Ucraina: gli interessi in campo nel silenzio mediatico

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La crisi che sta interessando l’Ucraina è l’ennesima conferma di come le notizie siano distorte non solo dai governi interessati, ma anche di come la stampa mainstream in Italia sia ormai portavoce delle visioni che vogliono veicolare gli interessi dominanti, nel caso italiano quelli della NATO a guida statunitense.

Nei giorni in cui la tensione tra Ucraina e Russia ha visto avvicinare ai confini ucraini molte truppe, in Italia si è ignorata la crisi crescente, mentre si seguiva minuziosamente quella telenovela dell’elezione del Presidente della Repubblica dove i partiti sono riusciti a dare il peggio di sé segnando ancora la distanza tra politica e mondo reale.
Nei resoconti dei notiziari, cresciuti di numero ultimamente poiché gli USA hanno interesse ad alzare la tensione, il ritornello è sempre stato lo stesso: la Russia vuol invadere l’Ucraina, la Russia aggredisce il piccolo paese indifeso, la Russia non è “democratica” e non rispetta” i “diritti umani”. Indubbiamente il grande orso non è un modello politico amabile, ma “democrazia” e “diritti umani” nel mondo sono un miraggio quasi globale; oramai questi valori sono diventati soprattutto paraventi e casus belli per nascondere i veri motivi dei conflitti. Una stampa che si limita a ripetere le litanie che escono dai comunicati dei ministeri degli esteri come “notizia” non fa informazione, ma piuttosto propaganda; ogni propaganda è sempre di parte, non può essere giornalismo.

Certamente questo bombardamento quotidiano rende pensiero comune uno spirito antirusso e non dà strumenti per orientarsi nelle dinamiche geopolitiche. Questo innalzamento della tensione rende l’opinione pubblica più disponibile ad accettare l’eventualità di un conflitto.

Tra i pochi che stanno tentando di fare contro-informazione – ma forse sarebbe più giusto parlare di informazione e basta – c’è lo storico gruppo pacifista Peacelink; già con la fuga degli USA dall’Afghanistan tentò di incrinare il muro del pianto innalzato da tutti i media sulla fine dei “diritti umani” in quel disgraziato paese facendo notare come la situazione fosse già precipitata con l’occupazione occidentale, ben prima del ritorno dei Talebani. Si avviò anche una campagna per chiedere la chiusura del carcere di Guantanamo, tanto per ricordare l’ipocrisia dei guardiani della democrazia e dei diritti umani.

Adesso Peacelink tenta di riportare un po’ di ordine nelle grida disordinate sulle vicende legate alla crisi russo-ucraina con un dossier in cui si sfatano alcuni luoghi comuni, a cominciare dal denunciare come il cambio di regime in Ucraina nel 2014 fu un violento regime change, se non un vero e proprio golpe con regia statunitense; da rileggere, tra i tanti, gli articoli su Victoria Nuland  (qui e qui), quella che mandò a a quel paese l’Unione Europea (Fuck EU) che non voleva, già allora, allinearsi ai dettati degli USA e non arrivare ad uno scontro diretto con la Russia.

Siti critici con le lettura distorta e destabilizzante della NATO ci sono eccome, ma purtroppo chi fa opinione sono le testate più lette e le TV controllate da soggetti interessati; nelle chiacchiere che si sentono per strada la Russia è il diavolo antidemocratico, noi quelli a rischio assieme all’Ucraina. Che quest’ultimo paese sia una vittima è indubbio, ma ci sarebbe da discutere fino a che punto i carnefici sono la Russia che ha ammassato truppe ai suoi confini (ma non disposti in ordine di attacco) o la NATO a guida USA che vuol fagocitare l’Ucraina per accerchiare ulteriormente il gigante euroasiatico.

