Licenziati per non voler servire un piatto di pasta scotta? No, anche se a Montedomini ci hanno provato

Si può essere licenziati per un piatto di pasta scotta? Si può per la Cooperativa Agorà Toscana che ha in gestione a Firenze la RSA S.Silvestro e che ha comminato la più grave delle sanzioni disciplinari a due operatori per non aver servito agli anziani ospiti della struttura un piatto di pasta arrivata in ritardo e quindi scotta, collosa e immangiabile.

Si può per l’ASP Montedomini, Ente pubblico proprietario della RSA e braccio gestore delle politiche sociali del Comune di Firenze che alla pesantissima sanzione ha aggiunto un supplemento di pena impedendo a questi operatori di lavorare anche per altre cooperative che gestiscono i servizi della stessa ASP.

Si può per lo stesso Comune di Firenze che interrogato ripetutamente dai consiglieri di opposizione su questa vicenda e su altre inadempienze della cooperativa Agorà Toscana nella gestione della RSA ha sempre avuto una posizione di copertura sull’operato della cooperativa.

I fatti sono questi: una sera di fine dicembre 2014, il furgone che avrebbe dovuto recapitare la cena alla RSA San Silvestro, incastrato in uno dei tanti vicoli del centro fiorentino, era particolarmente in ritardo. S’era sotto le festività natalizie, agli utenti era già stata servita nel pomeriggio una merenda con panettone e dolciumi e nell’attesa del pasto che non arrivava avevano anche sbocconcellato il pane messo a tavola, cosicchè avevano assunto una notevole dose di carboidrati. Una volta arrivato il carico, Cristian e Olivia, il cui compito era quello di scaricare i contenitori termici e sporzionare, si accorgevano che la pasta, provata dal lungo viaggio, era ormai collosa e sfatta. Consultatisi con gli utenti, decidevano di prendere una decisione, gettare la pasta ed aumentare le dosi del secondo, che anche se non proprio caldo si poteva tranquillamente mangiare.

Venuta a sapere del “misfatto”, la cooperativa li licenziava in tronco.

Il jobs act prima del jobs act o del fantastico mondo degli appalti

Cose che succedono nel mondo del lavoro. Soprattutto in quello degli appalti, dove le regole, il lavoro e i lavoratori, valgono meno che altrove. Un mondo dimidiato in cui non conta tanto il cosa e il come lo si fa, conta solo aggiudicarsi l’Appalto e spartirsi le fette della torta tra capitani di cooperativa e avventurieri da s.r.l.

In particolare tutte le cooperative consorziate in AGORA’ d’ITALIA , il consorzio di cui fa parte Agorà Toscana, la cooperativa autrice del licenziamento, si sono guadagnate negli ultimi anni una pessima fama a livello nazionale .

Mazzette, sfruttamento e stipendi non pagati costellano il curriculum niente affatto singolare di queste cooperative e purtroppo non sono le uniche: basti pensare che la corruzione per affidamenti e appaltisecondo un recente studio – copre il 45% dei casi, e che gli stipendi e i diritti dei dipendenti “in appalto” sono decisamente minori di quelli offerti dalla stazione appaltante ai propri dipendenti diretti.

Vizi privati e pubbliche omertà

Non ci sarebbe voluto tanto a “scoprire” la fedina tutt’altro che immacolata della cooperativa, ma nonostante tutto Agorà si è aggiudicata la gestione della RSA, “esternalizzata” da Montedomini, l’Azienda di Servizi alla Persona, che gestisce tutta l’assistenza per conto del Comune di Firenze. Sì, proprio il Comune di Firenze, la città della Leopolda, portata a modello nel PD renziano, in cui le giunte monocolore – da Dominici, a Renzi, a Nardella – si sono distinte nel sostegno alle privatizzazioni (quella di ATAF, l’azienda di trasporto pubblico urbano, ha fatto scalpore), ed alla gestione privata di numerosi servizi (ultimi della lunga lista i nidi e le materne comunali, nonostante le proteste di genitori, operatori e docenti).

