Lettera aperta sul Piano paesaggistico toscano al mio direttore di dipartimento

Daniela Poli, docente di Pianificazione e Progettazione del Territorio e del Paesaggio Dipartimento di Architettura – Università di Firenze Comitato Scientifico del CIST, scrive a Saverio Mecca, direttore del suo dipartimento, dopo l’articolo di quest’ultimo intitolato “Fermate il Piano paesaggistico” e uscito su Repubblica Firenze il 9 ottobre scorso.


Caro direttore,

ti scrivo perché avendo coordinato un gruppo di ricercatori del Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio per il piano paesaggistico della Regione Toscana sono rimasta stupita e amareggiata dall’articolo a tuo nome che è apparso il 9 ottobre sul quotidiano Repubblica, dopo peraltro che si era già sviluppata una feroce campagna stampa di delegittimazione non tanto degli aspetti sostantivi del piano (poco richiamati in tutti gli articoli), ma dell’approccio complessivo che li sostiene.

pitNon discuto naturalmente della legittimità di comunicare pubblicamente il tuo pensiero personale. Figurando però l’articolo firmato nella tua qualifica di direttore di dipartimento ciò ha coinvolto oggettivamente il lavoro del CIST che ha sede proprio nel dipartimento di Architettura da te diretto e con cui Regione Toscana ha stipulato un accordo istituzionale che ha previsto più di cinquanta borse (fra assegni, borse di studio, contratti) per un importo che complessivamente supera il milione di euro – compenso peraltro interamente utilizzato per il compenso dei ricercatori, poiché i docenti del CIST hanno tutti collaborato gratuitamente.

Nel tuo articolo indirizzi le tue riflessioni e richieste alla Giunta e al Consiglio regionale, ma nel farlo critichi radicalmente l’impostazione scientifica e culturale del piano che è stata oggetto proprio dell’accordo fra CIST e Regione – pur senza mai citarlo. Quando descrivi la debolezza di “politiche pubbliche solo conservative, sganciate da progetti di futuro condiviso e possibile” che “affidano la tutela solo a normazioni e vincoli ‘statici’ o legati a modelli di riferimento estetici o ecologici da sovraordinare ai processi economici e sociali e alle comunità locali” entri nel merito dell’architettura del piano alla cui definizione ha collaborato il CIST.

hqdefaultNell’articolo scrivi che il materiale conoscitivo prodotto fino ad oggi è “utile e necessario” e non eccellente, ottimo e nemmeno buono (per riferirci alle valutazioni a noi note delle tesi di dottorato) ma casomai sufficiente. Ma comunque al di là del gradiente dell’apprezzamento non sarà facile far capire alla collettività e allo stesso ente pubblico, con i tagli alle spese sempre più ingenti, che quel lavoro “utile e necessario” non debba concludersi con l’approvazione del Consiglio, dopo essere già stato approvato anche dal Ministero, ma col suo “ritiro” come tu prospetti. Sinceramente dubito che la Regione Toscana continuerà a trovare affidabile per future ricerche un partner universitario come il CIST e lo stesso DIDA che si delegittima da solo. Ciò, al netto del danno rilevante di immagine arrecato a tutti i membri del CIST nonché alle relazioni faticosamente costruite all’interno dell’ateneo fiorentino e con le altre quattro università della Toscana (ateneo di Pisa e Siena; Scuola Superiore Sant’Anna e Scuola Normale di Pisa).