Quello che crediamo sia più importante non è tanto cercare di capire le responsabilità degli attori in campo, ma di analizzare quali sono gli interessi, gli obiettivi strategici di questi; sarebbe indispensabile per valutare se ci sono spazi per intervenire nel nostro paese e evitare che la tensione salga. Un obiettivo semplice ed attuabile è che il nostro governo non acconsenta ad invitare l’Ucraina a far parte della NATO; per entrarvi sarebbe necessaria l’unanimità di tutti i membri dell’Alleanza, basterebbe un NO e non scatterebbe mai l’articolo 5 dello statuto il quale prevede in caso di “attacco armato” contro uno o più alleati della Nato, questo si consideri come un attacco contro ogni componente della Nato e quindi ognuno di essi può, secondo il diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della carta dell’Onu, decidere le azioni che ritiene necessarie a “ristabilire e mantenere la sicurezza”, compreso “l’uso delle forze armate”. Non sarebbe certamente un granché, ma potrebbe destabilizzare gli istinti più bellicosi dei paesi russofobi.

La situazione politica e diplomatica è in continuo movimento in questo momento ma, nonostante le grida di guerra che si alzano soprattutto da Ovest, non sembra che una invasione dell’Ucraina sia imminente; come hanno osservato alcuni analisi Putin può essere un soggetto discutibile, ma non è uno stupido e sa che il suo paese, già esposto su diversi fronti di guerra (Libia, Siria e anche Donbass, nell’est ucraino), con un PIL più piccolo dell’Italia, non può permettersi di impantanarsi nell’invasione di un paese di oltre 40 milioni di abitanti che sarebbe impossibile da gestire. Anche gli USA non avrebbero strumenti bellici sufficienti a difendere l’Ucraina e fonti del Pentagono hanno già detto che non ci sarà il loro intervento in caso di invasione.

Quel che però dovrebbe preoccupare è l’invio massiccio di armamenti da parte di USA e Gran Bretagna all’Ucraina; se uno scontro diretto con la Russia è ipotesi remota, non ci sarebbe niente di meglio per mettere in difficoltà il nemico che una forte ripresa dei combattimenti nel Donbass, dove la minoranza russofona si ribellò in armi al nuovo regime al potere dopo il 2014; quella guerra che si trascina da otto anni ha già provocato 14.000 morti, oltre a sofferenze indicibili per tutti i popoli che vivono nelle zone di combattimenti. Una guerra all’interno di una Europa spaccata sulle relazioni e gli interessi nazionali.
Quel che interesserebbe agli USA è di far entrare l’Ucraina nella NATO in modo tale da poter finir di accerchiare il nemico storico e magari poter dispiegare missili strategici a meno di 10 minuti di volo da Mosca, ipotesi insostenibile per la Russia. La situazione che si creerebbe ha fatto venire in mente a molti la crisi dei missili a Cuba nel 1962, quando l’allora URSS dispose missili con testate atomiche a poche centinaia di km dal territorio statunitense; sicuramente la situazione è per molti aspetti speculare, ma, come ha fatto notare Angelo Baracca, la situazione oggi è anche diversa: la prima differenza è che negli anni Sessanta del secolo scorso si fronteggiavano due superpotenze in qualche maniera in equilibrio, oggi la Russia è un paese ridimensionato da un punto di vista economico, ricco di materie prime, ma con un sistema economico incomparabile con quello statunitense; ha un enorme arsenale nucleare e militare, ma risorse finanziarie molto limitate. La seconda differenza è che nella crisi cubana la mossa dell’URSS di posizionare missili nell’isola caraibica era in risposta al dispiegamento segreto, in Turchia e in Italia (Gioia del Colle), di missili puntati sul territorio sovietico; oggi la Russia non sta minacciando gli USA, non ne ha nemmeno la capacità se non come deterrenza nucleare di risposta. Da ricordare che, tra le condizioni che rimasero allora segrete per il ritiro dei missili da Cuba, ci fu l’impegno USA a non invadere l’isola caraibica e a ritirare i missili già schierati in Italia e Turchia. Oggi la situazione sbilanciata vede una NATO a guida statunitense molto aggressiva che non ha rispettato gli accordi tra Reagan e Gorbaciov di non ampliare la NATO verso i paesi dell’Est Europa.
Probabilmente una delle principali cause di questo atteggiamento statunitense dipende soprattutto dal loro timore secolare di veder nascere una entità politica di dimensioni tali da superare la loro; l’ipotesi di una saldatura tra una Europa economicamente forte (per gli Statunitensi si tratta soprattutto della Germania con i suoi capitali) con un colosso continentale ricco di risorse naturali come la Russia è per loro un incubo.

