Eolico industriale in Appennino: a chi giova?

Eolico industriale in Appennino, opportunità verde o grandi affari per grandi imprese?

Questo è l’enigma che ci proponiamo di contribuire a chiarire una volta per tutte, perché già troppi sono gli impianti realizzati sui crinali delle nostre “montagne umili”, che certo non godono della fama e dello sfruttamento economico-turistico delle Alpi, ma che sono ugualmente ricche di biodiversità e di habitat preziosi lungo ben 10 regioni italiane, tante sono le regioni attraversate da questa catena montuosa, dalla Liguria alla Calabria.

Questo per chiarire che non si tratta di essere Nimby, come vengono definiti in inglese coloro che non vogliono essere “disturbati” nel loro piccolo ed esclusivo giardino, ma di ragionare guardando più in là, con una visuale ampia ed estesa nel tempo e al territorio, al futuro delle generazioni che vivono e non vogliono abbandonare questi luoghi e al futuro della Terra nel suo complesso, perché ormai dovremmo essere tutti ben consapevoli che locale e globale sono strettamente interconnessi.

Voglio partire da quanto sta succedendo sopra casa nostra: da circa un paio di anni in provincia di Firenze, in Mugello, sul crinale appenninico del Giogo di Villore-Corella pende l’ennesima spada di Damocle della realizzazione di un nuovo impianto industriale di produzione di energia dal vento.

Ennesima, perchè sull’ Appennino Tosco-Ligure e Tosco-Romagnolo sono già stati progettati una cinquantina di grandi impianti del genere, alcuni dei quali sono stati sfortunatamente già realizzati, molti sono in fase di progettazione, diversi sono stati bocciati ( https://www.google.com/maps/d/u/0/viewer?mid=18ZKaDsAr6h1bWSU6SRTvvKAqjb0&ll=44.470468062542935%2C10.395742447213303&z=8).

Quali sono le criticità ambientali dell’impianto eolico del Giogo di Villore-Corella ?

• La dimensione enorme delle otto torri reggenti e delle pale, che complessivamente raggiungono i 160 m di altezza, e che necessita ciascuna di un’ ampia superficie di istallazione (ogni piazzola sarà grande circa come un campo di calcio) e profonda fino a 15 m di escavo, tanto devono essere le fondazioni del plinto (quasi 700 mc di calcestruzzo armato, tanto per avere un’idea pensiamo al Battistero di Firenze) che andrà a sorreggere la pala; il calcestruzzo sarà prodotto in loco, pertanto si prevede di realizzare un cantiere di betonaggio in quota e di muovere il materiale con camion, uno ogni 5 minuti, che dovrà rifornire i materiali, su e giù per un pendio al 28% di pendenza. Questo significa la movimentazione di grandissime quantità di materiali lungo la pendice montuosa e le strada di accesso con un disturbo inimmaginabile per la fauna e per gli abitanti dei comuni e delle frazioni di passaggio e limitrofe.

• La rumorosità e la visibilità a detrimento di chi abita nei pressi e di chi ambisce a godere del panorama appenninico da vicino e/o da lontano. Diversi sono gli studi sulla rumorosità effettuati anche dalle agenzie ambientali regionali e dall’ISPRA, e tutti concludono ammettendo come l’impatto acustico sia elevato ed importante sia con l’impianto in funzionamento che con l’impianto fermo o addirittura spento, a causa delle diverse componenti del rumore, che non è solamente quello di origine aereodinamica, cioè che si genera dall’impatto delle pale col vento, ma anche quello cosiddetto “residuo” cioè il rumore generato dal sistema di raffreddamento del generatore elettrico, quello legato agli organi di posizionamento della navicella e delle pale, quello generato dagli apparati elettrici ed elettronici posti per il corretto funzionamento della pala; non ultimo il rumore generato dai dispositivi elettrici quali trasformatore, inverter, ecc. necessari per la corretta utilizzazione dell’energia elettrica prodotta per una efficace immissione nella rete elettrica 1.

