Lo spazio della festa, note in margine a un testo.

 La festa non è soltanto tempo, il tempo della festa, la festa è anche spazio. Uno spazio che la festa si ritaglia, che si cuce addosso. La città, il paese, si formano attorno allo spazio festivo. Un luogo di incontro e di relazione; un luogo della reciprocità. Non si festeggia mai da soli. La festa fonda l’istituzione di uno spazio inutilitario contenuto nel tessuto urbano. Spazio rappresentativo dove la rappresentazione non ha chiusura, propone Derrida, che si riferiva all’artaudiano teatro della crudeltà, ma che è perfettamente applicabile alle rappresentazioni festive. Uno spazio che assomiglia più a un campo di forze che a una forma geometrica; uno spazio dove si concentrano le relazioni e dove le relazioni di potere si fanno mani-feste. Dove si convoca e si destituisce l’autorità e dove si incorona il re per burla. Dove lo spirito della festa trova un punto di origine e di propagazione. Si creano flussi che disegnano il tessuto urbano in un modo questa volta realmente partecipato.

Ma anche nello scorrere quotidiano del tempo, la festa, il modo di essere festivo, reclama un suo spazio. Al tempo della cura, al tempo dell’ozio, l’aggregato urbano cede loro uno spazio. Nella prefazione al testo di Gilberto Pierazzuoli, Francesco Demitry lo individua nell’osteria. Ecco un estratto della prefazione a: Gilberto Pierazzuoli, Il lavoro è una cosa “seria”. Apologia della festa, Ombre corte, Verona 2020.
(La redazione)

Gilberto Pierazzuoli comincia questo saggio scrivendo che “spesso si dà una visione della festa come sovvertimento delle regole del quotidiano, come mondo alla rovescia”. Se così fosse, non sarebbe altro che un arco di tempo in cui è lecito e consentito sfogarsi per poi tornare alla “normalità”: la festa sarebbe soltanto un “momento ricalcato sulla quotidianità”, “una dimensione pensata in negativo”. La festa così pensata non avrebbe nessun carattere “sovversivo”, “rivoluzionario”; sarebbe anzi una valvola di sfogo “utile” alla “megamacchina” del capitalismo contemporaneo. Si lavora fino a sabato, ci si sbronza il sabato sera, la domenica si riposa e il lunedì si torna a lavorare. In effetti, il tempo di chi, fortunatamente o sfortunatamente, lavora viene scandito più o meno in questo modo.
La festa però è un’altra cosa. Nel saggio viene ripresa la proposta di Giorgio Agamben, quella di una festa come “inoperosità”, “intesa non come inerzia totale, ma come sospensione dal lavoro”. Non più una dimensione negativa quindi, ma un “banchetto” senza risvolti utilitaristici.
Non si “ricava” una porzione di tempo concessa dal capitalismo, ma si “crea” una temporalità altra: il tempo di Dioniso, il dio del vino, dell’ebbrezza, della “liberazione”, dove tutto viene vissuto in modo “intensivo”. Questo non comporta necessariamente che la festa sia sempre positiva e, anzi, bisogna essere cauti.

Siamo cioè in presenza di una forza antiautoritaria e liberatoria incredibilmente vitale e potente che non conosce restrizioni dettate da considerazioni di ordine sociale, da principi etici o da ideali politici. È quindi una forza che può trasformarsi in qualsiasi cosa: in un alleato nella lotta per la libertà e la giustizia, o in un irriducibile avversario fascista.

Quel che è certo è che questa temporalità del “non-lavoro” innesca degli “effetti”, anche nel nostro viverla in modo “inoperoso”.
Uno dei luoghi in cui si innesca più facilmente questa inoperosità è sicuramente l’osteria. In osteria si produce fortissimo un “con-dividere” collettivo, molteplice. In osteria si beve assieme e il modo in cui ci si relaziona è tanto più intensivo quanto più vino viene bevuto. Nell’ebbrezza allegra si brinda, si canta assieme, si combinano sensibilità differenti, ci si “fida” e si creano “immaginari”. In osteria la sensazione è quasi sempre quella di andare avanti, senza il bisogno di tornare indietro: si è spregiudicati, non nostalgici.
Claudio Lolli, durante una “chiacchierata” sulle osterie bolognesi negli anni Settanta, fu chiarissimo in proposito:

La sinistra in Italia è stata sempre ostile a qualsiasi tipo di trasformazione, a qualsiasi tipo di cambiamento: nostalgici. No, la nostalgia non costruisce nulla politicamente. Abbiamo i nostri ricordi, e quelli non ce li toglie nessuno e sono lì. […] Non è detto che debba andare sempre avanti così. […] Nostalgia vuol dire “nostos”, il desiderio di “tornare”. Io non ho il desiderio di tornare, da nessuna parte. Tutto quello che ho fatto mi va bene. Vorrei andare avanti – anche se la mia età non me lo consente – ma non voglio ritornare da nessuna parte. Basta. Ciò che è stato è stato. Raccontiamolo, riflettiamo, “giudichiamolo”, ma non rimpiangiamolo. “Declino” mi sembra una parola inadatta. […] Perché… Perché le frequentavo così – così tanto? Perché per me l’osteria era momento di narrazione del sogno. Cioè qualcosa in cui la realtà perdeva, ma non solo per motivi alcolici (…anche!). […] Perdeva la sua connotazione impositiva, la sua connotazione coattiva. Niente. C’era qualcosa di diverso. C’era una possibilità di percezione di un’altra realtà. Vi cito – e me ne scuso veramente tanto – il titolo di un romanzo di Alain Robbe-Grillet: Lo slittamento progressivo del piacere. Era quello! Era quello! Un piacere di stare al mondo che distrugge i suoi confini, che slitta progressivamente verso il piacere possibile, per cui la mattina dopo vedrai se è veramente possibile o se era un’ubriacatura di merda. Però, attenzione, c’è un acquisto. Nell’assunzione del vino, dell’alcol, c’era questo per me, e per me queste osterie di Bologna hanno significato questo, uno sciogliersi nella città, uno sciogliersi nel futuro. Nel futuro possibile! […] Oggi ho un piacere, ma si può slittare ancora più …in avanti! Perché no?! E perché questo non si può fare? Anzi! Questo si può fare solo in un luogo di questo tipo, in cui gli altri hanno la stessa percezione, hanno la stessa sensazione, e hanno la stessa aspirazione, a – …come dire!?, …adesso non la voglio fare grossa… – al sogno.

*Francesco Demitry

 

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Francesco Demitry

Francesco Demitry

Francesco Demitry è dottorando di ricerca in filosofia presso l’Università di Pisa e l’Università di Firenze. Collabora con Effimera e fa parte del comitato di redazione di Officine Filosofiche. Ha curato con Alfonso Amendola e Viviana Vacca una raccolta di saggi dal titolo L’insorto del corpo. Il tono, l’azione, la poesia. Saggi su Antonin Artaud (Ombre Corte, 2018).
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