bell’uomo, la stempiatura avanzava lentamente, i capelli erano ancora folti e le rughe che gli erano comparse intorno agli occhi rendevano la sua espressione più intensa, senza invecchiarlo veramente. Camminava spedito, talmente concentrato sul suo obiettivo da non accorgersi dell’innaturale silenzio che lo circondava, dei viali deserti, delle facce coperte da mascherine azzurre, bianche o gialle che si scansavano quando lo incrociavano. Carolina, eccitata tanto quanto lui, gli aprì la porta in lingerie. Non poteva desiderare di meglio. Si divertirono con incoscienza, sfidando le norme di distanziamento e qualsiasi buon senso.

Stella era troppo impegnata a disperarsi delle sue tante ossessioni di dubbia importanza, per immaginare tutto ciò. Come se non bastasse, i bambini dell’appartamento confinante con il loro stavano diventando insopportabili, ma, poi, come faceva una famiglia con tre bambini a vivere in una casa appena più grande della loro? A lei a malapena bastava per viverci in due.
I bambini, in realtà, non erano affatto insopportabili o almeno questo credevano i loro genitori. Stare tutto il giorno con tre bambini da 4 a 9 anni in un appartamento, senza una terrazza o un giardino, non era facile. Ma loro erano meravigliosi, contenti di avere la maan sempre a casa, piena di energie come non l’avevano mai vista e sempre pronta a inventarsi nuovi giochi e a cucinare quei piatti deliziosi che di solito si mangiavano solo nei giorni speciali, inondando la casa degli amati profumi di spezie.

Per come la vedevano loro, pita non era altrettanto fortunato, anche in quei giorni straordinari in cui loro quattro stavano a casa e non c’erano compiti da fare, il padre doveva uscire tutti i giorni per aprire il negozio di alimentari. Tornava a casa per l’ora di pranzo, ma nel poco tempo che trascorreva a casa riusciva solo a mangiare qualcosa e a fare la rituale telefonata ai parenti rimasti a Calcutta. Dopo ogni telefonata la sua faccia si faceva più seria e il suo sguardo più cupo. I bambini se ne accorgevano appena, ma Gitika vedeva e capiva. Erano entrambi fortemente in pensiero per quello che sarebbe successo in India se anche lì il virus si fosse altrettanto diffuso e mentre si sentivano sollevati sapendo che i loro bambini erano al sicuro, provavano un profondo senso di colpa per essere lontani dalla loro terra e dai loro cari, proprio quando ne avevano più bisogno.
Gli incassi del negozio di Prem erano quasi a zero, ma sperava che quel quasi li avrebbe salvati. Mentre sedeva alla cassa del suo minimarket leggeva ossessivamente giornali online e i nuovi decreti del Presidente del Consiglio, sperando di trovarci un aiuto economico anche per lui, un negoziante costretto a lasciare aperto, ma che non aveva più clienti.

La sera andavano a letto carichi di angoscia. Si abbracciavano con dolcezza e si addormentavano, esausti per il tanto preoccuparsi. Nel bel mezzo della notte, Gitika si svegliava per andare in bagno e guardandosi allo specchio versava in silenzio tutte le lacrime che aveva accumulato durante il giorno. I dolori, i pensieri, le paure riaffioravano con la forza di un fiume in piena e si prendeva il tempo di sfogare l’inquietudine per il negozio del marito e le apprensioni per i bambini che chiedevano dov’erano i loro amici e quando sarebbero tornati a giocare in piazza tutti insieme, ma soprattutto si concedeva il lusso di pensare a se stessa e a quello spazio fuori di casa che tanto faticosamente si era conquistata, convincendo il marito a lasciarla lavorare come donna delle pulizie in alcune case del centro. Gitika sapeva perfettamente che i soldi che avrebbe guadagnato non erano essenziali per le loro poche esigenze, che se la cavavano bene anche così, ma aveva messo in questo argomento tutta la sua forza persuasiva e alla fine il marito si era convinto che, ora che i bambini andavano a scuola, qualche soldo in più sarebbe stato utile. Questa, ora, era storia vecchia, storia di giorni in cui il negozio andava bene e i debiti si pagavano da soli. Non le importava avere o meno un regolare contratto, voleva rendersi utile fuori di casa, anche se era faticoso e, a volte, persino umiliante, desiderava avere una sua dimensione, per umile che fosse. Ma che importa ora, comunque a lei non sarebbe spettato nulla dallo Stato. Era quasi giorno: si asciugò gli occhi, si lavò il viso, e tornò a letto, con la convinzione che finita tutta questa storia, il suo modesto lavoro sarebbe stato ancora più necessario di prima.

