L’Europa del NAWRU, disoccupazione e precarietà di massa?

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Intervento di apertura al convegno L’Europa del NAWRU, disoccupazione e precarietà di massa? tenutosi a Firenze al “Giardino dei Ciliegi” il 9 aprile 2016. 

Per i promotori di questo incontro la disoccupazione e la precarietà di massa sono un colpo al cuore alle libertà dei popoli poiché segnano l’ingresso nel mondo della sottomissione.

Abbiamo organizzato questo incontro per discutere del Nawru, ossia di quel modello matematico che indica ai governi il tasso di disoccupazione strutturale necessario per impedire un aumento dell’inflazione. Al contempo vogliamo vedere se sia possibile riacquisire la priorità dell’occupazione e dei diritti del lavoro rispetto agli imperativi del “finanzcapitalismo”.

Quando ci si confronta col tema del lavoro (disoccupazione, precarizzazione, smantellamento programmato dei diritti sociali, bassi salari e via dicendo), incontriamo inevitabilmente l’attuale Unione Europea che nasce nel contesto della controrivoluzione sociale iniziata negli anni Ottanta. È in questo quadro che ha origine il Nawru[1] come normativa europea, con lo scopo di controllare l’inflazione: ma è vero che il tasso inflazionistico aumenta quando la disoccupazione scende? Perché l’ossessiva preoccupazione per l’inflazione? E perché ora dovrebbe arrivare al 2%?

Nawru4[6]Parto da due frasi ricorrenti: “ci portano via il lavoro” riferendosi agli immigrati e “occorre poter licenziare liberamente per creare nuova occupazione”. La prima, mentre induce a pensare che il lavoro ci sarebbe se non fosse sottratto da estranei, tende a occultare il valore programmatico della seconda, ossia abbiamo il licenziamento terapeutico perché ridurrebbe la riluttanza ad assumere e favorirebbe il contratto a tempo indeterminato.

Alcuni cenni di storia sociale, pensiamo, possano far meglio comprendere i mutamenti regressivi voluti dal liberismo.

La scelta dell’abbattimento di ogni misura protettrice del lavoro inizia con il secondo choc petrolifero del 1979, quando i cinque paesi più industrializzati si riuniscono a Tokyo e decidono la rottura con le pratiche d’ispirazione keynesiana e da quel momento ogni riferimento al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego scompare dai discorsi dei governi. Più in generale salta l’equilibrio tra le forze sociali che avevano dato origine al compromesso dello Stato liberal-democratico, e questo si rivela così una breve parentesi all’interno della storia secolare della disuguaglianza, che inesorabilmente riprende il proprio corso.

In seguito alla scelta del 1979, nei primi 5 mesi del 1984 i paesi europei erano segnati da una disoccupazione che interessava oltre 12 milioni di persone (10,5%), mentre all’inizio della seconda crisi petrolifera la disoccupazione dell’area comunitaria era attorno al 5%. E va anche ricordato che Europa e USA avevano raggiunto un sostanziale pieno impiego con un tasso di disoccupazione medio dell’1,5 % all’inizio degli anni settanta, fino a risalire al 5% nel 1975.

Come sappiamo dagli studi di storia sociale, del lavoro e del welfare anche la figura sociale del disoccupato ha una storia. Il legame tra disoccupazione involontaria e sviluppo capitalistico emerge lentamente. I liberali italiani, durante la seconda metà dell’800 consideravano la disoccupazione un fenomeno naturale cui far fronte eventualmente con dosi variabili di beneficienza. La scoperta del disoccupato nel doppio senso di individuazione di un soggetto e di creazione delle condizioni per dare risposte al problema, avviene alla svolta fra ‘800 e ‘900 e consiste nel dissociare finalmente la disoccupazione come fenomeno di massa, dalle colpe e responsabilità individuali, collegandola invece a fenomeni macroeconomici (Max Lazard, ad esempio). L’assenza di lavoro divenne tema politico e s’impose all’attenzione del movimento dei lavoratori in forma crescente durante l’età giolittiana. Nel 1912 a Bologna si svolse un congresso nazionale contro la disoccupazione, indetta della CGDL con Federterra. Oggi come più di un secolo fa, riemerge la necessità di definire lo stato di disoccupato, in un contesto produttivo e normativo in cui l’instabilità lavorativa e il riaffermarsi del fenomeno delle lavoratrici e dei lavoratori poveri sono ormai istituzionalizzati.

Anche quella del contratto a durata indeterminata è una lunga storia sociale. Essere lavoratore dipendente ha a lungo rappresentato una delle condizioni più precarie del mondo del lavoro. Ad esempio il Partito Radicale Francese, il principale partito di governo della Terza Repubblica, nel suo congresso a Marsiglia del 1922 parlava del lavoro dipendente come “sopravvivenza della schiavitù”.

