Comune per comune, mettere a sistema le comunità locali

La progressiva eliminazione degli spazi di democrazia, formale e sostanziale, è uno dei risultati più evidenti dell’azione della crisi, accentuata soprattutto negli enti locali e nelle comunità territoriali che gli enti stessi dovrebbero rappresentare.

L’applicazione a livello territoriale delle politiche di austerità, consistenti nel rispetto dei parametri del patto di stabilità interno, il pareggio di bilancio, i tagli alla spesa, l’uso del debito pubblico come infondata giustificazione della privatizzazione di patrimonio e servizi pubblici, hanno trasformato gli enti locali in acceleratori del soddisfacimento di interessi finanziari e immobiliari.

be036060-74db-497e-8bb8-bf3dc10e5fe1Comunità locali, movimenti sociali, lavoratori dei servizi pubblici, si trovano di fronte alla necessità di dare un carattere sistemico a lotte e vertenze locali, così come il protagonismo dei cittadini per rispondere alla perdita degli spazi di democrazia deve affrontare il nodo di come contrapporre un nuovo “comune” in cui creare partecipazione dal basso, perseguire diritti sociali, innescare un modello diverso di economia locale.

In questo contesto è inevitabile che gli enti locali perseguano meri obiettivi finanziari o esistono spazi di azione perché possano mettere invece al centro delle proprie politiche la qualità della vita collettiva?

Questi temi, così centrali nell’azione de La città invisibile, sono stati affrontati da un incontro recentemente organizzato a Livorno da Attac Italia con la collaborazione dei Cobas di Venezia e dell’Osservatorio sul Bilancio Comunale di Livorno, che ha messo a disposizione gli spazi.

Partendo dal dare voce ad alcune significative esperienze locali di osservatori e indagini su bilanci comunali, uso del patrimonio pubblico, debito degli enti locali, esternalizzazioni di servizi, società partecipate e di riappropriazione e riutilizzo di spazi e strutture nell’interesse pubblico, l’incontro ha voluto offrire una spinta alla comprensione di come mettere in rete le esperienze e come generalizzare le azioni che ciascuna realtà porta avanti. Cercando di capire come, partendo dai territori, si possa avviare un cambiamento profondo.

Perché partire dagli enti locali e dalle comunità territoriali?

Nel 2011, all’indomani dell’affermazione nel referendum sull’acqua pubblica e prima dell’insediamento del governo Monti, uno studio della Deutsche Bank indicò cosa avrebbero dovuto fare i paesi del sud d’Europa per uscire dalla crisi. Per l’Italia, dato che il grosso della ricchezza risultava dallo studio in mano alle autorità locali (1.528 miliardi di Euro), si proponeva la progressiva privatizzazione di patrimonio e servizi. A partire da quel periodo gli enti locali sono stati portati al fallimento. Ma cosa posseggono gli enti locali? Il boccone più appetitoso è rappresentato dai servizi pubblici locali, dove esiste una domanda sicura e possibilità di realizzare utili e flussi di liquidità finanziaria di enorme portata. Al fallimento degli enti locali hanno concorso due strumenti. Il primo, la normativa introdotta da Bassanini per cui gli oneri di urbanizzazione diventano utilizzabili per la spesa corrente: la conseguenza è che i sindaci diventano “broker” del territorio per incamerare gli oneri di urbanizzazione e salvaguardare gli equilibri di bilancio. Il secondo strumento sono le grandi opere e i grandi eventi, in grado non solo di concentrare su di essi risorse pubbliche ingenti ma anche di derogare a tutta una serie di norme in nome della “strategicità” dell’opera o dell’evento. Assume un nuovo ruolo la Cassa Depositi e Prestiti, che passa da istituto finanziatore di enti locali a motore della messa in vendita del patrimonio pubblico (qualcuno ricorda il caso del Teatro Comunale a Firenze?). Dall’alto si innescano processi per mettere con le spalle al muro gli enti locali: il patto di stabilità interno, la spending review fatta per tagli lineari e non tramite indagini fatte con i lavoratori), il fiscal compact (patto nell’Unione europea per portare il rapporto debito su PIL al 60%). Tacendo sui numeri: la quota del debito pubblico detenuto dagli enti locali ammonta attualmente al 2,1% ed è in continua diminuzione.

Oggi ci troviamo in presenza di diffuse vertenze sui beni comuni che sono però rimesse spesso alla lettura di chi detiene il potere, traducendosi in forme di pressione sui decisori politici ma dipendendo sempre da passaggi politico istituzionali. Diverso è invece se si inizia a mettere in discussione il quadro dato dalle politiche di austerità. Un percorso politico si avvia perciò se parte in tanti comuni. In questo senso le varie vertenze dovrebbero assumere alcuni caratteri trasversali. Innanzitutto irrompere sul piano finanziario senza assumerlo come dato immodificabile. In secondo luogo creando un legame tra i lavoratori dei servizi pubblici e i cittadini utenti. Infine, affrontare la questione dell’esercizio della democrazia, perché quando i luoghi della decisione si allontanano, il legame sociale si rompe.

La risposta è quindi mettere a sistema le comunità locali. Incontri come quello di Livorno servono a rilanciare questo percorso, partendo anche dalla conoscenza delle esperienze realizzate nei territori, che nell’iniziativa livornese hanno toccato vari ambiti di azione di cittadini e lavoratori dei servizi locali.

In particolare evidenza il lavoro dell’Osservatorio sul Bilancio Comunale di Livorno, di cui una parte rilevante ha avuto la costruzione di proposte partendo dall’elenco dei beni comunali e dall’elenco dei beni alienabili.

I Cobas del Comune di Venezia hanno posto all’attenzione il lavoro di indagine e denuncia pubblica fatto sulle 42 società partecipate e sempre riguardo al Comune di Venezia in tema di esternalizzazioni l’inchiesta sull’indicativo caso della società partecipata Ve.La. spa.

Sul caso del Comune di Parma alle prese con l’uscita dalla situazione di default, interessante il resoconto fatto dall’ormai famosa a livello nazionale Commissione per l’audit cittadino del debito pubblico, tra le prime ad iniziare un lavoro di questo genere.

Infine un focus sulla “Rete per il diritto alla città” di Roma e l’audit sui bilanci di Acea, holding mista pubblico-privata di un gruppo di società partecipate operanti nei servizi pubblici di rete e tra le principali multiutilities nazionali.

*Roberto Spini, Attac Firenze