Nonostante le numerose denunce dei lavoratori, le numerose interrogazioni in Consiglio Comunale e nonostante un’ispezione che pur annunciata con congruo preavviso ha riscontrato gravi lacune sulle elementari regole di sicurezza nella struttura, tutti elementi riconducibili a violazioni del capitolato d’appalto, nessun provvedimento è stato intrapreso dalla stazione appaltante.

Perché questa benevolenza nei confronti della cooperativa?

L’origine dell’impunità di cui godono cooperative ed s.r.l. che operano nel mondo degli appalti si spiega facilmente: loro si accollano il lavoro sporco, spesso con aggiudicazioni che al di la delle diciture edulcorate di fatto sono aggiudicazioni al massimo ribasso , fanno pagare a dipendenti e utenti il minor costo con inadempienze contrattuali, aggravio dei carichi di lavoro e peggioramenti nella qualità del servizio, con tutti gli “inconvenienti” che questo comporta mentre la stazione appaltante le “copre”, potendo sempre lavarsene le mani se – a causa dell’insorgenza di una vertenza importante o di un’inchiesta giudiziaria – le cose si mettono male.

Il quesito referendario della CGIL sulla responsabilità solidale, esaudito dal governo per evitare il referendum, è un passo in avanti nella direzione di responsabilizzare le stazioni appaltanti, ma non basta, perché riguarda solo uno dei problemi che normalmente insorgono all’interno di un meccanismo – l’esternalizzazione – che è strutturalmente marcio.

Piccole rivalse crescono

Nonostante la pressione politica, Cristian e Olivia non si sono dati per vinti: hanno potuto impugnare il licenziamento sulla base dell’ormai defunto articolo 18 e hanno cercato alleati tra gli altri lavoratori.

Il loro sindacato, la Confederazione Cobas, si è impegnato a portare avanti la vertenza legale, a racimolare le risorse per la Cassa di Resistenza e a dare pubblicità alla vertenza: sulla vicenda è stata anche pubblicata un’inchiesta dai Clash City workers – collettivo che si occupa di inchiestare il mondo del lavoro .

Finalmente dopo due anni e tre mesi e dopo un’ordinanza e una sentenza di primo grado sfavorevole, la vicenda si è conclusa con il reintegro pieno dei due lavoratori e l’obbligo per la cooperativa di restituire le mensilità perdute a causa del licenziamento illegittimo.

Accogliendo le tesi degli avvocati Gianni Mannucci e Maurizio Milana i giudici della Corte di Appello di Firenze hanno infatti potuto disporre l’annullamento dei licenziamenti, il reintegro nel posto di lavoro e il pagamento di un risarcimento ai due lavoratori, cosa che è stata possibile solo perché in questo caso non era ancora applicabile la normativa in tema di licenziamento prevista dal Jobs Act.

È probabile che senza la solidarietà che si è creata intorno ai due, la vittoria non sarebbe stata possibile. Questo non per gli effetti che questa ha potuto avere nei confronti dei giudici, ma perché la solidarietà è stata determinante per consolidare nei due lavoratori la convinzione che il licenziamento era ingiusto e che impugnare quel licenziamento non era solo una risposta solitaria e individuale ma assumeva anche un valore simbolico per i tanti che subiscono nell’isolamento e nel silenzio ogni tipo di angheria da parte dei datori di lavoro.

Non è un caso che a Firenze e altrove nascano nell’ombra iniziative di coordinamento di base tra lavoratori, che mutuano esperienze già esistenti, ma ne rivitalizzano le funzioni in un ottica solidaristica: camere “popolari” del lavoro, coordinamenti tra delegati, casse di resistenza. Esperimenti anacronistici? Forse sì, forse no. Sta di fatto che Cristian e Olivia hanno vinto anche grazie a loro.

*Clash City Workers – Firenze

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