Migration Compact (prima parte)

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 Il 28 novembre 2014 è stato siglato a Roma il cosiddetto Processo di Karthoum fra gli stati membri dell’UE ed alcuni paesi del Corno d’Africa (eritrea, Somalia, Etiopia e Gibuti) e paesi di transito (Sudan, Sud-Sudan, Tunisia, Kenya e Egitto) con l’obiettivo dichiarato di creare un dialogo duraturo sulle politiche di migrazione e mobilità. Il processo di Khartoum è guidato da un comitato direttivo composto da cinque Stati membri dell’UE e cinque paesi partner (Egitto, Eritrea, Etiopia, Sudan meridionale, Sudan) nonché dalla Commissione europea, dal Servizio europeo per l’azione esterna e, per quanto riguarda la parte africana, dalla Commissione dell’UA .

deserto4Nei giorni 11 e 12 novembre 2015 c’è stato il Summit di Valletta con l’incontro degli Stati membri UE, diversi paesi africani, rappresentanti dell’Unione Africana, dell’ECOWAS e delle Nazioni Unite. Il Vertice, fortemente voluto da Bruxelles, è chiamato a dimostrare che UE e Africa sono uniti nella volontà di rafforzare il dialogo e la cooperazione euro-africana sulle migrazioni. Secondo l’agenda ufficiale lo scopo è di combattere il traffico illegale e la tratta dei migranti, migliorare la cooperazione in tema di rimpatri e riammissioni dei migranti irregolari nei paesi africani di origine, promuovere vie di migrazione legali e la mobilità, proteggere i migranti e i richiedenti di asilo e affrontare il problema alla radice sostenendo ogni iniziativa a favore della pace, della stabilità e dello sviluppo sostenibile sul continente africano.

Una combinazione di incentivi positivi e negativi sarà integrata nelle politiche UE nel campo dello sviluppo e del commercio,migranti-1 per ricompensare i paesi disposti a collaborare in modo efficace con l’Unione nella gestione della migrazione e garantire che quelli che si rifiutano di farlo ne subiscano le conseguenze. In altre parole: se non fanno quello che dice l’UE, Bruxelles taglierà gli aiuti allo sviluppo e adotterrà misure di ritorsione in campo commerciale.

Nel summit ci è stata un’accelerazione sulla politica dei “trust fund” e degli accordi bilaterali, siglando l’Africa Trust Fund . La Commissione UE aveva promesso di erogare 1,8 miliardi di euro, chiedendo agli Stati membri di contribuire con la stessa somma a lottare contro le cause profonde dell’immigrazione irregolare. La parte impegnata dall’Italia al momento è di 10 milioni di euro. Bruxelles successivamente ha messo sul tavolo, cioè promesso, cifre molto più consistenti: 8 miliardi per i prossimi 5 anni e altri 62 miliardi nel lungo periodo. A quanto si è riusciti a sapere i soldi messi a disposizione finora ammontano a cifre molto più contenute.

Le aree coinvolte nell’African Trust Fund sono tre: il Nord Africa, la Regione Sahel e Lago Ciad, e il Corno d’Africa. Dalle informazione raccolte sul sito del Trust Fund for Africa, in Africa Occidentale sono stati approvati 21 progetti per un totale che supera i 380 milioni di euro. A farla da padrone sono le agenzie di sviluppo nazionali, in primis naturalmente l’Agence Française de Développement (AFD). Sul versante opposto, in Africa orientale, gran parte della torta degli aiuti viene spartita dalla cooperazione tedesca (GIZ), quella inglese (DFID) e la nostra. In totale si parla di circa una cinquantina di programmi per una cifra complessiva pari a 470 milioni di euro. Si tratta di progetti approvati o in via di approvazione, comunque di progetti elaborati dai singoli paesi, molti anche di poca incidenza, come quello dell’Italia, che attraverso il MAECI e la Direzione Generale Sviluppo gestisce un progetto di inserimento socio-economico delle donne in Burkina Faso pari a 5,2 milioni di euro. Sarebbe necessario invece investire in modo programmato su grandi progetti infrastrutturali come strade, ponti, reti ferroviarie, porti per sollevare le sorti dei paesi africani, ma tali infrastrutture negli ultimi due decenni sono stati finanziati in larga parte dai cinesi.

In realtà, nonostante tutti i progetti, i soldi vengono spesi in minima parte per l’effettiva cooperazione, la gran parte dei soldi della cooperazione viene dirottata verso politiche securitarie e di criminalizzazione delle migrazioni: l’Unione europea pur di fermare i flussi sta stringendo da anni rapporti con dittature che sono le vere cause delle migrazioni; in Sudan, uno dei paesi al centro della strategia europea e italiana di esternalizzazione, nel solo mese di maggio sono stati arrestati e espulsi circa 1.300 profughi eritrei, che sono poi stati deportati verso il loro Paese, dove partire illegalmente è considerato un reato. Di quelle 1.300 persone non si hanno notizie, ma potrebbero essere finite in carcere.

