Che cos’è il potere?

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«Il potere non deve prendere la forma di una costrizione. […]. Più il potere è forte, più agisce silenziosamente. Se deve fare espresso riferimento a se stesso, risulta già indebolito».

Ma, per ottenere questi risultati non deve agire nel senso di una neutralizzazione della volontà di chi lo subisce, perché chi lo subisce deve volere precisamente quello che vuole il detentore. Il sottoposto ha fatto suo ciò che vuole il detentore del potere, tanto che è anche probabile che il primo arrivi ad anticipare la richiesta del secondo.

Il potere è il risultato di una relazione tra Alter e Ego. Queste relazioni sono così complesse da far sì che il modello causale non riesce a descriverle. Il potere che giunge a una forma stabile lo fa senza alcun ricorso alla violenza, Han dice che «prende posto nell’anima dell’altro». Ridurre Alter da soggetto a oggetto non è un buon modo di esercitare il potere, anche perché non è possibile esercitare il potere nei confronti di un oggetto passivo: qualsiasi azione che si fa nei suoi confronti non sarebbe un esercizio di potere.

In prima battuta si pensa al potere come quell’esercizio che nega. Più profondamente, il potere si esplica nella sua capacità di trasformare un no in un sì. L’esercizio del potere non si concretizza sempre in una costrizione, ma trionfa quando Alter risponde in modo affermativo.

L’autoritarismo di Ego, le sue minacce, non rinsaldano il suo potere, semmai lo rendono manifesto e mal sopportabile, tanto che non otterrà che una scarsa influenza sui processi di attuazione. Il potere usa la violenza in termini astratti, in irrealis, dice Han, cioè a condizione che non venga esercitata. Il potere si stabilizza quando la violenza diventa virtuale, appare come possibilità negativa. Si evita di trasgredire la norma non in relazione alla punizione, ma come «segno di riconoscimento dell’ordinamento giuridico».

Il potere non è l’origine, la causa, di un determinato comportamento del sottoposto. È l’apertura di uno spazio, una sfera all’interno della quale è possibile che l’uno possa essere più dominante. «Istituisce un luogo che prelude alle singole relazioni di potere» (p. 29).

Il rapporto di Alter e Ego non si costituisce nella lotta, nello scontro cieco uno contro l’altro. Qui è in gioco soltanto la differenza in termini di forza fisica. È quando uno per paura della morte e temendo la forza fisica dell’altro, gli si sottomette, instaurando allora e soltanto in quel momento un rapporto di potere. Non è lo scontro, la morte, ma la sua assenza a costituire il potere. Non è lo scontro, ma il confronto dei rapporti di forza che lo costituiscono.

Il potere può dunque essere esercitato non soltanto contro l’altro, ma nella manipolazione dell’altro. Dietro questo aspetto che rimanda all’interpretazione delle relazioni di potere, basata su meccanismi complessi che Han indaga confrontandosi nei vari capitoli con autori che vanno da Schmitt a Foucault passando per Hegel Heidegger ed altri, individuando nella complessa rete di relazioni che determinano il potere, la sua essenza, la sua portata e la sua capacità di fare presa. Restituendoci infine la chiave di volta degli aspetti sociali e politici che articolandosi poi in configurazioni complesse, determinano di fatto le possibili relazione di potere.

La complessità di queste relazioni è anche di ordine semantico: «L’origine della lingua è l’espressione di potere di chi domina. Le lingue sono riverbero delle più antiche prese di possesso delle cose» (Han cita Nietzsche p. 39). In ogni parola è possibile percepire il comando. Il corpo non è mai nudo, è coperto di significati quali effetti del potere.