A detta del prof. Tabarelli, di Nomisma, recatosi a Casoni di Romagna in visita all’impianto eolico dell’Agsm le pale «fanno un rumore che intimorisce». Difficile quindi sostenere che la realizzazione dell’impianto eolico possa diventare un’attrattiva turistica, come addirittura sosterrebbe la stessa AGSM nella relazione presentata in Regione Toscana e ai sindaci mugellani a promozione del progetto per l’impianto sul Giogo di Villore e Corella;

• la necessità di realizzare per 40 km, dall’uscita dell’autostrada A1 di Barberino di Mugello, passando per i territori comunali di Scarperia e S.Piero, Borgo S. Lorenzo, Vicchio, Dicomano, fino ai boschi dell’Alto Appennino sopra San Bavello, Villore e Corella un’ampia viabilità per il trasporto in loco del materiale di realizzazione dell’impianto. Per trasportare sul crinale appenninico materiali estremamente ingombranti, oseremmo definire enormi, come i pezzi unici delle pale, quelli per l’alzata delle torri e il rotore che le sostiene, si devono impiegare mezzi di straordinaria lunghezza e rigidità, bilici che arrivano a misurare dai 60 ai 70 m di lunghezza; questo vuol dire intervenire su tutta la viabilità, dalla cosibdetta Traversa del Mugello, alla Statale 65 del passo del Muraglione, alla strada comunale di Corella. 21 sono gli interventi ipotizzati nella prima parte del tracciato, 24 quelli sulla strada comunale da San Bavello alla valvola Snam; ulteriori 3 km di strada/pista per l’accesso al crinale.

Da una parte il disagio per polveri, rumore e traffico pesante e lento sulle principali direttrici viarie del Mugello e della Val di Sieve, dall’altra le modifiche ai tracciati esistenti della viabilità comunale con estesi e quantomai improbabili tagli della montagna per realizzare gli allargamenti necessari, in zone ad alto rischio idrogeologico, sensibili a frane, smottamenti, erosione, in particolare nel tratto che da Dicomano arriva ai piedi del Giogo di Villore-Corella; da lì in poi lasciando il presente tracciato per inerpicarsi sul pendio dobbiamo immaginare cosa potrà succedere a boschi, prati pascoli fino a raggiungere il crinale: la distruzione dello stato naturale incontaminato dei luoghi. Già causa l’abbandono della montagna e della collina unito ai cambiamenti climatici in atto assistiamo a rovinosi eventi, sicuramente andando a creare ulteriori disboscamenti di ampie aree forestali e opere di sbancamento di intere pareti rocciose il dissesto idrogeologico peggiorerà con conseguenze difficilmente prevedibili in un territorio estremamente fragile da questo punto di vista per il quale le amministrazioni locali e regionale dovrebbero prevedere invece utili interventi di ripristino ambientale.

• Non meno importanti le ricadute sulla biodiversità animale e vegetale. La perdita di habitat per le specie aviarie sedentarie nei pressi delle pale dovuta al disturbo dell’alimentazione e della nidificazione, la decimazione degli uccelli migranti nel passaggio sul crinale, punto in cui anche l’altezza di volo è ridotta e l’impatto contro le eliche è molto probabile, sono i principali fattori di riduzione delle popolazioni di uccelli nelle zone d’istallazione delle pale eoliche. Tra l’altro, studi stranieri (Janss et al. 2001) hanno evidenziato che a farne le spese sono proprio le specie di maggiori dimensioni, come i rapaci, che hanno maggior difficoltà nella riproduzione e le cui popolazioni necessitano di più tempo per riprendersi, come l’Aquila, il Gheppio, l’ Astore, il Biancone, il Pellegrino. Relativamente all’Italia, Magrini (2003) ha riportato come nelle aree dove sono presenti impianti eolici, è stata osservata una diminuzione di uccelli fino al 95% per un’ampiezza fino a circa 500 m dagli aerogeneratori.