Diversi studi mostrano la lunga marcia che ha consentito al lavoro dipendente di superare la condizione di “schiavitù” per diventare la matrice della società contemporanea. Il contratto a tempo indeterminato trova la forma più compiuta nei contratti nazionali di categoria che strutturano anche la carriera dei dipendenti. In tal modo il contratto del lavoratore esce dal quadro di una semplice relazione bilaterale tra padrone e dipendente. L’edificio raggiunge il suo coronamento con il pieno impiego che è elevato a responsabilità collettiva, sia dalle imprese sia dalle politiche pubbliche keynesiane. Oggi, al contrario, a livello sistemico, si agisce per porre fine al contratto collettivo di lavoro con il ritorno al contratto individuale (cfr. nuovo presidente di Confindustria). Questo modello sottomette il singolo dipendente alle sue sole capacità di trattativa, ben lontano da ogni garanzia collettiva: siamo quindi tornati al punto di partenza del 1922.

Le misure sui lavori a tempo determinato hanno l’obiettivo di inserire la precarietà al centro stesso del lavoro dipendente. L’ossessione della flessibilitàha creato in Europa un mostro: il 49% degli occupati ha un lavoro precario e sono oltre 100 milioni. Nel 2011 un terzo di coloro che hanno meno di 29 anni ha un contratto a tempo determinato. Certo con l’età la percentuale diminuisce ma gli studi statistici mostrano che ogni generazione occupa meno posti stabili della precedente.

Enrico Pugliese nel suo saggio “La sociologia della disoccupazione” (ed. il Mulino, 1993) sottolineava come le trasformazioni in corso mostravano che stava riducendosi l’entità numerica dei stabilmente occupati, mentre si aveva un allargamento senza precedenti delle occupazioni temporanee e/o precarie e diversi giovani non avevano un lavoro regolare e molti di loro non l’avranno mai. Quindi alla disoccupazione tradizionale si affiancava un’area d’intreccio e sovrapposizione tra disoccupazione, sottooccupazione e inoccupazione. Per questo, se storicamente si è avuto un passaggio dalla condizione di povero a quella di proletario, oggi la prospettiva che abbiamo di fronte è quella di un processo inverso da proletari a nuovi poveri.

Mentre Enrico Pugliese descriveva questa deriva, il 20 febbraio 1993 su La Repubblica compaiono i dati relativi sulla disoccupazione in Europa al gennaio 1993[2]: in Italia sono 2.425.000 i disoccupati pari al 10,1%; il totale dei disoccupati nell’area Ocse sono 32.000.000 pari all’8,0%.

Ma di fronte a questo quadro il rapporto OCSE del maggio 1994 afferma che per “ottenere un aggiustamento dei salari, ci vorrà un livello più alto di disoccupazione”. Occorre rompere con quelli che il rapporto chiama i corporativismi del pensiero (salari garantiti, diritto al lavoro, solidarietà sociale). Il rapporto attacca il salario minimo che ha l’effetto di limitare l’occupazione; i licenziamenti regolamentati che scoraggiano i datori di lavoro ad assumere nuovo personale; i contratti collettivi che impediscono l’elasticità necessaria alla creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre i sussidi di disoccupazione devono essere rivisti al ribasso affinché i lavoratori/trici accettino posti a bassa remunerazione. Il rapporto con cinismo concludeva: “I costi umani ed economici che possono essere legati allo sforzo raccomandato, a questo stadio non sono stati oggetto di studio approfondito”, quindi l’Ocse non si sente obbligata a guardare le conseguenze delle “sforzo” raccomandato.

Nel 1996 un particolare fatto mette ulteriormente in evidenza i valori in auge: ripetutamente, all’annuncio che il numero dei disoccupati diminuiva, la borsa di New York rispondeva con un calo del valore delle azioni; al contrario, quando i disoccupati aumentavano, salivano le quotazioni azionarie e in borsa letteralmente si brindava.

Da questi brevi accenni a dati pre-crisi, emerge con nettezza, come nella società capitalistica la disoccupazione non è uno stato di eccezione dovuta alla crisi odierna, ma la regola da decenni[3]. Pertanto se si resta ancorati alle politiche liberiste, anche quando la crisi sarà superata – semmai lo sarà – disoccupazione e bassi salari resteranno e l’economia dell’intimidazione regnerà sovrana.

Dobbiamo ammettere che non comprendiamo bene se si riconosce la gravità della disoccupazione e se la si voglia inserire al centro del dibattito pubblico, oppure se tale fenomeno sociale sia un problema eludibile. Si lascia tale questione a se stessa perché serve come ricatto per far accettare una crescita enorme dei contratti flessibili e dell’eliminazione dei diritti considerati un costo? Formuliamo questa domanda perché i recenti governi avallano la decisione delle istituzioni internazionali che attribuiscono al nostro paese un tasso necessario di disoccupazione naturale dell’11%.[4] A pagare il prezzo maggiore della scelta della disoccupazione di massa sono le donne e il Meridione.