Entrando poi nel merito dell’articolo, come dicevo in apertura, sono rimasta stupita perché non conoscevo la tua attenzione verso le tematiche “partecipative”. Ho avuto modo di vedere in questi anni soprattutto la tua “verve decisionista”, ma certamente sarà una mia mancanza e ben venga questa sensibilità verso argomenti sempre più importanti per la pianificazione e la progettazione architettonica, urbana e territoriale. Il tema della partecipazione alla formazione di uno strumento di piano è tema complesso, ostico e molto dibattuto nella comunità scientifica. Come sai – se non altro per aver avuto la gentilezza di presentare il testo a mia cura che documenta la prima fase della ricerca nella quale l’approccio culturale e scientifico al piano era ben delineato – si è consolidata fra urbanisti e non solouna corrente di pensiero che ha espresso la necessità di estrarre dal processo di formazione dei piani lo Statuto del Territorio, cioè il luogo dove secondo la legge toscana si devono individuare secondo modalità “partecipative” le invarianti e le risorse che stanno alla base delle identità del territorio: questo proprio per non dover sottostare ai tempi spesso ristretti del piano e per garantire il pieno dispiegamento delle pratiche necessarie alla costruzione di un senso collettivo. La legge urbanistica toscana prevede però adesso che lo Statuto stia dentro i tempi strettissimi del piano e in particolare di questo piano: poco più di un anno di lavoro. Non c’erano alternative, o proseguire con la convenzione alla quale tu stesso avevi dato avvio durante l’assessorato di Riccardo Conti, oppure abbandonare. Abbiamo deciso di andare avanti cercando di trovare il modo per migliorare quanto di problematico c’era nella prima versione del piano paesaggistico – come a suo tempo evidenziato dallo stesso Ministero che allora non lo approvò. Nelle ristrettezze di tempo il team del piano ha svolto un’intensa attività di informazione e comunicazione, con diversi tour che hanno toccato tutti gli ambiti territoriali; campagna accompagnata dalla concertazione con gli istituti e gli enti che già la legge toscana prevede. Una migliore comunicazione della “retorica” del piano sarebbe certo stata utile per la sua miglior comprensione e sicuramente questa mancanza può aver creato danno all’immagine complessiva del lavoro. Ma scientificamente è utile mantenere distinte la “retorica” del piano con i contenuti e con la coerenza metodologica che ha portato alla definizione delle invarianti strutturali, dei valori, delle criticità e degli obiettivi di qualità.

Ma ciò che mi ha più colpito nel tuo articolo non è stata tanto la lunga dissertazione sulla partecipazione, ma la delegittimazione del ruolo della politica da un lato e delle politiche pubbliche dall’altro. Molti dei nostri studenti del Corso di Laurea di Empoli hanno letto nel tuo intervento una marginalizzazione della formazione del loro Piano di Studi con la quale stanno acquisendo competenze innovative e multidisciplinari nel campo della pianificazione e sono rimasti interdetti, non capendo quale sarà il loro futuro all’interno di una società come quella che tu descrivi. Infatti l’articolo fa riferimento a un paesaggio “metastorico” nel quale le decisioni e le trasformazioni sembrano essere avvenute “spontaneamente” in un intreccio di motivazioni sociali, economiche, culturali. E’ notoriamente risaputo che in contesti ad alta densità legislativa come il nostro la definizione di regole d’uso della città e del territorio erano normate da istituti disparati, complicati e sovrapposti di natura pluriordinamentale per dirla con Paolo Grossi. Non mi posso qui dilungare su un tema centrale che rimette nella giusta prospettiva storica la pianificazione e la progettazione del paesaggio, ma la semplice rimando agli affreschi trecenteschi dell’Ambrogio Lorenzetti con la relazione fra le forme del paesaggio e il buon governo comunale la dice lunga su questo connubio. Gli statuti comunali, gli usi collettivi del bosco, i vari regolamenti minerari o quelli legati al pascolo definivano regole d’uso per garantire la riproduzione delle risorse del territorio. Alle prime legislazioni di tutela dello stato post-unitario (1905, 1920) si sono affiancati poi i “piani paesaggistici” (1939, 1985) richiesti in primo luogo dai soprintendenti in seria difficoltà rispetto alle autorizzazioni paesaggistiche da concedere a chi ne faceva richiesta. Ma questa è la vecchia pianificazione del paesaggio, quella che dava una cornice alle aree vincolate per decreto o per legge. Nei piani di nuova generazione (dal 2004 in poi in ottemperanza del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) è tutto il territorio che deve essere studiato e valutato per individuare obiettivi di qualità e normative d’uso riferiti agli ambiti di paesaggio. Se quella che chiami “Carta Europea del paesaggio del 2000” è in realtà la “Convenzione Europea del paesaggio” firmata a Firenze nel 2000 e sottoscritta dagli stati membri nel 2006 è noto che non si parla di generica partecipazione dalla quale discendono “naturalmente” indirizzi, ma si fa riferimento alla necessità di mettere in atto politiche, obiettivi, forme di salvaguardia, di gestione e di pianificazione. In particolare queste ultime sono indicate come “azioni fortemente lungimiranti, volte alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi”. Si tratta di azione pubblica e non di una delega diretta vagamente populista alle forze sociali e ai poteri che dovrebbero essere in grado senza bisogno della “discriminazione positiva” nei confronti di chi ha una voce più debole degli altri di produrre paesaggio come “esito di processi sociali ed economici, culturali e di ‘potere’ che prendono corpo sul territorio e nelle città” come tu scrivi. Senza questa attività di mediazione e ricomposizione, di individuazione dei beni comuni e degli interessi pubblici da parte sia della politica sia delle scienze del territorio e dellapianificazione nei fatti sarà chi ha potere economico e disposizione sulla proprietà, cioè rendita immobiliare e grande impresa, a fare paesaggio (come d’altronde rivendicano apertamente portatori di interessi particolari quali le lobbies dell’agroindustria o le imprese dei cavatori apuani).