• Dalle Osservazioni al progetto di eolico industriale di AGSM sul Giogo di Villore e Corella formalizzato alla Regione Toscana da Italia Nostra il 12/03/2021, leggiamo:

«nelle linee guida per la valutazione d’impatto ambientale per gl’impianti eolici la Regione Toscana scrive: “Considerato che in Toscana il paesaggio assume un valore di particolare rilievo, in alcune situazioni è opportuno considerare inclusi nell’Area d’Impatto Potenziale ‘punti di eccezionalità’, cioè di alta riconoscibilità e di elevato valore paesaggistico e culturale , sulla base di un’analisi della situazione locale da parte dei proponenti , anche se, in base al solo criterio della distanza, ne sarebbero esterni. Dai punti di eccezionalità individuati devono essere elaborati dei fotoinserimenti”. Tale analisi doveva essere richiesta ad AGSM nel rispetto del linee guida nazionali e regionali, che avrebbe dovuto individuare in modo puntuale il bacino d’influenza visiva dell’impianto e riportarlo in scala opportuna su una base cartografica». Cosa che non è stata fatta e che dovrebbe mettere in allarme non solo la Sovrintendenza, chiamata a dare il suo parere in Conferenza dei Servizi, ma anche tutti gli enti territoriali che hanno a cuore il turismo e la fruibilità pubblica del territorio mugellano e non solo.

Scrive ancora Italia Nostra:

«le linee guida nazionali prevedono una ricognizione dei centri abitati e dei beni culturali e paesaggistici […] distanti in linea d’aria non meno di 50 volte l’altezza massima del più vicino aerogeneratore, documentando fotograficamente l’interferenza con le nuove strutture. Le linee guida regionali prevedono altresì che “l’area d’impatto visuale assoluto rappresenta un’area circolare di raggio pari alla massima distanza da cui l’impianto eolico risulta teoricamente visibile nelle migliori condizioni atmosferiche possibili, secondo la visibilità dell’occhio umano e le condizioni geografiche […]. Assumendo la relazione che permette il calcolo del raggio dell’AIVAT (area d’impatto visivo assoluto teorico) r= h x 600 (r è raggio dell’AIVAT, h altezza al mozzo della pala) risulterebbe che le pale con mozzo altro 99 m sarebbero visibili a occhio nudo per un raggio di ben 59 km».

• l’apertura della strada per il crinale significa che questo impianto è solo l’apripista per una vera invasione e cementificazione di questo angolo di Appennino; per realizzare gli obiettivi europei al 2030 tanti altri impianti sono necessari e verranno incentivati anche dai fondi del PNRR del governo Draghi.

Ma perché chi dovrebbe essere il principale difensore del territorio, del paesaggio e della salute di questo ambiente permette, anzi, favorisce questo scempio?

Perché non si capisce che realizzare un mega-impianto industriale sulle cime appenniniche costituisce una ferita insanabile a questa bellissima terra, già ampiamente martoriata e per sempre segnata da quelli che sono stati gli scriteriati lavori per l’Alta Velocità ferroviaria FI-BO, dallo scarico di rifiuti tossici nelle cave di Paterno e di terreni inquinati nei terreni agricoli di Gabbiano… ecc.?

Gli interessi in ballo sono troppi e troppo forti, come si capisce bene dalla nuova normativa che regola la distribuzione degl’incentivi sulle FER. (https://www.dlapiper.com/it/italy/insights/publications/2019/09/the-new-res-decree-2019-2021-future-for-the-renewable-energy-sector/).

Il nuovo decreto 4 luglio 2019 riguardante gli incentivi alle fonti rinnovabili per il triennio 2019-2021 (il “Nuovo DM FER”) approvato dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 186 del 9 agosto 2019 è entrato in vigore il 10 agosto 2019. Le fonti cosiddette “rinnovabili” che possono godere degli incentivi contemplate dal Nuovo DM FER sono: l’eolico onshore (cioè su terra, per distinguerlo da quello off-shore con le pale istallate in mezzo al mare), l’idroelettrico, gli impianti alimentati a gas di discarica e gas residuati da processi di depurazione e il fotovoltaico. Il nuovo DM FER ricalca complessivamente quello del 2016, distinguendosi però su alcuni punti importanti: taglia l’accesso agli incentivi per gli impianti di piccole dimensioni, infatti potranno accedere soltanto le imprese che si iscrivono ai registri nazionali e partecipano alle procedure competitive d’asta cancellando l’accesso diretto, che era previsto invece nel DM 2016. Questa novità avrà sicuramente un effetto disincentivante per le piccole iniziative, gli impianti di piccola taglia e per i piccoli investitori, che fino ad ora hanno avuto in questo meccanismo una certezza importante di recupero dell’investimento.

