Territori e Recovery Plan

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Per quanto riguarda la versione del Recovery Plan italiano fin qui circolata, va rilevata la presenza di numerose criticità che vanno rimosse o mitigate. Vanno invece consolidate, oltre che liberate da elementi ostativi, procedurali, tecnici, finanziari e fiscali le positività che rischiano di essere eccessivamente penalizzate dalle difficoltà o dalla carenza di risorse, finendo per peggiorare lo status dei soggetti che hanno più bisogno di una ripresa sociale e ambientale.

Tra le categorie di operazioni che possono essere ridimensionate, se non cancellate, si riscontrano le risorse eccessive (ca 30 MLD di euro) ancora destinate a Grandi Opere e Alta Velocità. Proprio in queste ore il neoministro di Infrastrutture e trasporti, Giovannini, ricorda che nuove opere e cantieri “devono assumere i nuovi, ampliati obiettivi di sostenibilità europei, nonché risultare rigorosamente rispettosi dei dettami del Green Deal”. Ciò che per tali tipologie di opere è spesso mancato.

Ancora bisogna mettere a punto e chiarire ulteriormente l’articolazione di talune strategie: per esempio la transizione energetica non può basarsi ancora sul gas, fonte fossile. O la stessa produzione di idrogeno, segnalato come fonte ecosostenibile e rinnovabile del futuro, deve prescindere da quello dello stesso gas, o di altri fossili. Va fortemente incrementata la dotazione (fino almeno al quadruplicamento) di risorse per risanamento e riqualificazione del territorio naturale e edificato. Ancora la nuova mobilità, urbana e di lunga distanza, deve assumere le innovazioni più recenti in termini di ecosmartness e sostenibilità (es. idrogeno o elettrico a batteria per i trasporti collettivi).

Le azioni virtuose già in atto, che dalla tutela ambientale propongono ormai processi di valorizzazione auto sostenibile dei patrimoni dei diversi contesti – spesso da parte di attori che agiscono prevalentemente a livello locale, ma costituiscono nel Belpaese una realtà di decine di migliaia di soggettività attive – sono allo stato ignorate dal PNRR. Ad esse va invece destinata una quota non secondaria di risorse, che si può ricavare dalla riconversione di quei programmi regionali (es. Veneto o Calabria) che pretenderebbero di rilanciare in questa occasione progetti, obsoleti e superati, di “veterosviluppo”, basati su attività ecologicamente impattanti e nuove colate di cemento. Vanno invece sostenute e rafforzate le attività utili e necessarie, come risanamento e riqualificazione del patrimonio territoriale, naturale ed edificato, le nuove produzioni agrorurali, le azioni di blocco del consumo di suolo (obiettivo strategico nazionale), il recupero e riutilizzo delle strutture edilizie e insediative vuote o inutilizzate, la rigenerazione urbana specie se basata oltre che sul riuso sulla ricostituzione degli ecosistemi e non su generici ampliamenti di verde e copertura vegetale, la ripresa di attività ecosostenibili nelle aree interne con il lavoro dei “nuovi italiani”, le azioni delle comunità energetiche, la rivisitazione del turismo di consumo in visiting eco-socio-culturale. Nonché quei programmi di tutela e valorizzazione che integrano in progetti anche complessi i tipi di azione citati. Tutto ciò si può comporre in quella “Visione sistemica, di Scenario” di cui si lamenta da più parti la mancanza nel PNRR.

Quanto sopra non può tuttavia costituire l’esito delle intenzioni delle grandi imprese che fino a ieri hanno contribuito ad alimentare la crisi ambientale e sociale e oggi pretenderebbero di proporsi come alfieri e capofila (nonché gestori) della Green Economy e dello stesso piano nazionale. Questo è un rischio accentuato dalla composizione del nuovo esecutivo.

L’invocato scenario-guida deve invece muovere da formulazioni chiare di obiettivi ecologici e sociali e di verifica degli impatti, ma soprattutto esser determinato dalla tutela e valorizzazione di territorio e paesaggio del Belpaese, come invocano tanti studiosi ed esperti, non certo tutti ambientalisti. Il territorio-paesaggio deve essere compreso e trattato nella sua accezione storico-strutturale di “sistema di sistemi” interagenti. Bisogna pertanto comprendere i meccanismi di formazione e trasformazione, i caratteri tipo-morfologici della struttura territoriale e leggere le diverse preesistenze nel contesto di un quadro di interdipendenze morfologiche e funzionali.