Ancora più delegittimante appare il modo con cui riferisci il lavoro svolto dal CIST in ordine all’individuazione degli obiettivi di qualità e delle azioni necessarie per implementarli. Parli come, ho già richiamato sopra, di politiche conservative, vincolistiche e estetizzanti, sganciate dai processi economici. Questa ricostruzione getta discredito sull’attività di tutti gli scienziati del territorio (docenti, ricercatori, contrattisti e tirocinanti) che hanno partecipato con passione e dedizione a questa ricerca intendendo invece superare proprio quella visione vincolistica indirizzandosi verso una cultura statutaria di regole per le trasformazioni future. Immagino avrai letto integralmente i documenti del piano prima di esprime un giudizio così forte e non ti sia limitato alla vulgata che appare sui quotidiani (esaltata in termini diffamatori dal Foglio e dal Giornale) o alle osservazione depositate dagli ordini professionali. Ma evidentemente il messaggio non è arrivato nella maniera corretta. Ai vari documenti del piano (in cui il CIST ha riunificato competenze diverse che vanno dall’archeologia, alla storia, alla geografia, alla geologia, all’urbanistica, all’architettura, all’ecologia, alla storia dell’arte, all’economia agraria, alla pedologia, ecc.) non ha lavorato una setta o un’accolita minoritaria, ma un gruppo di scienziati che hanno avuto come finalità la comprensione e valutazione delle dinamiche ecologiche, territoriali e paesaggistiche, privilegiando l’intreccio fra dimensione storico- strutturale, ecologica ed estetico percettiva.

Il piano in fondo ha inteso definire una base certa e scientificamente fondata per la futura manutenzione e trasformazione del territorio toscano, partendo dai valori, ma anche dalla tante criticità presenti. Il paesaggio toscano è fortemente a rischio e non solo idrogeomorfologico, ma anche economico, ecologico e paesaggistico. I molti scempi che sono stati realizzati in Toscana (dalle cave che stanno erodendo le Alpi Apuane, all’urbanizzazione lungo gli alvei fluviali, alle urbanizzazioni di bassa qualità, ai paesaggi sempre più banalizzati, ecc.) sono stati perpetrati perché la legislazione lo permetteva, perché non c’erano indirizzi che consentissero di trasformare e di fare attività economica rispettando e valorizzando i fondamenti complessi del paesaggio. I documenti del piano intendono fornire conoscenze e opportunità per voltare pagina, perché non ci siano città e territori allagati come oggi Genova, eri la Lunigiana o la Sardegna e l’altro ieri Campi Bisenzio, perché l’agricoltura costruisca nel suo farsi un bel paesaggio utilizzando tutti gli incentivi provenienti dal Programma di Sviluppo Rurale, perché le città possano vedere riqualificati i propri margini e gli water front.

