Laura, 17 anni: “Ho conosciuto di persona gli immigrati e sono diversi da come ce li racconta la televisione”

In Middle England, ultima analisi sociale e politica di Jonathan Coe, Coriander è un’adolescente che vorrebbe vivere in un mondo migliore e si ritrova con un padre giornalista, di sinistra, perfettamente integrato in un sistema che non funziona più. Quando Doug scrive un pezzo sugli scontri di piazza contro gli abusi della polizia, Coriander, che era presente, lo liquida così: “Be’, mi sembra il tipo di articolo che ci si può aspettare da uno che fa la vita che fai tu. Devi esporti di più“, delusa nei confronti del mondo che la generazione di suo padre le aveva lasciato in eredità.

Un sentimento simile devono averlo vissuto quel centinaio di studenti delle scuole superiori che nei giorni scorsi si sono confrontati nell’aula magna della loro scuola con le storie di tre coetanei che chiameremo con nomi di fantasia: Mohammed, Ahmad e Saif, i primi due provenienti dall’Afghanistan, il terzo dal Pakistan. Tre ragazzi arrivati in Italia in uno dei tanti viaggi verso un mondo migliore (sì anche il nostro può esserlo per chi non ha da mangiare né speranze di salvare il proprio paese).

Durante l’incontro, ben preparato nelle settimane precedenti dai professori che ci hanno segnalato la storia e che ci chiedono di non apparire, nessuno ha fiatato. Hanno prima ascoltato e poi fatto domande. Hanno cercato di capire una realtà che conoscevano solo attraverso il filtro di tanti professionisti dell’informazione. Un filtro opaco, avariato, purtroppo non ancora in decomposizione. Laura, 17 anni, alla fine è stata definitiva:

Alla tv e sui giornali gli immigrati ce li fanno vedere sempre come persone cattive, pericolose, da evitare. Oggi abbiamo conosciuto dei ragazzi che meritano molto più di quanto riusciamo minimamente a pensare“.

Nessuno di quei cento giovani ha brandito violenti stereotipi o luoghi comuni razzisti. Nessuno di loro ha detto loro “tornatene a casa tua… ci rubi il lavoro… abbiamo paura che ci stupri… non vogliamo la tua droga… la tua civiltà è inferiore… negro di merda…”.

Una stampa cinica e mercenaria prima o poi crea un pubblico ignobile” diceva invece Joseph Pulitzer, cultore di un giornalismo inteso come servizio pubblico e non come grancassa elettorale dei peggiori istinti della politica, pronta sempre a creare un mostro, un capro espiatorio, per poter poi “salvare” coloro che riesce a spaventare (e oggi sono molti, troppi) e rimuovere così – tra un’invettiva su twitter e una foto su Instagram – i problemi reali dall’agenda quotidiana.

Una stampa onesta potrebbe/dovrebbe essere uno strumento efficace per formare un’opinione pubblica in grado di contrastare le ingiustizie, l’indifferenza, gli errori del governo, soprattutto se compiuti in malafede e sulla pelle di innocenti. Oggi l’informazione mainstream in Italia ha deciso di fuggire dal suo compito: non ci spiega perché intere popolazioni di giovani emigrano (clima-guerre-neocolonialismo); non ci racconta le storie di innocenza di Mohammed, Ahmad e Saif. Peggio per noi, perché da sempre chi non è al passo con la Storia ne paga le conseguenze. A Laura, Mohammed, Ahmad, Saif, e perché no, a Coriander, i migliori auguri per travolgere prima possibile una società ormai finita.

Cristiano Lucchi

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Cristiano Lucchi
Cristiano Lucchi, giornalista e mediattivista, ha fondato e diretto l’Altracittà – giornale della periferia. Ha pubblicato “Autopsia della politica italiana” (2011), “L’imbroglio energetico” (2012), “Il Laboratorio per la Democrazia. La politica dal basso” (2012). È un attivista di perUnaltracittà.

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