Ecco il Toscanellum, legge antidemocratica e anticostituzionale

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consiglio-regionale-toscanaLe disquisizioni sulle leggi elettorali sono spesso animate da due comuni ed ugualmente sbagliati, seppur antitetici, atteggiamenti. Da un lato, troviamo quelli che ne ridicolizzano la rilevanza, immaginandone trascurabili gli effetti sul funzionamento del sistema. Tale posizione non riesce però a dare conto della solerzia con la quale politici di qualsiasi schieramento cercano costantemente di riscrivere le regole del gioco in funzione di un loro atteso vantaggio competitivo. Perché infatti, ci si domanda, soggetti spesso descritti come massimizzatori della propria utilità dovrebbero dannarsi l’anima con qualcosa che produce un effetto tutt’al più trascurabile? Al polo opposto ci sono invece coloro che assegnano capacità e forze quasi soprannaturali alla legge elettorale. A tal riguardo, come esempio illustrativo, basterà ricordare come non siano mancati nel recente passato studiosi che hanno addirittura messo in relazione diretta l’utilizzo nella repubblica di Weimar di un sistema altamente proporzionale con il vittorioso avvento del regime nazionalsocialista. La verità è che i sistemi elettorali contano. Relativamente, però. Ovvero forniscono incentivi e costrizioni ad elettori e, soprattutto, attori politici.

Questi ultimi, cogliendo le possibilità offerte, finiscono non solo per strutturare la competizione e l’offerta politica ma anche per concorrere a dare una rappresentazione, parziale ovviamente, della realtà. Soprattutto però, ed è questo l’aspetto determinante, elettori e cittadini tendono ad assumere il reale come razionale. Ovviamente, la distanza tra rappresentazione della realtà e condizioni oggettive non può mai superare una certa soglia di criticità. Proprio questo range appare ai nostri occhi come il segno di potenza, di riflesso si intende, dei sistemi elettorali. Ribadendo quanto detto quindi, i sistemi elettorali contano, ma relativamente.

I regimi democratici moderni si caratterizzano, soprattutto se messi a confronto con la democrazia degli antichi, per una maggiore rilevanza della dimensione verticale. Conseguenze e criticità di questo fenomeno sono ben oltre lo scopo di questo articolo. Al nostro fine è però sufficiente sottolineare come il concetto di rappresentanza sia divenuto centrale per il funzionamento dell’intero apparato. In particolare, attraverso i sistemi elettorali viene stabilito come i voti siano trasformati in seggi e chi riesca ad essere eletto. Rispetto al primo punto il criterio di interesse è il grado di proporzionalità presente, mentre con riferimento al secondo ciò che conta è il soggetto della selezione. Come è noto, la classica distinzione nei sistemi elettorali è tra proporzionali e maggioritari. I primi mirano ad una corrispondenza equa tra voti e seggi, riflettendo così nelle sedi istituzionali la forza dei vari gruppi sociali; i secondi puntano invece a produrre, per il tramite di confronti territorialmente circoscritti, un chiaro vincitore a livello aggregato. In estrema sintesi, rappresentatività contro governabilità. Il quadro è inoltre complicato dalla possibile presenza di meccanismi di disproporzionalità all’interno dei sistemi proporzionali (circoscrizioni con pochi seggi in palio, soglie di sbarramento, etc.) e dal crescente utilizzo di sistemi elettorali misti, miranti cioè a mettere insieme, almeno nelle intenzione dei proponenti, il meglio dei due mondi. Con riferimento alla selezione del personale politico, possiamo dire che i principali agenti della scelta possono essere i partiti, attraverso la cosiddetta scheda bloccata, oppure gli elettori, grazie al voto di preferenza. Nel collegio uninominale, invece, la possibilità di selezionare un candidato gradito può essere esercitata solo a patto di rinunciare ad esprimere un voto politico. Insomma, più costrizione che libertà.

Chiarito il quadro, è il momento di entrare nel merito della nuova legge elettorale regionale toscana. Il primo aspetto da richiamare riguarda certamente la composizione delle forze che hanno determinato la finale approvazione della riforma. L’accordo tra il Partito Democratico e Forza Italia ha fatto gridare molti allo scandalo. Francamente non ne comprendiamo le ragioni. In primo luogo perché, come abbiamo sempre sostenuto, si tratta di due forze partitiche che, a dispetto della tradizionale retorica e di qualche litigio televisivo, sono decisamente affini. Secondariamente, gli interessi dei partiti maggiori, attenti ovviamente alla protezione della propria posizione di forza, tendono a convergere quando l’argomento di discussione è la legge elettorale. Con questo non vi stiamo dicendo di abituarvi alla miseria del presente. Al contrario, riconoscerla ci sembra il primo passo per combatterla.

Entrando più nel dettaglio della riforma, si deve segnalare la riduzione del numero dei consiglieri, peraltro già decisa nel 2012, da 55 a 40. Immaginiamo, sulla scia del diffuso sconcerto per gli alti costi della politica, che molti avranno accolto con favore questo aspetto. Noi non possiamo però accodarci a questi giubili. La diminuzione dei rappresentanti infatti determina un automatico aumento della distanza tra governanti e governati. A questo proposito, non appare superfluo ricordare come la Costituzione non prevedesse, almeno fino alla riforma del 1963, un numero fisso di parlamentari. Questi infatti erano numericamente determinati da un preciso rapporto tra eletti ed elettori. La logica era chiarissima. Si pensava che vi fosse una soglia, ovviamente arbitrariamente decisa e contestabile, che permettesse alle istanze dei cittadini di trovare ascolto: un presupposto del tutto perso oggi.

