Lettera aperta sul Piano paesaggistico toscano al mio direttore di dipartimento

Una risposta

  1. Avatar Paolo Degli Antoni ha detto:

    Come autore di una delle 550 osservazioni presentate rispetto al Piano Paesaggistico, riformulo anche in questo spazio alcune mie considerazioni. Pur posizionandomi in una cultura ambientalista figlia del rapporto “I limiti dello sviluppo” del 1972, e non in quella ossimorica dello “ambientalismo del fare” teorizzato a Firenze nel gennaio 2008, non posso fare a meno di evidenziare carenze tecnico-scientifiche del Piano Paesaggistico.

    L’elaborazione cartografica delle invarianti II (rete ecologica) e IV (morfotipi) è in scala 1:50000, non direttamente utilizzabile come operativa. Ma anche ammettendo una finalità esclusivamente ricognitiva e programmatica di tali carte, queste non soddisfano neppure l’esigenza di dare rappresentazione a tutti i fenomeni paesaggisticamente significativi. Per esempio, l’arboricoltura da legno, finanziata a più riprese con fondi comunitari, non solo non è riuscita complessivamente a raggiungere le finalità regolamentari europee, ma molto spesso rappresenta un’antiestetica intrusione in paesaggi altrimenti equilibrati, esempio paradigmatico di “paesaggio burocratico”, non voluto dalle popolazioni né dal mondo produttivo, peraltro oggetto di meritate critiche anche in dibattiti pubblici. Ebbene, l’arboricoltura da legno troppo spesso non è stata visivamente riconosciuta dai fotointerpreti, e il dato numerico della tav. 3 Statistiche Uso Suolo, mille ettari a livello regionale, la sottovaluta fortemente. Per esercizio, si prenda la località Fillinelle, Comune di Tavarnelle Val di Pesa, ben visibile dalla superstrada Firenze-Siena, esteso e geometrico ciliegeto da legno finanziato con Reg. CEE 2080/1992, interpretato come agro ecosistema intensivo nella carta della rete ecologica, vigneto nella carta dei caratteri del paesaggio Altri impianti d’arboricoltura da legno sono confusi con oliveti o assimilati a seminativi, sebbene il loro impatto visivo sia ben diverso per decenni.

    Lascia ancor più perplessi la non uniformità e l’infedeltà della cartografia, questa sì a scala operativa, dei vincoli per decreto e per legge. Nella categoria Galasso “bosco”, tutelata per legge, si includono situazioni neppure legalmente boschive, come la micro-cipresseta di Casa Altina in Val d’Orcia, abusato stereotipo del paesaggio toscano recente e artificiale, e si escludono invece boschi estesi più di 20 decare, anche già attenzionati dall’autorità giudiziaria o dall’organismo pagatore regionale proprio per rivendicarne la natura boschiva.

    Boschi di neoformazione di pari dimensione, durata dell’abbandono agricolo, copertura legnosa desumibile da densità e grana delle ortofotocarte, persino nella stessa azienda agricola, non sono uniformemente considerati, o negati, come bosco; anche questo prova la non utilizzabilità operativa della cartografia tematica.

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