Arno, a 50 anni dall’alluvione: tra prevenzione mancata e opere disattese, poco è cambiato

alluvionefirenzeQuesto scorcio d’Autunno è caratterizzato da maltempo che sta causando in molte parti del Paese morti, danni alle infrastrutture, allagamenti e forti disagi alla popolazione. La Toscana non è esente da questa situazione ed anzi, come si verifica ormai da qualche anno, risulta essere tra le regioni più colpite. I regimi pluviometrici modificati come conseguenza dei cambiamenti climatici, registrati anche a livello locale, sono l’innesco delle varie emergenze rilevate nei territori. Il Consorzio Lamma conferma che nel corso del 2014 in Toscana è stato registrato un surplus nelle cumulate di pioggia, dei giorni piovosi ma è soprattutto l’intensità di pioggia a preoccupare. In poche ore cade al suolo una quantità d’acqua che mediamente precipita in un mese, talvolta in un semestre, come avvenne due anni fa nel bacino dell’Albegna. E questi fenomeni sono sempre più ricorrenti e localizzati. Di fronte a determinati eventi i climatologi sostengono che non esistono azioni di prevenzione ed opere che possano garantire la sicurezza assoluta dei territori, ma certo è che ad oggi siamo lontani da quella soglia sopra cui il rischio possa essere definito accettabile. E questo per responsabilità diffuse di chi ha governato il Paese e anche la nostra Regione, compresi i livelli locali. Il territorio toscano è fragile a causa dell’abbandono delle aree montane, del consumo di suolo agricolo a favore dell’urbanizzazione che ha incrementato l’impermeabilizzazione, della “dimenticanza” delle antiche buone pratiche agronomiche volte a rallentare i deflussi. Ancora una volta a seguito di eventi calamitosi, oltre al rimpallo delle responsabilità tra i vari livelli istituzionali e le accuse sui finanziamenti, insufficienti, stanziati e non stanziati, stanziati e non utilizzati, si è parlato di prevenzione e di opere infrastrutturali.

Per quanto riguarda la prevenzione l’intervento più efficace si attua a livello di governo del territorio: in tal senso in Toscana a livello legislativo sono stati fatti passi in avanti importanti con le nuove “Norme per il governo del territorio”, che bloccano il consumo di suolo agricolo, e con la L.R 66/2011, che prevede l’inedificabilità nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata. Legambiente tuttavia ha fatto notare che quest’ultima norma contiene un comma di un articolo (comma 6 lett. d, art 142) che ne vanifica il buon impianto complessivo. Infatti si stabilisce che il divieto di edificazione nelle aree a pericolosità idraulica molto elevata non si applica qualora, a seguito di interventi di messa in sicurezza, tali aree siano riclassificate a pericolosità idraulica inferiore dai Piani di assetto idrogeologico. Una sorta di “cavallo di Troia” per continuare a costruire e anche aumentare il rischio idraulico, considerato che la “messa in sicurezza” assoluta non esiste e che, ad esempio, una rottura arginale è sempre possibile.

“Prevenire” per Legambiente significa restituire spazio al fiume, anche delocalizzando beni a rischio quando questi sono situati in aree a pericolosità elevata e sono indifendibili a costi sostenibili, significa impiegare bene il denaro pubblico prima degli eventi calamitosi (risparmiando) e non solo in emergenza per riparare i danni, significa impiegare risorse per l’informazione e la partecipazione dei cittadini sul tema della prevenzione. A questo scopo i comuni dovrebbero aver elaborato il Piano di emergenza di Protezione Civile, strumento fondamentale per la tutela dei cittadini. Legambiente ha potuto rilevare direttamente, anche nei comuni del bacino dell’Arno, come in linea generale la normativa sia stata recepita correttamente dalle amministrazioni (gli adempimenti burocratici sono stati fatti) ma la grande falla nel sistema preventivo legato ai Piani di emergenza sia rappresentata dalla fase, indispensabile, di comunicazione con la cittadinanza. Molti abitanti delle zone classificate a pericolosità idraulica elevata non sono a conoscenza delle procedure da mettere in atto in caso di emergenza.