Negli ultimi decenni gli USA hanno prodotto molte guerre e conflitti uscendone sempre piuttosto malconci, ma se il loro obiettivo strategico è il dominio e rimanere la potenza egemone nel mondo, l’aver seminato destabilizzazione nei possibili competitori è stata senz’altro un successo. Ma la coscienza dell’inizio di un loro declino forse offusca le menti e siamo lontani dalla cinica e disinvolta strategia di Kissinger che negli anni settanta, con la cosiddetta diplomazia del ping pong, spaccò il fronte comunista e separò la Cina dall’alleanza, anche se mal digerita, con l’URSS. Oggi prendere di punta la Russia rischia di spingerla nelle braccia di Pechino che ha una enorme fame di risorse energetiche e di materie prime custodite in Siberia creando un polo asiatico di dimensioni ancora maggiori; una politica estremamente aggressiva che rischia di essere un boomerang. Le olimpiadi invernali di Pechino vedono già incontri e accordi importanti tra Putin e Xi Jinping a cominciare da una colossale fornitura di gas a prezzi vantaggiosi.

La minaccia di pesanti sanzioni alla Russia non sarebbe un problema solo per Putin, ma anche per l’Europa; dal governo tedesco si sono già avute dichiarazioni non ufficiali che denunciano come le sanzioni nuocerebbero più ai paesi europei che non a Mosca rendendo difficile l’approvvigionamento energetico già in crisi con le tensioni esistenti e col veto USA all’apertura del gasdotto North Stream 2, una infrastruttura, già realizzata, che attraverso il Mar Baltico porterebbe il gas russo direttamente in Germania saltando i paesi dell’Est ostili alla Russia.

Nei momenti di maggior tensione attorno alla povera Ucraina si vedono salire le quotazioni del metano nelle borse occidentali rendendo il costo dell’energia un serio problema per le economie come quella italiana. Non a caso sia Macron che Draghi si sono detti contrari a sanzioni alla Russia per i possibili danni alle economie dei loro paesi. Non è azzardato dire che la destabilizzazione che si sta diffondendo nel mondo è diretta anche contro l’alleato europeo.

Se al momento uno scontro diretto tra le due potenze nucleari non pare fortunatamente all’orizzonte, le tensioni politiche sono un serio rischio per la pace mondiale; oggi giocare con le minacce di guerra è pericoloso e da irresponsabili, i rischi non sono solo di un ulteriore conflitto regionale, ma il confronto può sfuggire di mano e innescare qualcosa che è difficile immaginare.

Della prima guerra mondiale si è detto che i protagonisti si comportarono come sonnambuli, si muovevano senza sapere cosa facessero; senza armi atomiche ci furono 14 milioni di morti. Oggi non pare che chi si muove nel mondo abbia piena percezione dei rischi di una guerra nucleare che potrebbe iniziare anche per sbaglio; falsi allarmi si sono già avuti in passato, per fortuna gli allora responsabili sono stati capaci di capire l’errore.
Che l’umanità viva appesa alla speranza che gli apprendisti stregoni non facciano pozioni sbagliate, dovrebbe far risorgere un movimento contro la guerra all’altezza dei pericoli in cui viviamo.

 

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Tiziano Cardosi

Comitato No Tunnel Tav di Firenze. Il presidente, Tiziano Cardosi, già capostazione delle Ferrovie dello Stato, è attivista di perUnaltracittà

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