Il potere disciplinare agisce in profondità, scava i corpi, li scolpisce tracciando su di essi percorsi obbligati che non sono altro che “gli automatismi dell’abitudine” (Han riprende Foucault). Qui il potere perde la sua sontuosità e si rivela come quotidianità. Penetra profondamente divenendo carne e sangue senza di fatto ferire. «Opera con le norme o la normalità invece che con la spada […]. “Lentamente, una costrizione calcolata percorre ogni parte del corpo, se ne impadronisce, dà forma all’insieme, lo rende perpetuamente disponibile, e si prolunga silenziosamente nell’automatismo delle abitudini”» (Han cita Foucault pp. 50-51). Il potere si traveste e si presenta come qualcosa di quotidiano. L’atto di potere ha qualcosa di ovvio, non stimola nessuna reattività. L’abitudine, l’habitus, è una forma di interiorizzazione, interviene infatti anche sul piano somatico. Bisogna che le azioni siano “sensate”, abitate quindi da un “senso comune”. È la normale visione del mondo: l’orizzonte di senso. Per essere efficace, il potere deve occupare proprio questo spazio semantico, che gli permette poi di raggiungere anche una certa forma di stabilità. Il potere che esercita la propria efficacia attraverso l’abitudine è più efficace e stabile di quello che impartisce ordini o esercita pressioni. Il potere che opprime ha un soggetto. È qualcuno. Il sovrano è quel soggetto. Il potere più efficace è invece il potere di nessuno. Il potere assoluto, non deve comparire, non ci si può riferire ad esso ed esso non farà mai riferimento a se stesso. Il potere assoluto si fonda con l’ovvio. La violenza non è indice di potere, senza consenso non si dà nessuna forma di potere.

Nel libro di Han c’è questo, ma c’è molto altro. C’è la dialettica schmittiana amico/nemico. La componente ludica foucaultiana del potere. La volontà di potenza nietzschiana intesa anche come affabilità che si affida ad un dare (donare). La dinamica amico/nemico che si palesa nella figura dell’ospite:

«Ospitalità. Questo è il senso delle consuetudini di ospitalità: paralizzare nello straniero quanto v’è in lui di ostile. Laddove nello straniero non si avverte più, innanzitutto, il nemico, l’ospitalità vien meno; essa fiorisce fintantoché prospera il suo malvagio presupposto» (ancora Nietzsche, p. 133).

La definizione di proletariato quale classe ultima alla quale la storia assegna il compito ineludibile della presa del potere, stona con la visione articolata del potere stesso che Han ci propone. In questa visione, la presa del potere rimarrebbe conflittuale, la qual cosa ci restituirebbe una sovranità a bassa efficienza occupata da un’elite di classe. La destituzione del potere borghese non si attuerebbe attraverso l’organizzazione vincente di un assalto al palazzo d’inverno, ma attraverso la messa in atto di dispositivi alternativi a quelli utilizzati dal potere espresso dalla economia del mercato. Il potere non abita il palazzo d’inverno. Occorre un attacco ai nodi delle relazioni di potere che non sono definite una volta per tutte, ma che cangiano in relazione ai rapporti di forza che si palesano ogni volta, nodo su nodo.

Venerdì 22 novembre 2019, presso il MACRO ASILO, a Roma, si è tenuto un incontro dal titolo: La crisi di una cultura, con la presentazione dei volumi editi da manifestolibri: Sinistra di Massimo Ilardi, Contro il populismo di sinistra di Éric Fassin, Dall’uguaglianza all’inclusione di Nicolò Bellanca. Sono intervenuti: Massimo Ilardi, Nicolò Bellanca, Michele Prospero, Giso Amendola, Angela Mauro, con la moderazione di Rino Genovese. Peppe Allegri nel riportare l’evento, recensisce i tre saggi in questo articolo, scrivendo:

«Se volessimo trovare un comune filo conduttore propositivo, inventivo, creativo nei libri di Ilardi, Bellanca, Fassin, in forte contestazione delle dimensioni meramente reattive, oppositive, conservatrici di molta, troppa, sinistra esistente, lo potremmo rintracciare nella tensione produttiva ed evolutiva tra minoranze attive, politiche non governative e invenzioni istituzionali come possibile dialogo con le nuove generazioni che in giro per il mondo manifestano sonoramente l’urgenza di pensare e praticare, qui e ora, altri mondi e città possibili».

La sintesi di Allegri, ci sembra essere appropriata anche come risposta conseguente all’interrogativo che nasce tra le righe del discorso che Han fa sul potere.

Byung-Chul Han, Che cos’è il potere, nottetempo, Milano 2019, pp. 176, € 17.00

*Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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