A Firenze “Il quarto Stato” entra nel Palazzo ma le lotte restano fuori

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Il Quarto Stato, celebre opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo, è arrivata a Firenze dal Museo del Novecento di Milano. Sarà esposta dal 1° maggio al 30 giugno nel Salone dei Cinquecento , “un’opera eccezionale. Simbolo delle lotte operaie” ha dichiarato via social il Sindaco Nardella. Ma se il simbolo entra dentro il palazzo comunale le lotte reali dei lavoratori di oggi ne restano rigorosamente fuori: ignorate quando va bene, osteggiate con forza dall’amministrazione quando si tratta di lavoratori e lavoratrici che, spesso precari, stanno nei servizi del comune.

Il Quarto Stato di Pellizza da VolpedoFacciamo però un passo indietro. Pellizza da Volpedo realizzò Il Quarto Stato nel 1901 dopo sei anni di lavoro e varie versioni, dagli Ambasciatori della fame alla Fiumana, da buon socialista volle celebrare le masse contadine e operaie schiacciate dal potere dei padroni, ma in cammino verso i propri diritti, la dignità e il futuro. Lui stesso ebbe a dire che ‘la forza vera sta nei lavoratori che con tenacia nei loro ideali obbligano altri uomini a seguirli o a sgombrare il passo perché non c’è potere retrogrado che possa arrestarli’. Dal 1901 quei proletari avrebbero combattuto ancora mezzo secolo contro quei ‘poteri retrogradi‘ per veder compiuti almeno in parte i loro ideali, in mezzo ci sarebbero state due guerre mondiali, il ventennio fascista e tantissime lotte represse nel sangue.

Centoventi anni dopo la sua realizzazione l’opera arriva a Firenze per celebrare il Primo maggio, giorno in cui verrà aperta al pubblico, mentre sabato 30 aprile farà da sfondo ad un talk sui temi del lavoro con il ministro Andrea Orlando e i sindaci di Firenze Dario Nardella e di Milano Giuseppe Sala. Quale modo migliore per scippare alla classe lavoratrice un simbolo tanto importante e addomesticarne il significato ad uso e consumo della classe dominante?

A dispetto dei tre e di una classe politica che negli ultimi trent’anni ha distrutto il diritto del lavoro e lo stato sociale che, con quelle lotte storiche erano stati ottenuti, l’orgoglio operaio e proletario esiste e non solo nelle parole vuote di chi dice una cosa e fa l’opposto. L’orgoglio è quello dei lavoratori stranieri che nelle fabbriche di Prato lottano per lavorare 8 ore per 5 giorni alla settimana, degli operai GKN che hanno riempito le strade di Firenze di decine di migliaia di persone e hanno scritto una legge antidelocalizzazioni che lo stesso Ministro Orlando ha provveduto ad affossare. L’orgoglio è quello dei precari e delle precarie che lavorano negli appalti del Comune di Firenze, dalle biblioteche agli operatori sociali fino agli educatori e ai lavoratori delle mense. Un esercito di lavoratori precari, il quarto stato di oggi. O forse il quinto, come molti studiosi li hanno definiti.

La realtà resta fuori dal palazzo, mentre l’opera di Pelizza da Volpeda nel Salone dei Cinquecento, ridotta a sfondo unidimensionale e da attrattore per aumentare la bigliettazione di Palazzo Vecchio viene svuotata del suo significato originario e soprattutto della sua forza rivoluzionaria. In una città dove tra passato e futuro si è scelto il passato ma solo come risorsa da cui estrarre denaro, ci siamo giocati al tempo stesso il passato, il presente e il futuro. Il regime fascista, riconoscendo il portato carico di significato del Quarto Stato, aveva nascosto il dipinto nei depositi del comune di Milano; i sacerdoti del neoliberismo invece se ne appropriano. Si celebrano astrattamente le lotte passate senza approfondirne la storia, allontanandole in tal modo il più possibile dalle lotte del presente. Così il quarto stato di oggi schiacciato su un eterno presente senza alcuna prospettiva futura si trova scippato anche del suo passato, ridotto, come dicevamo, a fare da sfondo a chi quell’orgoglio proletario oggi come ieri l’avrebbe osteggiato e combattuto all’ultimo sangue.

Il Quarto Stato è il presente, è nelle piazze con i lavoratori e le lavoratrici e nelle rotte dei migranti. Sogno che quell’umanità in marcia rappresentata da Pelizza da Volpedo esca dal quadro e si unisca alle lotte del presente, lasciando i tre relatori soli con le loro parole vuote.

 

 

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