Il cuore della legge elettorale ruota attorno a tre aspetti principali: la possibilità per le varie forze partitiche di creare coalizioni pre-elettorali; la diretta elezione del presidente della regione; ed un riparto proporzionale dei seggi distorto in funzione maggioritaria da un cospicuo premio alla coalizione del candidato più votato e da soglie di sbarramento insolitamente alte. Il risultato finale è un ibrido assoluto, senza alcun, almeno per la nostra conoscenza, precedente storico. Il modello al quale si ispira rimane comunque un tipo di sistema misto nel quale, qualora non scattasse il premio di maggioranza, come ad esempio successo nelle recenti elezioni per il Comune di Firenze, la logica sarebbe assolutamente proporzionale. Gli antenati, pur in un’accezione ampia, sono pochi: dalla legge Acerbo del 1923 varata dopo l’avvento al potere del partito fascista, alla cosiddetta legge truffa voluta dalla Democrazia Cristiana nel 1953, fino ad arrivare al recente Porcellum. Oltre i confini nazionali solo la Romania nel periodo compreso tra il 1926 ed il 1938 ha adottato un sistema elettorale simile. Insomma, non proprio precedenti illustri.

Gli elettori dispongono di due voti. Uno diretto al candidato presidente ed un altro per le forze partitiche. Il primo è, per così dire, di ordine superiore. Infatti, per prima cosa viene stabilito il nome del nuovo governatore. A tal riguardo, risulta eletto quel candidato che abbia ottenuto almeno il 40% dei voti validamente espressi. Qualora però, nessuno ottenga questa soglia, previsione questa presumibilmente introdotta per accogliere alcune delle obiezioni sollevate dalla Corte Costituzionale nel suo critico pronunciamento sul Porcellum, i due candidati più votati si sfiderebbero in ballottaggio a distanza di quindici giorni. Strettamente collegata all’elezione del presidente regionale è anche l’individuazione, o per meglio dire l’artificiosa costruzione qualora non fosse presente, di una solida maggioranza. Questa ammonta ad una percentuale variabile, dipendente proprio dallo score conseguito dal neo-governatore. Quando questi ha ottenuto oltre il 45% dei voti, la coalizione a suo sostegno beneficerà di almeno il 60% dei seggi, che scendono invece al 57,5% nel caso di successo meno marcato (tra il 40 ed il 45 percento) oppure conseguito solamente al ballottaggio.

Gli scopi cardine di questa legge elettorale sono quindi due: rendere certa la formazione di una solida, ancorché presumibilmente costruita, maggioranza; e scoraggiare la presenza di forze non allineate ai principali blocchi. Questo secondo aspetto viene primariamente perseguito attraverso la presenza di alte soglie di sbarramento, soprattutto per quelle formazioni partitiche che non si presenteranno in coalizione. Infatti, la precedente ed unica soglia (4%) viene sostituita da tre nuovi limiti (5% per le forze non coalizzate; 10% per la coalizione e 3% per i partiti che ne fanno parte).

L’ultimo aspetto da richiamare riguarda il soggetto selezionatore della classe politica. Qui appare evidente come due diverse logiche si siano vibratamente scontrate. Da un lato, la promessa di Enrico Rossi di reintrodurre le preferenze; dall’altro, la ferma volontà di Denis Verdini di mantenere la cosiddetta scheda bloccata. Il compromesso trovato è di italico ingegno e, soprattutto, di dubbissima costituzionalità. Nei fatti si è stabilito che qualsiasi forza partitica possa decidere, al netto della volontà degli elettori, fino ad un massimo di tre candidature regionali. In tal caso, le scelte espresse dai votanti, che dispongono di due voti di preferenza, concorrono esclusivamente a stabilire l’elezione dal quarto eletto in poi, qualora presente. Al contrario, quelle forze che non si avvarranno di questa possibilità, consegneranno tutto l’onere della scelta alle matite copiative degli elettori. Proprio partendo da questa presumibile disparità di trattamento, i giudici potrebbero nuovamente intervenire per bocciare la soluzione di compromesso trovata dal legislatore. Noi, al riguardo, non ci stupiremmo affatto.

In conclusione, noi contestiamo la bontà della nuova legge elettorale toscana. Premesso infatti come non esista, a dispetto di quanto spesso si sente dire in giro, una soluzione perfetta, pensiamo che l’azione politica debba essere sempre ispirata da alcuni principi-guida. Questi per noi sono, in campo elettorale, la presenza di norme che vincolino il meno possibile il comportamento delle forze partitiche e degli elettori, rispettivamente, nella strutturazione della competizione e nell’espressione del voto. In particolare, la equa corrispondenza tra voti e seggi dovrebbe essere la massima possibile, evitando quindi tutte quelle norme in grado di distorcere in senso maggioritario il riparto delle spoglie. Ci sembra infatti che le forze maggiori godano già di indubbi ed evidentissimi vantaggi competitivi: dai lauti finanziamenti che privati e gruppi di pressione elargiscono loro, fino alla straordinaria copertura mediatica ricevuta. In una battuta, l’intero sistema ci sembra già a sufficienza distorto senza il bisogno di norme iper-maggioritarie. Fare affidamento su queste poi, quando non si riesce a vincere neanche giocando in discesa, è il classico atteggiamento del bambino che porta via il pallone quando teme la sconfitta.

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Gianni Del Panta

Gianni Dal Panta, studioso e attivista politico, è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione. Da piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).

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