All’ultimo piano i problemi erano ben diversi, qualcuno direbbe minori, ma nella vita si sa, è tutto relativo. Mentre Gitika si svegliava per preparare la colazione al marito, qualche metro sopra di lei un’altra mamma stendeva il tappetino e si apprestava a iniziare la sua pratica quotidiana di yoga. Erano anni che non preparava più la colazione per la famiglia, i figli erano abbastanza grandi da fare da soli, soprattutto ora che non andavano a scuola, e il marito si accontentava di un caffè in cialde e di una fetta biscottata.

Recitato l’ohm che decretava la chiusura della sessione, bussava alle camere dei ragazzi per assicurarsi che, almeno, si svegliassero. Non era tardi, ma lei doveva cominciare a lavorare entro una decina di minuti e loro non si dovevano abituare a stare troppo a letto. La reazione non era mai quella desiderata, nella migliore delle ipotesi si palesavano in cucina verso le 10.00, a volte le 8.00 se le lezioni in streaming li obbligavano, dove lei li vedeva entrare con aria spaesata, dalla sua provvisoria postazione lavorativa, ricavata alla bene e meglio, in un angolo del salotto.
Alle 17.00 in punto, mamma chiudeva il computer e con un inedito slancio culinario volava in cucina.

I figli la osservavano attoniti mentre soffriggeva, tagliava, impastava, imburrava e glassava, o, almeno, ci provava, difronte a uno scintillante I pad rosa, sempre aperto sui più svariati siti di ricette. Profumi mai sentiti invadevano la casa, ma più spesso si sentiva un intenso odore di bruciato. Lei sorrideva, elettrizzata per tutto ciò che stava imparando durante la quarantena forzata e cercava di convincerli della bellezza di essere costretti in casa, delle mille possibilità di apprendimento e di crescita che si aprivano. Per una mera questione statistica, qualche creazione riusciva bene, ma, tendenzialmente, le pietanze erano lontane da quelle che si vedevano nelle foto del fedele Google. Non aveva mai avuto una propensione per la cucina e certo il talento non le erano nato ora, troppo egoista, forse. Per cucinare bene bisogna essere generosi.

L’entusiasmo materno per la curiosa condizione in cui si trovavano era tutt’altro che contagioso. Anzi, non faceva che innervosire Luca e Domenico, che si sentivano soffocare dalle mille regole di una casa gestita da una madre germofobica, convinta di essere allergica alla polvere, che girava per casa congratulandosi con se stessa per la scorta di amuchina (in tutti le possibili varianti) che aveva prudentemente fatto già a metà febbraio: “non siete contenti ragazzi? Noi non rimarremo mai senza!”. No, la questione non li interessava proprio. Domenico, il maggiore, avrebbe tanto voluto farsi una canna e riusciva solo a pensare che l’estate della sua maturità sarebbe andata bruciata. Non era la maturità in sé il problema, la strafottenza adolescenziale gli impediva di pensare che avrebbero potuto imporgli un vero esame, confidava ciecamente nel passarla di diritto. Luca non era meno rilassato, tre anni più giovane del fratello, stando alle pagelle del primo semestre sarebbe stato probabilmente bocciato, a meno di miracoli in cui non aveva la benché minima intenzione di cimentarsi, e invece ora il mondo gli offriva un’opportunità di cavarsela, puntando tutto sugli ostacoli psicologici che questo contesto emergenziale gli creava. Infondo, anche lui avrebbe solo voluto una canna e, soprattutto, uscire da quell’inferno.