Le tante persone che hanno lavorato assieme non hanno infatti redatto solo belle cartografie (anche se vale la pena ricordare il premio che un’istituzione statunitense ha conferito alle carta dei caratteri del paesaggio della Toscana, che inorgoglisce tutto il gruppo di lavoro), ma hanno costruito un quadro conoscitivo importante imperniato sulla definizione delle quattro invarianti che costituiscono il piano, ossia i caratteri idro-geomorfologici dei sistemi morfogenetici e dei bacini idrografici (la struttura fisica fondativa dei caratteri identitari alla base dell’evoluzione storica dei paesaggi della Toscana), i caratteri ecosistemici del paesaggio (la struttura biotica che supporta le componenti vegetali e animali dei paesaggi toscani), il carattere policentrico e reticolare dei sistemi insediativi, infrastrutturali e urbani (la struttura dominante il paesaggio toscano risultante dalla sua sedimentazione storica dal periodo etrusco fino alla modernità), i caratteri identitari dei paesaggi rurali toscani. Ognuna delle quattro invarianti ha definito indirizzi, che sono una sorta di manuale d’uso del territorio, non “staticità” o “vincoli” ma una gestione consapevole, mediante la quale continuare nella costruzione dei diversi paesaggi toscani mantenendone riconoscibilità e struttura.

Mi dispiace che anche tu pur di formazione urbanistica utilizzi in maniera ambigua il termine “vincolo”. Nel piano regolatore come tu ben sai i “vincoli” sono limitati alle zone da espropriare (ormai praticamente inesistenti e sostituite dalle pratiche perequative) o alle zone o aree notificate o tipologie specifiche per finalità di tutela (servizi e utilità pubbliche, beni culturali, vincolo paesaggistico) questiultimi necessitanti come noto di una relazione per poter effettuare le trasformazioni richieste. Nel piano paesaggistico ora in approvazione i “vincoli” sono limitati alle aree individuate per decreto o per legge dove vigono prescrizioni: non a tutto il territorio, dove appunto vigono indirizzi e direttive che definiscono regole per la trasformazione.

Il poderoso impegno scientifico del gruppo di lavoro è invece stato quello di far scaturire in maniera interdisciplinare dalle quattro invarianti e dalle altre elaborazioni e attività gli obiettivi di qualità finalizzati a dare regole d’uso (e quindi di recupero, di salvaguardia, di trasformazione) del territorio. Naturalmente se per “vincolo” si intende un “indirizzo per le politiche” quale quello presente nell’ormai famoso ambito del Chianti che recita: “Gli obiettivi a livello di ambito per l’invariante ecosistemi sono finalizzati principalmente a mitigare e limitare i processi di perdita degli ambienti agropastorali tradizionali, evitando la diffusione estensiva di nuovi vigneti specializzati in ambito collinare, a ridurre i processi di urbanizzazione nelle aree di fondovalle e quelli di ricolonizzazione arbustiva e arborea negli ex ambienti pascolivi dei crinali montani”, allora è tutto un vincolo: lo è anche il legame sociale che regola l’uso della strada e richiede agli individui di fermarsi col rosso. Lo sono per estensione tutte le norme sociali anche non scritte che consentono la vita associata. Mi chiedo infatti chi potrebbe scrivere che gli obiettivi per il Chianti dovrebbero essere finalizzati “a incentivare i processi di perdita degli ambienti agropastorali tradizionali, a diffondere estensivamente i nuovi vigneti e le urbanizzazioni di fondovalle” e così via. Credo sinceramente nessuno degli appartenenti alle comunità locali lo farebbe, vista anche la crescente sensibilità ambientale e paesaggistica diffusa nella popolazione. Chi osteggia l’impostazione culturale e scientifica che sorregge il piano non va ricercato fra gli abitanti, gli agricoltori medi e piccoli, la cittadinanza attiva, gli imprenditori consapevoli – che peraltro hanno presentato diverse osservazioni per chiedere maggiore tutela e una normativa più stringente – ma fra i portatori di interessi forti.