Se il quadro è questo, perché il dolore, la sofferenza che in molti casi porta al suicidio di fronte alla perdita del lavoro[5], trova così tanti “liberi servi” disposti a sostenere la bontà delle ricette liberiste? Se si sceglie la disoccupazione di massa, è mai possibile che le istituzioni abbiano una politica tendente a creare posti di lavoro? Come può l’attuale governo di centrodestra italiano affidarsi alla mano invisibile del mercato per creare posti di lavoro, dal momento che la mano invisibile ha da tempo scelto a livello sistemico la disoccupazione strutturale di massa? E come può l’UE invitare ad affrontare il problema dell’occupazione con il Nawru?

Dieci anni fa dicevamo che la globalizzazione liberista conduceva da 30 anni una guerra al lavoro e alla democrazia[6]. Oggi dobbiamo aggiungere purtroppo un altro decennio. E come in ogni guerra si ha la presenza del saccheggio: in questo caso saccheggio del patrimonio pubblico, insieme a servizi, diritti, istruzione, sanità, futuro.

Nell’era in cui la politica ha accettato il neo-darwinismo competitivo globale (Toni Maraini), possiamo tutte/i insieme, generazioni diverse, sulla strada tracciata dalla nostra Costituzione, rivendicare il diritto al lavoro e chiedere una politica di piena e durevole occupazione come impegno quotidiano contro chi continua a brindare alla disoccupazione perché non fa crescere i salari?

L’economia come scienza ha da sempre rivelato che è utilizzata spessissimo solo come fede d’appoggio, non per capire i fenomeni economici ma per escludere quelle correnti di pensiero ostili al paradigma dominante. Allora perché non lanciare un concorso internazionale con relativo premio a chi elabora una formula matematica che indichi ai governi il tasso di occupazione obbligatoria, ossia l’anti Nawru? Una provocazione? Fino ad un certo punto. Florence Noiville – che si definisce una economista pentita – scriveva nel 2010 – che l’economia non deve avere più l’ultima parola”, e l’economista può mettere le tecniche al servizio dei problemi che opprimono la società nel suo complesso: dagli eserciti di disoccupati alla moltitudine degli esclusi, dalla crisi ambientale alle guerre.

 

[1] Not accelleration wages rate of unemployment (Tasso di disoccupazione che non aumenta i salari.

[2] Gran Bretagna i disoccupati sono 3.170.000 pari al 10,8% (quanti erano durante la depressione del 1932), in Germania 2.478.000 il 7,5%, Francia 2.468.000 il 10% (superiore a quello degli anni Trenta), Spagna 2.768.000 al 18%, Italia 2.425.000 al 10,1%.

[3] Secondo alcuni studi demografici, nei paesi in via di sviluppo, si passerà dagli attuali 1,76 mld a 3,1 mld di popolazione attiva nel 2025. Se tale ipotesi è vera, sarebbe necessaria la creazione di 38-40 milioni di posti di lavoro ogni anno nei decenni futuri per garantire una vita dignitosa alla maggioranza degli esseri umani appena nati o in procinto di venire al mondo. Il regime liberista è in grado di farlo?

[4] 2 aprile 2014 – La disoccupazione ufficiale in Italia sale al 13%, la più alta dal 1977, mentre l’occupazione è agli stessi livelli del 2000. Se poi considerassimo coloro che non fanno domanda di lavoro, gli scoraggiati e la cassa integrazione, la disoccupazione reale salirebbe al 24%.

[5] Nel 2010 la “strage di mercato” contò 362 suicidi tra i disoccupati, 192 tra i lavoratori in proprio, 144 tra i piccoli imprenditori

[6] Il Welfare State nasce dal riconoscere insufficienti le cosiddette leggi del mercato ma non comporta di per sé mutamenti sostanziali nel modo di produzione e nei rapporti sociali: è un buon riformismo, ma è ancora troppo per gli aedi del liberismo.

 *Aldo Ceccoli, Libera Università Ipazia

 

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Aldo Ceccoli

Aldo Ceccoli è uno degli animatori della Libera Università di donne e uomini "IPazia"

1 commento su “L’Europa del NAWRU, disoccupazione e precarietà di massa?”

  1. Più che il concorso internazionale per indicare il tasso di occupazione obbligatoria – brutta conclusione ad un articolo ben fatto – è necessario dotarsi di una organizzazione politica e di un sindacato nuovi che difendano i lavoratori, essendo gli attuali ingoiati nella logica del sistema.L’autore, che mi sembra ben documentato dovrebbe pur sapere, però, che un certo Carletto queste cose ben le diceva or è gran tempo. Oggi si preferisce Keynes che altro non è che un uomo del sistema, del solito.

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