In tale quadro, che può essere avviato seguendo la struttura portante dei piani territoriali paesaggistici, si può favorire la riconversione ecologica e l’innovazione tecnologica del sistema produttivo. È necessario sviluppare, in tale logica, prodotti informativi per la gestione e valorizzazione delle risorse territoriali di un ambito territoriale, urbano, elaborato attraverso l’analisi di diverse componenti territoriali con l’ausilio di sistemi di rilevazione dati aggiornati.

L’approccio integrato proposto, coerentemente con il principio della sostenibilità ambientale, ben si sposa con la realizzazione di un sistema ad architettura aperta in cui vengano realizzati dispositivi di reti di informazione orizzontale da sviluppare secondo le tecnologie disponibili dalle più recenti acquisizioni del web.

Nella stessa logica possono trovare consolidamento e utili interrelazioni le miriadi di azioni virtuose citate. Che possono costituire una “Rete di Reti” nazionale e sovranazionale, unite dal fondamentale tratto comune che correla lo sviluppo di tali attività come portato dell’assoluto rispetto delle regole ambientali, insediative, sociali, culturali, dettate dalle caratteristiche strutturali, gli stessi “statuti” dei contesti territoriali interessati. Dedicarsi a consolidare e ampliare tale Rete appare opzione politica intelligente. Una realtà di azioni che prospettano uno scenario di eco-futuro per il Belpaese dal basso, decine di migliaia di realtà sociali che, dalla tutela di territori e paesaggi, spesso sono giunte a formulare autentiche opzioni di sviluppo autosostenibile che si propongono e sono anche all’attenzione della ricerca scientifica; ma quasi sempre restano estranee e lontane dalla programmazione istituzionale.

Tali istanze sembrano aver colto l’assunzione di tanti studiosi , tra cui Salvatore Settis, che qualche tempo fa ha affermato che “Il futuro del Belpaese è… nel Belpaese”: nonostante i disastri da sviluppo insostenibile e ipercementificazione, di cui l’Italia è una sorta di capofila europeo, occidentale e mondiale, il patrimonio culturale e paesaggistico italiano è tale da potersi proporre come struttura principale di uno scenario di sostenibilità e civiltà sociale e ambientale, tale anche da favorire la riconversione ecologica dell’economia, su cui mirare le opzioni di “smartness”, oltre che la riqualificazione dei territori.

Le decine di migliaia di gruppi, comitati, associazioni, laboratori non solo locali citati prospettano, nell’insieme, un quadro che sta già operando in questo senso; ignorati quasi sempre dagli uffici ministeriali e ovviamente inesistenti nel RP governativo.

Eppure c’è un elemento della pianificazione istituzionale che coglie tali istanze innovative: si tratta dei Piani Paesaggistici Territoriali – specie i più recenti – che muovono dal patrimonio da tutelare e, proprio su di esso, fondano il consolidamento delle migliaia di azioni di auto sostenibilità socioeconomica che contrassegnano oggi il Belpaese e sono colti dalla ricerca territoriale. Si va dal riuso del patrimonio costruito e abitativo vuoto o inutilizzato – quasi un quarto del costruito nazionale (v. i rapporti dalla ricerca Riutilizziamo L’Italia, ebook della F.Angeli scaricabili open-free dal sito WWF, o i due volumi dal vasto lavoro su Riabitare L’Italia, editi nel 2019-20 da Donzelli). Ancora la ripresa socio-economica delle aree interne (v. Nuovi Montanari, edito da Angeli, rapporto da una ricerca dell’Università di Torino con l’associazione “Dislivelli” o i Rapporti PNAI). O le opzioni che integrano in progetti articolati la riqualificazione dei territori, le produzioni agrorurali materiali, lo sviluppo da beni immateriali, le comunità energetiche, il turismo ribattezzato “Visiting ecoculturale” (raccontati, oltre che nei Report Legambiente o Symbola, negli atti dei convegni nazionali della Società dei Territorialisti – Matelica 2017, Castel del Monte 2018, Camaldoli 2019; sul sito SDT – in cui i territorialisti incontrano molti di tali nuovi “abitanti-produttori”. Alberto Magnaghi, fondatore e presidente della SDT, prospetta uno scenario scientificamente strutturato di futuro Ecoterritorialista nel suo recente Il Principio Territoriale, edito da Bollati Boringhieri).

Una parte non secondaria delle risorse del PNRR dovrebbero essere mirate a rafforzare queste tipologie di operazioni e prospettare così l’intero scenario di futuro. Ma non c’è nulla di tutto ciò.

Alberto Ziparo

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