Si sfogavano guardando innumerevoli serie Tv, il più delle volte in inglese, per giustificare di fronte al loro residuo senso del dovere quello spropositato numero di ore passate davanti allo schermo con la scusa dell’apprendimento delle lingue. In compenso, un paio di volte avevano riflettuto sull’importanza della tecnologia in un momento simile, chiedendosi cosa avrebbero mai fatto se non avessero avuto internet. Che si potesse occupare il tempo leggendo libri, in tutta sincerità, non gli era neanche passato per la mente. Nel bel mezzo delle operazioni culinarie della madre, alle 17.58, il padre usciva dal suo studio con fare stralunato. Senza che questo creasse alcun senso di vuoto nella famiglia, si materializzava in sala solo per il pranzo, la cena, il Tg di Mentana, che di solito coincideva con le due occasioni precedenti, alcuni programmi di approfondimento serali e gli aggiornamenti della protezione civile delle 18.00. Professore di meccanica applicata, questo padre, tanto presente tra le mura domestiche, quanto assente nella vita dei figli, era elettrizzato per la nuova sfida che gli offriva la teledidattica e metteva tutte le sue energie nella videoregistrazione di lezioni avveniristiche e nello stabilire contatti informatici con studenti a dir poco sorpresi dell’impegno che il docente metteva nel dialogare con loro tramite i più svariati software, cosa che, dal vivo, non aveva mai fatto. Lo studio era proprio sotto la torretta, ma, fortunatamente, quel tipo esagitato del piano di sopra non gli aveva mai arrecato alcun disturbo.

Quel tipo esagitato era Mario, il nostro ultimo condomino. Avvocato penalista, 40 anni, originario della bella Puglia. In quei giorni in cui non indossava giacche, non stringeva mani, non correva in tribunale, si pentiva di non aver ascoltato i suoi genitori quando lo ammonivano, ormai quindici anni prima, di non avventurarsi in una professione così elitaria, senza agganci e senza poter contare su patrimoni familiari.

Mario passava una gran parte di quel tempo sospeso affacciato alla finestra di cucina, che dava sui tetti di Firenze e sui suoi bei giardini privati, almeno da lì, ne poteva godere un po’ anche lui. Vestito con la stessa tuta ormai da giorni, si faceva scaldare la faccia dal primo sole primaverile o assaporava il venticello fresco. Intanto, rifletteva su come rialzarsi dopo la batosta che poteva distinguere chiaramente delinearsi nel suo orizzonte professionale. Quando i suoi genitori gli facevano quei discorsi e gli presentavano liste di concorsi pubblici a cui avrebbe potuto partecipare, Mario li scherniva, non senza affetto. Si faceva una risata, magari alzava gli occhi al cielo, e dall’alto della sua istruzione e consapevolezza spiegava loro come il mondo fosse cambiato e certe categorie non esistessero più. Faceva presente che adesso per avere successo non era più necessario avere una certa estrazione sociale, bastava essere flessibili, adattabili e soprattutto avere iniziativa personale, farsi avanti con ambizione. Loro lo ascoltavano e fingevano di lasciarsi convincere, sperando che avesse ragione, ma non riuscendo mai a crederlo nel profondo.

E ora, un mercoledì mattina nel bel mezzo della pandemia, si trovava senza lavoro, senza niente da fatturare e senza la speranza che questa condizione sarebbe cambiata a breve. La rata del mutuo che aveva acceso per comprare i due locali che componevano il suo studio già lo metteva sotto pressione da tempo, ma aveva scelto di puntare tutto su quello, accontentandosi di affittare un modesto appartamento in cima a 5 piani di scale. Giusto, anche l’affitto avrebbe dovuto pagare, e chissà se il suo mutuo sarebbe rientrato tra quelli sospesi dal decreto. Poco importa, sospeso o no, un giorno glieli riavrebbero chiesti tutti e tutti con i loro sostanziosi interessi. La cassa forense forse lo avrebbe aiutato? Inutile illudersi.

Qualche flessione, un po’ di addominali e si era fatta l’ora di pranzo. Decise di cuocersi una pasta, “oggi in bianco va’, risparmierò sui pomodori”. Seduto a tavola masticava con lentezza per riempire i lunghi minuti della sua giornata, pensava a che ne sarebbe stato di lui e delle sue ambizioni. Ma più di tutto, pensava al padre, un uomo concreto e affettuoso, con le mani forti e le spalle larghe, che quando il figlio si era laureato in giurisprudenza aveva pianto per tre giorni e ora era in ospedale, con la testa dentro a un respiratore.

Dopo chiamerà la mamma, andrà a comprare una bottiglia di vino al minimarket di Prem e proverà a fare una videochiamata con i suoi vecchi amici. Oggi gli mancano, più di sempre.

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Teresa Ortis

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"Io sono quel che sono, per merito di ciò che siamo tutti"

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