Per quanto riguarda le opere infrastrutturali, possiamo prendere come paradigma il caso dell’Arno ed in particolare la situazione inerente la mitigazione del rischio idraulico su Firenze. Già alla fine degli anni ’90, la pianificazione di bacino aveva scelto ed individuato nelle opere infrastrutturali (casse di espansione) l’elemento portante per ridurre la pericolosità idraulica della città capoluogo. Le casse di laminazione per proteggere Firenze, localizzate in Valdarno superiore, sono state definite interventi prioritari anche nel famoso Accordo di Programma del 2005, quello dei 200 milioni, tra Autorità di Bacino, Ministero dell’Ambiente e Regione Toscana. Di fatto tra inadempienze burocratiche, incompetenze, ritardi nella progettazione, soldi mai arrivati, soldi arrivati e non spesi, commissariamenti, arriveremo al 2016, cinquantennale dell’alluvione di Firenze, con una situazione poco diversa da allora. In sostanza i nipoti degli alluvionati del ‘66, i nipoti degli “angeli del fango”, dopo cinquant’anni, ancora non potranno vivere “serenamente” vicino al fiume. In prospettiva, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, oltre alla nuova pianificazione per la gestione delle alluvioni che contempla provvedimenti anche per le “flash flood” (cosiddette bombe d’acqua) che sarà pronta a fine 2015, è stata individuata una dead line entro la quale avremo una Firenze più sicura: il 2018. Infatti entro questa data come previsto dalla nuova Struttura di missione del Governo #italiasicura, saranno ultimate le 4 casse di espansione di Pizziconi, Restone, Prulli e Leccio (zona Figline, Reggello) oltre l’adeguamento dell’invaso di Levane. Queste opere, se realizzate bene (non mancano esempi di casse di laminazione che non funzionano), conterranno 40 milioni di metri cubi d’acqua che saranno invasati durante gli eventi di massima piena, laminati e restituiti gradualmente al fiume a pericolo passato. Il tutto ad un costo di circa 110 milioni di euro. Ora, oltre a sperare che in questo lasso di tempo non si verifichino eventi atmosferici particolarmente intensi e a ricordare le responsabilità diffuse per i gravi ritardi accumulati (alla fine ci sarà voluto meno a pensare e realizzare l’Autostrada del Sole che non 4 “buche” arginate), non ci resta che vigilare affinché la data individuata questa volta venga rispettata.

In questo contesto fanno “sorridere” le richieste che ultimamente hanno avanzato molti amministratori locali (e anche cittadini) di “scavare” il fiume e tagliare la vegetazione, poiché sedimenti fluviali “accumulati” e piante riparie sono ritenuti inneschi di potenziali eventi alluvionali. Non tutti sono tenuti a conoscere i normali processi fluviali ed amministratori e cittadini sono giustamente allarmati da quanto sta succedendo in varie parti del Paese, ma preoccupa che le richieste siano talvolta assecondate da chi è deputato ad intervenire sui corsi d’acqua. Gli studi geomorfologici mettono in evidenza come l’Arno negli ultimi 100 anni registri un alveo abbassato tra i 2 e 5 m con punte fino a 9 metri. Quindi il fiume è in incisione e non in sedimentazione, mentre la vegetazione riparia, senza addentrarci in dettagli tecnici, svolge almeno sette funzioni essenziali per il buon equilibrio degli ecosistemi fluviali, di cui due volte a ridurre la pericolosità idraulica. Nonostante i passi avanti compiuti è ancora lungo il percorso culturale necessario ad estendere a tutti i livelli la conoscenza del territorio.

Federico Gasperini è un biologo ed è il responsabile della Commissione acqua e difesa del suolo Legambiente Toscana