La bagarre di questi giorni, nella quale tu sei intervenuto con la tua voce autorevole, cerca semplicemente di discreditare una nuova cultura interdisciplinare della pianificazione del territorio nella quale le ragioni del territorio e del paesaggio sono messe in luce con l’intendo di sostenere forme di governance attente a non lasciare il potere unicamente a quelle lobbies normalmente silenti che cercano di governare senza dare troppo nell’occhio. Il clamore, il discredito, la violenza non fanno altro che convincermi che stiamo percorrendo una strada di rinnovamento importante. Non so certamente quale sarà la stesura finale del piano e che fine farà il lavoro del CIST, ma rivendico il portato scientifico e la robustezza della metodologia seguita nella collaborazione alla redazione del piano. Rivendico anche lo sforzo che tutti abbiamo compiuto nel consegnare in maniera leggibile alla popolazione toscana le ragioni della bellezza che in molti hanno la fortuna di vivere ogni giorno e le ragioni delle tante criticità che offendono i luoghi e i loro abitanti.

Sono disponibile e ben felice di discutere con te, con tutto il consiglio e con i nostri studenti di questo lavoro bello e faticoso che collettivamente abbiamo svolto per uno sviluppo coerente e consapevole della Toscana e del suo paesaggio.

Amichevolmente

Daniela Poli è docente di Pianificazione e Progettazione del Territorio e del Paesaggio Dipartimento di Architettura – Università di Firenze Comitato Scientifico del CIST

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Daniela Poli è docente di Pianificazione e Progettazione del Territorio e del Paesaggio Dipartimento di Architettura – Università di Firenze Comitato Scientifico del CIST

Una risposta

  1. Avatar Paolo Degli Antoni ha detto:

    Come autore di una delle 550 osservazioni presentate rispetto al Piano Paesaggistico, riformulo anche in questo spazio alcune mie considerazioni. Pur posizionandomi in una cultura ambientalista figlia del rapporto “I limiti dello sviluppo” del 1972, e non in quella ossimorica dello “ambientalismo del fare” teorizzato a Firenze nel gennaio 2008, non posso fare a meno di evidenziare carenze tecnico-scientifiche del Piano Paesaggistico.

    L’elaborazione cartografica delle invarianti II (rete ecologica) e IV (morfotipi) è in scala 1:50000, non direttamente utilizzabile come operativa. Ma anche ammettendo una finalità esclusivamente ricognitiva e programmatica di tali carte, queste non soddisfano neppure l’esigenza di dare rappresentazione a tutti i fenomeni paesaggisticamente significativi. Per esempio, l’arboricoltura da legno, finanziata a più riprese con fondi comunitari, non solo non è riuscita complessivamente a raggiungere le finalità regolamentari europee, ma molto spesso rappresenta un’antiestetica intrusione in paesaggi altrimenti equilibrati, esempio paradigmatico di “paesaggio burocratico”, non voluto dalle popolazioni né dal mondo produttivo, peraltro oggetto di meritate critiche anche in dibattiti pubblici. Ebbene, l’arboricoltura da legno troppo spesso non è stata visivamente riconosciuta dai fotointerpreti, e il dato numerico della tav. 3 Statistiche Uso Suolo, mille ettari a livello regionale, la sottovaluta fortemente. Per esercizio, si prenda la località Fillinelle, Comune di Tavarnelle Val di Pesa, ben visibile dalla superstrada Firenze-Siena, esteso e geometrico ciliegeto da legno finanziato con Reg. CEE 2080/1992, interpretato come agro ecosistema intensivo nella carta della rete ecologica, vigneto nella carta dei caratteri del paesaggio Altri impianti d’arboricoltura da legno sono confusi con oliveti o assimilati a seminativi, sebbene il loro impatto visivo sia ben diverso per decenni.

    Lascia ancor più perplessi la non uniformità e l’infedeltà della cartografia, questa sì a scala operativa, dei vincoli per decreto e per legge. Nella categoria Galasso “bosco”, tutelata per legge, si includono situazioni neppure legalmente boschive, come la micro-cipresseta di Casa Altina in Val d’Orcia, abusato stereotipo del paesaggio toscano recente e artificiale, e si escludono invece boschi estesi più di 20 decare, anche già attenzionati dall’autorità giudiziaria o dall’organismo pagatore regionale proprio per rivendicarne la natura boschiva.

    Boschi di neoformazione di pari dimensione, durata dell’abbandono agricolo, copertura legnosa desumibile da densità e grana delle ortofotocarte, persino nella stessa azienda agricola, non sono uniformemente considerati, o negati, come bosco; anche questo prova la non utilizzabilità operativa della cartografia tematica.

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