Lo sviluppo dell’eolico e delle energie rinnovabili viene in questo modo indirizzato principalmente verso le grandi e grandissime imprese escludendo dai contributi gli impianti con valenza territoriale.

Fino ad oggi la remunerazione diretta per ogni kWh prodotto dalle rinnovabili ha permesso a queste forme di produzione energetica di recuperare il gap di competitività con le fonti fossili, spingendo privati e semplici cittadini a investire su queste tecnologie.

I pochi produttori di pannelli e componenti per l’eolico made in Italy sono stati soppiantati nel giro di pochi anni dalla concorrenza internazionale, soprattutto asiatica. secondo l’ultimo rapporto delle attività pubblicato dal GSE, ancora oggi il conto del sostegno alle incentivazioni delle fonti rinnovabili risulta estremamente elevato: la stima è che, nel 2019, il Gestore dei servizi energetici abbia dovuto sostenere un costo netto di ben di cui 11,4 miliardi di euro per l’incentivazione dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (a cui vanno aggiunti ulteriori 1,3 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 0,8 miliardi relativi ai biocarburanti e 1,3 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dal collocamento di quote di emissione all’asta nell’EUETS).

Perché, nonostante gli oltre 11 miliardi di euro spesi annualmente per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche, l’Italia ha deciso di concedere una nuova tornata di incentivi alle fonti rinnovabili? La risposta risiede negli obiettivi europei al 2030: per raggiungere il target del 30% di consumi di energia primaria coperti con le fonti pulite, solare ed eolico sono chiamati nei prossimi anni a viaggiare a un ritmo di installazione accelerato. Rendendo così indispensabile un sostegno statale per stimolare gli investitori e la realizzazione di nuovi impianti. Insomma la transizione energetica alle fonti rinnovabili in Italia non si sostiene da sola, ma vuole essere sostenuta da noi, dai cosidetti “oneri di sistema” delle nostre bollette, che invece di diminuire aumentano sempre di più, mentre noi cerchiamo di risparmiare!

A favore di chi? A questo punto a favore delle grandi imprese private che incassano fino a 12,5 miliardi d’incentivi statali l’anno, grazie ad una politica europea e nazionale che li favorisce e l’ingrassa. Per Alberto Pinori, presidente Anie Rinnovabili (associazione parte di Federazione Anie) e Davide Chiaroni, vicedirettore Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, non si può fare a meno degl’incentivi: se l’obiettivo per l’Italia è realizzare 30 GW di nuovi impianti fotovoltaici e 10 GW di nuovi impianti eolici al 2030, riducendo l’occupazione di suolo e sfruttando le coperture e i tetti, per Pinori «non si può rinunciare in questa fase a meccanismi di incentivazione diretti come il decreto ministeriale sulle Fonti di energia rinnovabile o indiretti come le detrazioni fiscali ed il super ammortamento, oltre che alla normativa sull’autoconsumo». Anche gli altri paesi europei seguono questa linea, continuando a incentivare le fonti rinnovabili ai fini della transizione energetica. (https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/11/energia-lo-studio-per-solare-ed-eolico-non-servono-piu-incentivi-gli-impianti-rendono-e-con-il-calo-dei-costi-si-ripagano-da-soli/5498866/)

A questo punto però, se vogliamo davvero un cambio di rotta, sono i cittadini, coloro che sostengono con le tasse sulla bolletta lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dovrebbero essere i primi ad avere voce in capitolo e poter decidere quali e quante debbano essere le energie rinnovabili da incentivare, come e dove posizionare gli impianti, come gestirne la produzione e come risparmiare sull’energia, per poter veramente proteggere e valorizzare il proprio ambiente. Per questo motivo si devono perseguire e incentivare le Comunità energetiche!

Marina Carli

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