Legge 194: ha 40 anni ma va ancora difesa

La legge sull’aborto chiamata in Italia legge sull’interruzione volontaria della gravidanza – compie quaranta anni di vita ed è senza dubbio una legge simbolo. È una legge che ha superato i dettami del codice penale che proveniva – e proviene! – dal fascismo (il c.d. codice Rocco) con un’impronta caratterizzata da un’impronta sessista e sessuofobica.

Insieme alla legge sui Consultori (1975) e ad alcune depenalizzazioni, la legge sull’aborto ha contribuito a riconoscere alle donne il diritto in merito alle proprie scelte sessuali e procreative. Ricordiamo che fino ai primi anni Settanta nel nostro ordinamento giuridico vi era il divieto di commercializzazione di contraccettivi, definiti “mezzi diretti a impedire la procreazione” e la loro pubblicità. La sessualità strettamente correlata alla procreazione, dunque.

Le norme penali che ponevano il divieto di aborto erano figlie dell’ideologia e della propaganda fascista che nel ventennio inneggiava all’idea cristiana di famiglia e alla finalità procreativa (“il numero è potenza”; la tassa sui celibi, ecc.).

Del tutto connaturato con questa impostazione vi era anche la punizione dell’adulterio e della relazione adulterina tutta però declinata alla punizione della donna (fino al 1968) e al riconoscimento dell’omicidio per causa d’onore (fino al 1981) che puniva in modo lieve l’uomo che uccideva la moglie, la figlia e la sorella nel momento in cui ne scopriva la “illegittima relazione carnale”.

Anche l’ordinamento del codice civile – originario del 1939 – sposava un’ideologia autoritaria tipica dell’epoca: “il padre marito è il capo della famiglia, cellula costitutiva dello Stato e ha la potestà patria sui figli e maritale sulla moglie”. Nel “codice Rocco” erano previsti una serie di reati tra cui “l’aborto di donna consenziente”, l’aborto di donna “non consenziente”, “l’autoprocurato aborto” e la “istigazione all’aborto.

La conseguenza della illegalità delle procedure abortive erano evidenti: la clandestinità con tutti i suoi pericoli. Gli aborti clandestini storicamente avvenivano con tre modalità: il ricorso alle cosiddette “mammane”, “l’autoprocurato aborto” con mezzi casalinghi e il ricorso ai “cucchiai d’oro”, come venivano chiamati i medici che lucravano con la pratica dichiarata illegale sul corpo delle donne.

Nel tempo si aggiunse, come modalità, il “turismo abortivo” soprattutto verso Londra: “migranti di diritti” le avrebbe definite Stefano Rodotà anni dopo.

Negli anni Settanta esplose, come è noto, il movimento femminista che ebbe un ruolo fondamentale per il rovesciamento dei paradigmi culturali della cultura sessista e patriarcale dell’epoca. Le lotte e le pratiche del movimento femminista portarono anche alle pratiche del Self-help (auto aiuto) consistente nell’autogestione delle pratiche abortive. Si trattava di donne, precedentemente formate spesso da altre donne, che in seguito all’introduzione della tecnica abortiva chiamata Karman (in luogo del raschiamento), praticavano con maggiore sicurezza gli aborti con dichiarate finalità solidaristiche. Autogestione come pratica sanitaria, ma soprattutto come pratica politica.

La legge 194 – oggi giustamente presentata come un assoluto baluardo di civiltà – in realtà non riconosce direttamente il “diritto di aborto”, in quanto l’interruzione volontaria gravidanza viene subordinata alla condizione che la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità possa comportare un “serio pericolo” per la salute fisica o psichica della donna. Di fatto una motivazione “sanitarizzata” più che un riconoscimento pieno del diritto di autodeterminazione. Le arretratezze del testo legislativo sono però temperate dalla esplicita possibilità, nella richiesta abortiva, di addurre motivazioni non sanitarie ma personali o comunque non legate allo stato di salute.

Come è largamente noto il numero di interruzioni è fortemente calato nel corso di questi anni a dimostrazione del fatto che la legalizzazione non ha incentivato la pratica abortiva. Pur nelle contraddizioni la legge ha tenuto, e ha passato indenne anche le richieste abrogative referendarie.

Il fronte pro life è tornato alla carica, in queste settimane, con l’affissione di manifesti che ripetono il vecchio armamentario della propaganda clericale e fascista di un tempo: l’equiparazione tra omicidio e aborto. L’assassina, ovviamente, è la donna.

Il vero pericolo dell’attuazione di questa legge è, in molte parti d’Italia, l’istituto dell’obiezione di coscienza cresciuto esponenzialmente negli ultimi decenni. Da clausola di salvaguardia per una minoranza, a pretestuosa e strumentale maggioranza negatrice del diritto principale della legge: il diritto della donna in merito alle proprie scelte procreative.

L’obiezione di coscienza alle procedure abortive ha avuto, nella scorsa legislatura, un difensore di fiducia ad alto livello: la ministra della salute Beatrice Lorenzin che ne ha costantemente difeso la negativa influenza e minimizzato gli effetti.

Lorenzin ha fatto di più: ha presentato la relazione annuale sullo stato di attuazione della legge a Camere sciolte impedendo il dibattito parlamentare sui suoi dati e sulle sue conclusioni. Dalla ministra autrice della famigerata campagna sul fertility day non ci potevamo certo aspettare altro.

Festeggiamo allora i quaranta anni della legge 194, ma ricordiamoci come è stata conquistata e impegniamoci a sostenerla e a difenderla quotidianamente dai pericoli che oggi più di ieri la minacciano.

*Luca Benci