Nessuna conferma è infatti giunta dai Ministri dello sviluppo Ue che il Fondo sarà effettivamente usato per progetti di sviluppo, invece che per la sicurezza delle frontiere e per il contenimento della mobilità delle persone, accusa Oxfam Italia. Nei giorni 28 e 29 giugno 2016 poi la Commissione Europea ha presentato all’esame del Consiglio Europeo una proposta sulla Migrazione che prospetta esplicitamente di utilizzare aiuti, accordi commerciali e altri fondi per spingere gli Stati a ridurre il numero di migranti che raggiungono le coste europee. Oltre 100 ONG dichiarano in un documento congiunto che questa proposta rischia di rappresentare una “pagina oscura nella storia dell’Unione”. “Questa proposta – si legge – va contro i principi europei che s’impegnano nella promozione della cooperazione e lo sviluppo contro la povertà, si focalizza sul controllo e la sicurezza delle frontiere non considerando i diritti delle persone”

Il nuovo quadro di partenariato dell’Ue con i paesi terzi per la gestione della migrazione, proseguendo il processo di Khartoum,  prevede ingenti finanziamenti, che pervertono “aiuti” per lo sviluppo in controllo delle frontiere e sovvenzioni direttamente militari; riguardano all’ora attuale 16 paesi prioritari, tra cui anche paesi dittatoriali del Corno d’Africa. In realtà, parte dei Fondi Fiduciari sono già in uso e accordi secreti per il controllo, la riammissione e la repressione alle frontiere, sono stati avviati de facto con paesi tra i più controversi, come il Sudan, l’Eritrea e l’Etiopia.

L’accordo dell’Italia con il Sudan è stato stipulato il 4 agosto ed al Sudan sono stati promessi 173 milioni di euro; ricordiamo che sul presidente del Sudan Omar-al-Bashir  pendono due mandati di cattura internazionali per genocidio in Darfur. In altre parole, delega bianca sulla vita dei migranti a forze che hanno una pluridecennale esperienza in tecniche di uccisione e sparizione di massa. Intanto, per dimostrare la loro efficienza, al ritorno di una missione nel deserto del Nord, il comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Daglo, anch’esso responsabile di crimini contro l’umanità, ha dichiarato che suoi miliziani avevano arrestato circa 600 profughi etiopi illegali, sulla frontiera del Sudan con la Libia e l’Egitto. A questi occorre aggiungere i 26 profughi cacciati l’altro giorno sulla frontiera sudano-libica (fonte El-Fasher) e le decine di altri di cui non si avrà mai notizie.

Da una fuga di notizie nei media tedeschi, ufficiali sudanesi dell’Immigrazione avrebbero detto durante una sessione di formazione da ufficiali tedeschi (la Germania è il leader partner in Sudan e la GIZ, l’Agenzia per la cooperazione tedesca, dovrebbe coordinare il progetto di controllo delle frontiere): “il deal, è che i migranti non fuggano dai campi” (fonte ARD “Report Mainz”). In cambio del blocco delle frontiere, si destinano, secondo un’altra fuga di notizie pubblicata a maggio scorso dal settimanale tedesco “Der Spiegel”, fondi, apparecchiature fotografiche, scanner biometrici, per mettere in atto le tecniche di sorveglianza più sofisticate, per allestire campi di detenzione, rastrellare e deportare meglio in un paese noto per le torture delle sue forze speciali (Rsf), ex milizie janjaweed, i “diavoli a cavallo”, incaricate da Bruxelles e Italia per “arrestare” i migranti, nonché aiuto per costruire i campi-prigioni a Gadaref e Kassala.

Il 27 settembre c’è stata una conferenza stampa del Tavolo Nazionale Asilo, che comprende 17 organizzazioni cattoliche e laiche, come Arci, Caritas, Asgi, Acli, Caritas,migranti-ungheria Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Comunità di S. Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontiere, Senza Confine, sul  rimpatrio forzato dei 48 sudanesi il 24 agosto, che è stato eseguito con metodi completamente illegali. La cosa incredibile in questa storia è che qualche altro sudanese, che non ha più trovato posto nell’aereo di rimpatrio, ha ottenuto asilo politico in Italia. Sono stati denunciati gli accordi che sarebbero stati firmati oltre che con il Sudan con Eritrea, Egitto, Nigeria e Gambia. Gli accordi sono segreti, firmati dalla polizia italiana e quella del paese africano senza essere ratificati dal parlamento. Sono intervenuti in particolare l’avv.Fachile dell’Asgi e Filippo Miraglia dell’Arci. Secondo quest’ultimo è assolutamente inaccettabile usare i soldi della cooperazione internazionale per dare aiuti a governi dittatoriali come quello del Sudan o l’Eritrea, pur di bloccare l’immigrazione, alimentando nell’opinione pubblica l’idea di invasione, le reazioni di chiusura, razzismo e xenofobia, mentre Fachile ha spiegato i motivi per cui l’accordo con il Sudan, firmato il 4 agosto, è “totalmente illegittimo”, rifacendosi in particolare all’art.19 del TU Immigrazione che dice che nessun rimpatrio dev’essere fatto verso paesi dove c’è pericolo di persecuzione e all’art.3 della Carta Europea dei diritti dell’uomo che dice che non possono essere effettuate violazioni che comportano la tortura o il pericolo di tortura. Bisogna tener conto che l’atteggiamento dell’Europa non è propriamente lineare e coerente: da una parte la corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per aver respinto le persone in Libia in presenza degli accordi che dal punto di vista giuridico sono inesistenti e illegittimi, dall’altra l’Italia viene mandata avanti con la Grecia, i paesi più esposti all’immigrazione via mare, per fare accordi con i paesi dittatoriali.

Questo per quanto riguarda le conseguenze del processo di Karthoum e gli accordi stipulati con i singoli governi, o meglio con le forze di polizia, di alcuni paesi africani.

(1 parte – continua)

Margaretha Pupp

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Margaretha Pupp

Margaretha Pupp, ha lavorato in arpat, attiva nei comitati che si occupano di trasporto pubblico, collabora con gli Anelli Mancanti

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